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Longobardi

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A tutt’oggi non si sa ancora con precisione da dove venissero i longobardi (“lunga barba” o “lunga alabarda”): se direttamente dalla Svezia meridionale (come vuole il mito) o dalla regione del basso Elba, nella Germania settentrionale (come vogliono altre fonti).
Sicuramente nel 10 a.C. erano presenti in questa regione, dato che appartenevano al grande gruppo dei popoli svevi, sconfitto in battaglia dall’imperatore Druso.
Dopo un’altra sconfitta, nel 5 d.C., da parte dell’imperatore Tiberio, i longobardi si erano stanziati nel Mecklenburgo (regione a est di Amburgo), anche se quattro anni dopo il disastro delle legioni romane nella foresta di Teutoburgo davanti ai germani di Arminio, è probabile che i longobardi abbiano rioccupato le loro sedi a sinistra dell’Elba, nel Lünenburg (tra Amburgo e Brema).
Tuttavia nel II sec. le fonti dicono ch’essi erano divisi in due gruppi: uno stanziato sempre sul basso Elba, l’altro invece, di minore entità, sul basso Reno.
Finché poterono restare stanziali, i longobardi erano del tutto pacifici, adoratori di divinità anche femminili, protettrici dei raccolti e degli animali. Fu lo scontro con la civiltà schiavista romana e i conflitti con le popolazioni nomadi provenienti dalle steppe asiatiche (unni, avari…), anch’esse vessate dalle civiltà schiaviste là presenti, che fecero diventare i longobardi un popolo guerriero, il cui principale dio si chiamava Odino.
Questi fatti, cui va aggiunta la sconfitta dei quadi e dei marcomanni contro Roma nel 167 d.C., comportarono nuove migrazioni di massa di diverse tribù germaniche, tra cui appunto i longobardi, i quali si diressero verso il Danubio (Austria e Boemia), guidati per la prima volta da un re: Agilmundo.
Alla fine del IV sec. quasi tutti i longobardi si stanziarono nelle terre appartenenti a visigoti e ostrogoti che, pressati dagli unni, avevano sfondato i due principali confini fluviali dell’impero: il Danubio e il Reno.
Col re Lamissio i longobardi riuscirono a sbaragliare gli unni e un secolo dopo erano in grado di sottomettere gli eruli, oltrepassando il Danubio, col re Vacone. Ora avevano un regno di tutto rispetto, che si estendeva dalla Boemia all’Ungheria.
I bizantini di Giustiniano, poiché erano impegnati a riconquistare l’Italia contro gli ostrogoti, concessero, per ragioni strategico-militari, ai longobardi di occupare, nel 547-48, tutti i territori che mettevano in comunicazione i Balcani con l’Italia: Pannonia meridionale (bassopiano ungherese) e Norico mediterraneo (Slovenia e Corinzia): qui poterono combattere con successo contro i gepidi.
I bizantini apprezzavano le loro doti militari e cominciarono a utilizzare molti loro fanti sia contro i persiani che contro gli ostrogoti.
Tuttavia, dopo la sconfitta di quest’ultimi, il generale bizantino Narsete si vide costretto a riportare i longobardi in tutta fretta e sotto buona scorta nei loro territori pannonici, in quanto in Italia si erano abbandonati a crudeltà e saccheggi inauditi.
La rottura dei rapporti con Bisanzio avvenne intorno al 550, allorché i bizantini, per cercare di ridimensionare il potere dei longobardi, favorirono la riscossa dei gepidi.
Sentendosi isolati e minacciati i longobardi si allearono con gli àvari (cavalieri nomadi di stirpe mongolica) e sconfissero duramente i gepidi. Fu proprio dopo questa vittoria che decisero inaspettatamente, nel 568, di partire per l’Italia, con l’intenzione di conquistarla, lasciando completamente agli àvari i loro territori in Pannonia.
Non è mai stato chiarito questo fatto. E’ difficile infatti pensare che la decisione di partire così in massa fosse dettata dal fatto che i loro rapporti con gli àvari s’erano gravemente guastati.
La partenza per l’Italia infatti non fu una semplice spedizione militare, come in genere avveniva con le popolazioni barbariche, e non fu neppure un ingresso autorizzato da Costantinopoli (come nel caso degli ostrogoti), ma l’esodo spontaneo di un intero popolo, e non riguardò soltanto i longobardi ma anche parti di altri popoli: svevi, sarmati, bulgari, gepidi e ben 20.000 sassoni. La stima totale va da un minimo di 100.000 a un massimo di 300.000 uomini, donne, bambini e anziani (il 4,5 per mille della popolazione italiana).
Superarono le Alpi Giulie nel 569 e nel Friuli costituirono subito un saldo presidio militare che li proteggesse da eventuali incursioni da parte degli àvari (cosa che poi avverrà, in maniera rovinosa per la città di Cividale, al tempo del duca Gisulfo). Il re Alboino si assicurò anche la neutralità se non l’alleanza dei franchi, presenti in tutto l’arco alpino.
Senza incontrare apparenti ostacoli, essi poterono insediarsi molto facilmente a Treviso, Vicenza, Verona, Milano…, evitando il più possibile le coste e quindi trascurando la resistenza bizantina asserragliata nelle lagune venete.
Va detto che le ventennali, disastrose guerre greco-gotiche avevano prostrato notevolmente le forze della popolazione italica, già saccheggiata dai vandali, soggetta a una forte competizione economica da parte della Gallia, e provata anche da una terribile epidemia di peste, seguita da una forte carestia, che coinvolse soprattutto la Padania. Per non parlare delle intense inondazioni e alluvioni che flagellarono buona parte della penisola intorno al 590. E va detto anche che i bizantini erano militarmente molto impegnati nei Balcani (con gli àvari e gli slavi) e in Persia, per cui nei confronti di questi nuovi invasori non avevano forze sufficienti da impiegare.
Tuttavia, nonostante tutti questi fattori negativi, resta poco spiegabile l’assoluta passività delle città, tenuto anche conto della pochezza dei longobardi quanto all’arte dell’assedio: di regola essi riuscivano a entrare nelle città solo dopo averne saccheggiato duramente le campagne circostanti, ottenendo così la resa per fame.
La cosa più strana è che alcuni vescovi (in quel momento peraltro unici veri rappresentanti delle popolazioni urbane) fuggivano dalle loro diocesi per rifugiarsi nei domini bizantini; altri invece patteggiavano tranquillamente la resa evitando violenze di sorta.
Un comportamento del genere fa pensare che l’ingresso massiccio di queste popolazioni germaniche, non preceduto da alcuna incursione militare, da alcun incidente creato ad arte (casus belli
), sia stato in qualche modo preparato almeno da una parte cospicua della stessa popolazione italiana, la quale doveva aver garantito che l’ingresso di donne, vecchi, bambini sarebbe stato indolore.
Oggi si è dell’avviso che se nell’Italia del nord-est la difesa bizantina non riuscì a trovare alcuna possibilità di concordare con le popolazioni locali guidate dai vescovi una qualche forma di resistenza all’invasione, ciò dipese anche dal fatto che esisteva un conflitto in atto tra Roma e Bisanzio relativo alla questione dei “Tre Capitoli”.
Sicché i longobardi non fecero altro che sfruttare un contenzioso aperto. Fu loro permesso di entrare da parte di quei cattolici autonomisti che, forti economicamente, ambivano a indebolire notevolmente la presenza imperiale in Italia. Non si trattava quindi di una questione “teologica” quanto piuttosto di una questione “politica”, sostenuta da una sorta di chiesa separatista, che nell’area settentrionale della penisola si sentiva più agguerrita rispetto anche alla sede romana (e che probabilmente trovava nella chiesa franca un’alleata).
L’occupazione della penisola italica e la loro fine
La città più importante che Alboino aveva intenzione di occupare, proprio per impedire le comunicazioni tra i bizantini dell’Adriatico e quelli del Tirreno, fu Pavia, ex-sede del re goto Teodorico, da dove aveva governato l’Italia. Caduta la città, i bizantini persero il controllo di tutta l’Italia a nord del Po.

Ci vollero tre anni per costringerla alla resa. Tuttavia dopo pochi mesi Alboino veniva assassinato a Verona per mano di un sicario di Rosmunda, figlia di quel re gepido Cunimondo, che Alboino stesso aveva ucciso in Pannonia.
Rosmunda era stata costretta a sposare Alboino allo scopo di garantire ai longobardi la fedeltà dei gruppi gepidi superstiti. L’omicidio di Alboino, cui seguì quello del successore Clefi, veniva a soddisfare una sete di vendetta, ma è probabile che dietro vi fosse una regia destabilizzante di marca bizantina. Rosmunda infatti, subito dopo il delitto, fuggì a Ravenna sotto la protezione del prefetto Longino (il quale addirittura le chiese di sposarla), portando con sé Elmichi (che aveva cercato invano di sostituirsi ad Alboino), una figlia di Alboino e tutto il tesoro regio. I guerrieri al seguito di Rosmunda si allearono con l’Esarcato. La fonte Paolo Diacono narra poi che Rosmunda ed Elmichi si uccisero a vicenda col veleno.
Quando nel 568 i longobardi si erano impadroniti della maggior parte dell’Italia settentrionale e centrale, sotto il dominio di Bisanzio, in Italia, restavano solo il territorio di Ravenna, il Mezzogiorno (Puglia, Calabria, Campania) e la Sicilia. Ai longobardi tuttavia appartenevano anche il ducato di Spoleto e, in parte, quello di Benevento, i cui confini non erano certo di poco conto, in quanto vi erano esclusi solo i territori di Calabria, Puglia, Sicilia e alcune località costiere dell'odierna Campania.
La fine del dominio longobardo in Italia fu decisa dalla chiesa romana, la quale era intenzionata a crearsi un proprio regno italico, a partire dal Ducato romano, e voleva impossessarsi dei territori bizantini, il primo dei quali era l'Esarcato ravennate.
Poiché i longobardi, una volta cacciati i bizantini dall'Esarcato, non avevano intenzione di cederlo alla chiesa, questa pensò di rivolgersi ai franchi di Pipino il Breve, il quale, sconfitti a più riprese i longobardi e conquistato il territorio di Ravenna, lo consegnò al papa, dando così inizio al potere temporale della chiesa romana (un regno che praticamente isolava completamente la parte settentrionale da quella meridionale della penisola).
A dir il vero la chiesa si aspettava che i franchi le cedessero tutti i territori sottratti ai longobardi, ma Carlo Magno, divenuto re dei longobardi e dei franchi (774), si limitò a riconoscerle soltanto il possesso dell'Esarcato.


 
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