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Polizia Partigiana

Storia > Storia contemporanea > Le Due Guerre Mondiali > Seconda Guerra Mondiale

I primi nuclei di polizia partigiana si formarono con il doppio intento di costituire formazioni specializzate nel campo dell'informazione e della polizia. La priorità dei problemi militari non escludeva altri terreni di intervento e gruppi più o meno numerosi di polizia operarono dal 1944 in seno ad ogni brigata. Durante il periodo delle repubbliche autonome, nel settore dell'ordine pubblico furono creati quasi ovunque appositi corpi di polizia, passando dai nuclei di polizia partigiana, che agivano alle dirette dipendenze dei comandi delle formazioni, ad organismi reclutati direttamente sul luogo. Al momento della nascita della polizia partigiana, il compito principale fu quello di reperire il maggior numero di informazioni attraverso il reclutamento di informatori che dovevano avere conoscenza dei luoghi, sangue freddo e la possibilità di circolare liberamente senza essere riconosciuti dal nemico. Altro compito importante era l'individuazione di spie nemiche, oppure la verifica di segnalazioni provenienti dalle Sap, divenendo in questo caso l'organo esecutivo. Si trattava anche di gestire tutte le informazioni giunte, redigendo rapporti giornalieri da inviare al comando partigiano. Un compito della massima riservatezza era quello di scortare personalità importanti attraverso zone controllate dai partigiani oppure dal nemico. Altra attività della polizia partigiana fu quella di dialogo con la popolazione civile, affinché la propaganda nemica non avesse diffusione. In particolare, fu curato dalla polizia partigiana l'aspetto dell'intendenza, cioè il prelievo di bestiame e cibo dai contadini. La polizia partigiana controllava che anche le formazioni più lontane rispettassero gli usi e le consuetudini, evitando rapine, espropriazione per scopo di lucro, prepotenze o vendette indiscriminate. In caso di furto, si tentava di recuperare la refurtiva e punire i colpevoli, la giustizia partigiana cercava di essere rapida ed intransigente verso coloro che sbagliavano. I reati, che potevano portare anche alla fucilazione, furono lo spionaggio ed alcuni reati comuni, che mettevano in cattiva luce il movimento della resistenza agli occhi della popolazione. La giustizia fu affidata a un tribunale partigiano ed alcuni processi, furono inevitabilmente di tipo sommario, conclusi a volte con la fucilazione. Fu solo nel 1945, che la polizia partigiana raggiunse un grado di efficienza tale, da riuscire ad avere tra le loro file ex-carabinieri e la possibilità di dividere in due settori diversi la medesima organizzazione, cioè il reparto polizia e quello del servizio informazioni. Il servizio informazioni gestiva l'intero organigramma dei vari informatori, tenuti in collegamento attraverso l'attività delle staffette, compito molto spesso affidato a delle donne, che davano meno nell'occhio. A guerra finita, la polizia partigiana dovette farsi carico della gestione dei tantissimi prigionieri nemici, la cui posizione doveva essere vagliata caso per caso. Furono costituite speciali commissioni di epurazione e tribunali del popolo, le presidenze vennero affidate a procuratori e personaggi eminenti delle varie località in cui furono celebrati i processi a carico di coloro che si erano macchiati di gravi colpe durante il regime. La polizia partigiana, in realtà, non avrebbe dovuto decidere nulla, perché dopo la fase di controllo, investigazione, prelevamento ed accertamento, il loro compito si doveva concludere. Toccava poi al Comando ed in seguito al tribunale decidere cosa fare e quale sentenza emettere.

 
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