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Pannoni

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Col nome di Pannoni, i Romani comprendevano un gran numero di tribù abitanti a oriente dell'Italia e della Dalmazia, fra queste e il Danubio e nei territorî della Sava e della Drava. Gli scrittori greci assimilavano il nome Pannoni a quello di Peoni, e facevano pertanto i Pannoni della stessa stirpe dei Traci: ma Dione Cassio stesso già nell'antichità, negava tale assimilazione. I Pannoni erano invece certamente di razza illirica, con forte commistione di elementi celti, venuti nei tempi antichi nella regione, e in parte rimastivi. Erano divisi in tribù, più o meno indipendenti fra loro, e, secondo Appiano, non avevano città, ma vivevano in villaggi o sparsi nelle campagne; fra le tribù più importanti sono da ricordare quella dei Breuci fra la Drava e la Sava, quella dei Boi a nord della Drava intorno a Savaria, quelle degli Azali e degli Aravisci ancora più a settentrione e a levante, più presso al Danubio; erano numerosissimi, potendo mettere sul piede di guerra fino a centomila uomini. Quando i Romani vennero per la prima volta a contatto con loro, essi vivevano ancora in uno stadio di civiltà corrispondente a quello di La Tène: peraltro la fondazione di Aquileia e i commerci avviati da questa con il bacino danubiano dovevano avere già fatta sentire l'influenza romana almeno nella parte della regione più prossima all'Italia. Appiano ricorda una spedizione sfortunata contro di loro di un Cornelio, non bene precisato, che possiamo fissare verso la metà del sec. II a. C. . Sappiamo invece che contro di loro mosse Ottaviano nel 35-34 a. C. dopo aver combattuto contro i Dalmati: la fortezza di Siscia (Segesta) sulla Sava fu presa e occupata, perché servisse di base per imprese più lontane. Dalle quali tuttavia Ottaviano stesso dovette per il momento desistere, perché stretto da altre necessità; il compito fu ripreso da Tiberio nel 12 a. C.: in tre campagne successive (12-10 a. C.), di cui invero sappiamo ben poco, egli sottomise i Pannoni e affermò fra di loro la soggezione a Roma; nominalmente già allora il confine romano fu portato al Danubio, ma a questo non si arrivò effettivamente se non nella Rezia e nel Norico, di cui ancora faceva parte Carnunto: più verso levante e a mezzogiorno la zona occupata fu soltanto quella fra la Sava e la Drava; tutta la regione fu compresa nella grande provincia dell'Illirico. Quanto tuttavia fosse ancora instabile il dominio di Roma, che, come spesso, i primi mandati a rappresentarlo resero con la loro amministrazione esosa ancor più inviso ai popoli da poco sottomessi, lo si vide qualche anno dopo, quando, apprestandosi Tiberio nel 6 d. C. alla spedizione contro Maroboduo, un'insurrezione scoppiava in tutto l'Illirico a fermarne ogni movimento. Dalmati e Pannoni si levarono contro Roma, capitanati i primi da un tal Bato, i secondi da due Breuci, uno pure di nome Bato, e un secondo di nome Pinne. Nonostante l'ingente esercito di cui disponeva Tiberio, dieci legioni e numerose truppe ausiliarie, gl'insorti gli tennero testa per tre anni, e solo nel 9 d. C., grazie anche al tradimento di alcuni dei capi, l'insurrezione poté essere domata. Conseguenza naturale ne fu un consolidamento del possesso da parte di Roma, per cui l'imperatore credette giunto il momento di dividere l'Illirico in due provincie separate, la Dalmazia e la Pannonia, che furono anche da principio denominate semplicemente Illirico superiore la prima, e Illirico inferiore la seconda. Questa confinava a occidente col Norico e con l'Italia: la divideva dal primo il monte Cezio e una linea passante a oriente di Solva e di Celeia, il confine con la seconda fu dapprima alle Alpi Giulie; sul principio del secondo secolo d. C. Nauporto ed Emona furono comprese nell'Italia e cessarono di far parte della Pannonia. Il confine con la Dalmazia fu alquanto più a sud del corso della Sava; quello settentrionale ed orientale al Danubio.
Verso questo tende ormai ad allargarsi l'effettivo dominio romano: e tale progressiva espansione è il compito delle generazioni e degl'imperatori succeduti ad Augusto.
Alla morte di questo, tre legioni stanziavano nella Pannonia, e i loro campi erano a Emona, e, pare, a Siscia e a Sirmio; Carnunto era già occupata, ma solo forse da truppe ausiliarie. Claudio dà il diritto di colonia a Savaria; egli stesso porta le legioni più avanti, verso o addirittura sul Danubio a Poetovio e a Carnunto, distaccata frattanto dal Norico e aggregata alla Pannonia; Vespasiano fa avanzare ancora la legione di Poetovio a Vindobona. Ai Flavî, Scarbantia deve il titolo di municipio, Sirmio e Siscia quello di colonia. La conquista della Dacia si riflette naturalmente nelle condizioni della Pannonia, cui dà maggiore sicurezza; i confini dell'una non toccavano invero quelli dell'altra, anzi tra le due provincie, a est di quel tratto ove il Danubio scorre da nord a sud, rimaneva, e rimase sempre anche dopo, un lungo corridoio abitato dagli Iazigi indipendenti: ma questi, stretti da due parti dal dominio di Roma, non potevano non mantenersi verso di questa in un atteggiamento di fedele clientela.A Traiano, fra il 102 e il 107, si deve la divisione della Pannonia in due provincie: la superiore a Occidente, l'inferiore a Oriente; il confine tra le due era segnato da una linea scendente in direzione nord-sud da oriente di Brigezio sul Danubio a oriente di Servitium sulla Sava. Il governo ne fu affidato a due legati, uno consolare nella Pannonia superiore, uno pretorio nell'inferiore: dopo M. Aurelio anche questo divenne consolare; la guarnigione militare fu costituita nella prima da tre legioni (oltre a quelle di Carnunto e di Vindobona, un'altra era a Brigezio), nella seconda da una sola legione, che pare fosse dapprima ad Acuminco, poi ad Aquinco, sede del governo della provincia. Con il consolidarsi della pace si accompagna il progresso della vita municipale, cui Adriano dà impulso facendo colonie sia Aquinco sia Mursa, presso la confluenza della Drava col Danubio.Marco Aurelio, dopo le guerre contro i Marcomanni, ebbe l'idea di formare due nuove provincie a nord del Danubio: la Marcomannia e la Sarmazia; il suo progetto non ebbe seguito per la morte che lo colse a Vindobona. Tuttavia è certo che al di là del fiume erano stabilite guarnigioni romane, che, mentre da un lato costituivano una prudente avanguardia della difesa del confine, servivano d'altro lato a proteggere gli attivi scambî commerciali che da questa parte già da tempo intrattenevano con l'impero le popolazioni della libera Germania. Resti di castelli e di opere militari romane sono stati riconosciuti luoghi oggi compresi nel territorio cecoslovacco, come non sono infrequenti da questa parte i rinvenimenti di monete romane.
Il predominio assunto dall'esercito nel sec. III conferisce alla Pannonia, come alle altre provincie danubiane, tutte di carattere prevalentemente militare, una parte determinante nella vita dell'impero. Sono molto spesso le legioni del Danubio quelle che acclamano gl'imperatori, più d'uno dei quali esce da famiglie romanizzate di queste regioni: due, Aureliano e Probo, sono Pannoni. Né minore è l'influenza che, secondo alcuni, le stesse provincie avrebbero esercitato anche nel campo della cultura e dell'arte.Quasi in contrasto con tale funzione è l'agitata vita che le provincie medesime, e la Pannonia fra esse, conducono in questo periodo, oggetto come sono di frequenti attacchi e invasioni da parte dei barbari di oltre Danubio: sui confini della Pannonia sono soprattutto i Goti che premono; fra il 268 e il 285 è una serie di guerre, che Claudio II, Aureliano e Probo conducono con vario successo: tanto Claudio quanto Probo muoiono a Sirmio, l'uno di peste e l'altro per tradimento, mentre tengono il campo in difesa della provincia.Con l'ordinamento dioclezianeo le due Pannonie furono spezzate ciascuna in due provincie più ristrette; altri mutamenti si ebbero d'altro canto dalla parte del Norico, cui fu aggregato il territorio di Poetovio. La Pannonia superiore fu divisa in Pannonia prima a nord della Drava, e in Savia, che fu la parte meridionale della vecchia provincia, comprendente il territorio fra la Drava e la Sava con Siscia; la Pannonia inferiore diede luogo alla P. secunda e alla Valeria, così detta in onore della figlia di Diocleziano: l'ultima, cui fu unito anche il territorio di Brigezio, venne ad essere il distretto più importante, comprendendo tutta la linea del limes, all'infuori del piccolo tratto fra la Sava e la Drava intorno a Sirmio, che era della Pannonia secunda: ogni provincia fu retta da un consularis. La Pannonia prima, la Valeria e la Savia furono soggette al prefetto del pretorio dell'Italia, la Pannonia secunda dapprima a quello dell'Illirico, poi anch'essa, come le altre, a quello dell'Italia: tutte insieme formavano la diocesi delle Pannonie, cui erano uniti anche il Norico e la Dalmazia.Alla fine del sec. IV nuove e più gravi invasioni dei barbari determinarono per i Romani la perdita di buona parte della provincia: invero i Quadi furono respinti nel 375 da Valentiniano I, morto subito dopo nella regione; ma nel 378, dopo la vittoria riportata su Valente ad Adrianopoli, i Goti occuparono quasi per intero la Pannonia, di cui soltanto una parte, verso i confini del Norico e della Dalmazia, rimase in effettivo dominio di Roma. Fu in questa parte che nel 388
Teodosio affrontò e vinse due volte, a Siscia e a Poetovio, le truppe di Massimo. Circa il 427 la città di Sirmio era ceduta da Valentiniano III all'impero d'Oriente: essa era allora quasi l'unico punto della provincia rimasto in possesso dei Romani; pochi anni dopo (circa il 441) anch'essa cadeva nelle mani degli Unni.La Pannonia fu, al pari della Mesia e della Germania, una provincia di carattere militare; la sua romanizzazione pertanto prese le mosse e si irradiò dai campi delle truppe legionarie e ausiliarie: i vici degl'indigeni, già da prima esistenti nei luoghi degli accampamenti, si fusero a poco a poco con le canabae sorte presso gli accampamenti stessi, e diedero luogo a centri cittadini come Carnunto, Vindobona, Aquinco, Mursa. Altri di questi dovettero il loro sviluppo alla deduzione di colonie di veterani, come Poetovio; altri infine (Savaria, Scarbantia) all'urbanizzazione delle tribù indigene, e alla conseguente concessione a loro dei diritti municipali. Alcune di quelle tribù godevano, già in antico, fama di facili assimilatrici dei costumi e della lingua di Roma: erano certo quelle più vicine ai confini dell'Italia e del Norico, e quindi in più stretto contatto con quella e con questo; già si è detto come la regione di Emona e Nauporto fosse, a un certo momento, incorporata all'Italia. Ma come di solito la diffusione della civiltà di Roma non portò all'abbandono completo da parte degl'indigeni delle loro abitudini e della loro religione: divinità pannoniche, come Latobius, Laburius, Chartus, sono ricordate dalle iscrizioni latine, e in poche provincie forse, più che nella Pannonia, le stele sepolcrali con le immagini dei defunti ci dimostrano un tenace attaccamento alle forme di vestiario e ai modi di acconciatura tradizionali, soprattutto da parte delle donne. Dal sec. II in poi, forte fu anche l'influenza orientale.Dal punto di vista economico la Pannonia fu prevalentemente un paese agricolo, ma il progresso dell'agricoltura fu dovuto in gran parte ai Romani; ché gli scrittori del sec. I descrivono la regione come fredda e improduttiva, e coperta da vaste foreste; il legname rimase tuttavia anche dopo una delle più importanti merci d'esportazione. Le iscrizioni ricordano dei procuratores di miniere, e precisamente di miniere d'argento; sappiamo altresì dell'esistenza nella provincia di fabbriche d'armi.


 
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