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La Rivoluzione Cinese (1911-1949)

Storia > Storia contemporanea > Le Rivoluzioni

La rivoluzione democratico-repubblicana cinese ebbe inizio con la rivolta di Wuchang (1911), durante la quale la maggioranza delle province meridionali della Cina aderirono alla nuova entità statale. Le forze che avevano lottato per la democrazia diedero vita nel 1912 al Kuomintang (Partito nazionalista), guidato da Sun Yat-sen (1866-1925). La proclamazione della repubblica avvenne il 1° gennaio 1912.
Pochi mesi dopo, Sun Yat-Sen, per evitare ulteriori conflitti, rinunciò alla presidenza a favore di Yuan Shikai, generale dell'esercito del nord.
Alla caduta dell'ultimo imperatore della Cina, Pu Yi, le province periferiche del Tibet e dello Xinjiang si resero autonome. La Mongolia divenne indipendente perché era un territorio della Corona e, alla fine della dinastia, non sussistevano ormai più legami con la Cina.
Nel 1913 Yuan Shikai sciolse il parlamento e iniziò un processo di accentramento su di sé che lo avrebbe quasi portato, nel 1916, ad essere insediato come imperatore, se in quello stesso anno non fosse morto, lasciando però la parte settentrionale della Cina alla mercé dell'anarchia dei governatori locali delle province. In pratica il Kuomintang dominava nella parte meridionale del paese, mentre a nord spadroneggiavano i "signori della guerra", cioè i governatori militari delle province.
Intanto nel 1915 il Giappone aveva presentato al debole governo cinese ventuno richieste, nelle quali si imponeva il riconoscimento degli interessi giapponesi sul territorio cinese, nonché la partecipazione di consiglieri giapponesi alla pubblica amministrazione.
Nel 1921 venne fondato a Shanghai il Partito comunista cinese. Nello stesso periodo il Kuomintang venne riorganizzato come moderno partito di massa. Il Kuomintang, unitosi al Pcc, costituì a Canton un governo alternativo a quello di Pechino.

La prima fase di esistenza del Partito comunista viene definita epoca delle "basi rosse" (1927-1934), nel senso che nelle "aree liberate" furono adottati importanti atti normativi, tra cui la distribuzione delle terre ai contadini, la parità dei diritti tra uomini e donne, la repressione dell'usura, del brigantaggio e della corruzione morale che regnavano nel paese.
Il Pcc cercò di sviluppare, nelle basi rivoluzionarie rurali sotto il suo controllo, un proprio sistema giudiziario e di governo. Grazie alla figura predominante di Mao Zedong si giunse, alla fine del 1931, alla fondazione della Repubblica sovietica cinese. La legittimazione legislativa dell'evento fu fornita dalla stesura di una bozza costituzionale che prevedeva la distribuzione di tutto il potere nelle mani di operai, contadini, soldati dell'Armata Rossa (il nuovo nome attribuito all'esercito comunista) e chiunque appartenesse ad una classe sociale riconosciuta povera.
Dopo la morte di Sun Yat-sen (1925), andò al potere nel Kuomintang il generale Chiang Kai-shek, che costituì a Nanchino un governo, appoggiandosi alle potenze straniere, ruppe le relazioni con l'Urss, eliminò in un primo tempo la componente comunista dall'esercito (1926) e in un secondo tempo costrinse le forze comuniste alla clandestinità (1927), dando inizio ad una guerra civile che sarebbe terminata solo nel 1949.
In tale contesto Mao Zedong, individuando nelle masse contadine la maggiore forza rivoluzionaria, costituì nelle zone rurali del Sud basi comuniste dotate di proprie forze armate, con lo scopo di appoggiare l'azione contadina contro i proprietari e di respingere le offensive governative.
Nel 1931 Mao fu eletto presidente di una Repubblica sovietica con base nel Jiangxi, nel sud del paese. Ma nel 1934 le truppe nazionaliste ebbero il sopravvento. Allora, per sfuggire all'accerchiamento, con una marcia di 10.000 km (Lunga marcia) i 100.000 comunisti, fortemente decimati (si salvarono in 30.000), si trasferirono nel Nord-Ovest, dove Mao organizzò nuovamente uno Stato da lui diretto con l’appoggio dei contadini.
Intanto la crescente aggressività giapponese portò all'invasione della Manciuria (1931) e di Shanghai (1932). Il governo di Chiang Kai-shek preferì però continuare la guerra civile, lasciando campo libero ai giapponesi.
Nel 1936 i generali di Chiang Kai-shek, arrestarono quest’ultimo costringendolo a parlamentare con i comunisti e a formare un fronte unico antigiapponese. Ci volle però l'invasione giapponese della Cina (1937-45), a far sì che comunisti e nazionalisti si unissero per respingere gli aggressori, pur mantenendo ognuno la propria autonomia d'azione. L'esercito del Kuomintang fu travolto dai giapponesi, che nel 1937-41 avevano anche sottratto l’Indocina alla Francia. Furono i comunisti a organizzare la guerriglia nelle campagne, che poi fu vittoriosa.
Con la sconfitta dei paesi dell'Asse nella II guerra mondiale, la Cina si ritrovò fra le potenze vincitrici, ottenendo un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'ONU.
L'epoca post-bellica (1946-1949) si sviluppò nell'arco di tempo che va dalla capitolazione del Giappone alla fondazione della Repubblica Popolare. In questo periodo scoppiò di nuovo la guerra civile (1946), tra il Kuomintang, appoggiato dagli Usa, che aveva una netta superiorità militare, e i comunisti di Mao, che, appoggiati dalla popolazione, potevano contare su una superiorità politica e sociale. Infatti riuscirono a sbaragliare facilmente gli avversari (1948-49), che si rifugiarono nell'isola di Taiwan, dove Chiang Kai-shek costituì un suo governo e dove morì nel 1975.
Il 1° ottobre 1949 Mao, stabilito il governo a Pechino, proclamò la nascita della Repubblica Popolare di Cina, che sancì la fine della rivoluzione, ma non la possibilità di riavere Taiwan. Il partito comunista abolì tutta la legislazione nazionalista definita "lo strumento volto a proteggere il potere dei latifondisti, dei compradores, dei burocrati e dei borghesi".


 
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