La Guerra Fredda 2° Parte (Riassunto) - MondoStoria

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La Guerra Fredda 2° Parte (Riassunto)

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1945-1954: la guerra fredda in Asia e la corsa agli armamenti
Lo scenario mondiale della guerra fredda ebbe importanti conseguenze anche in Asia, dove assunse primaria importanza l’ascesa della Cina. Nel 1945, subito dopo la disfatta del Giappone, l’alleanza fra i nazionalisti di Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Tse-tung si dissolse a causa dei contrasti sorti fra i due leader sulla forma da dare alla Costituzione: secondo Mao essa doveva ricalcare quella sovietica e ispirarsi ai principi del maxismo-leninismo; secondo Chiang doveva invece essere ispirata a un sistema parlamentare di orientamento democratico-liberale. I contrasti sfociarono in una cruenta guerra civile (1946-1949). I comunisti, che avevano conquistato l’appoggio delle masse contadine, riuscirono a prevalere su Chiang, al quale nel 1948 venne oltretutto a mancare l’appoggio degli Stati Uniti, impegnati a concentrare tutti i loro sforzi politici ed economici in Europa. Dopo avere occupato nel corso del 1948 la Manciuria e la parte settentrionale e centrale della Cina, nel gennaio 1949 l’esercito popolare di Mao riuscì a entrare a Nanchino.
La vittoriosa avanzata di Mao costrinse a cercare rifugio con i resti del suo esercito nell’isola di Taiwan (Formosa). Qui egli dette vita a uno Stato autonomo e fu riconosciuto dagli Stati Uniti e dai Paesi occidentali come unico e legittimo capo del popolo cinese, in nome del quale Chiang occupò anche il seggio di membro permanente all’Onu e lo detenne fino al 1971, anno in cui sarà assegnato alla Cina di Pechino. Taiwan, da cui Chiang Kai-shel dichiarava di voler portare avanti la liberazione dell’intero continente dai comunisti, divenne così un punto nevralgico della guerra fredda in Asia. Nel frattempo Mao, raggiunta Pechino, dava vita il 1° ottobre 1949 al primo governo della Repubblica popolare cinese, da lui stesso presieduto. Dopo avere compiuto il suo primo viaggio all’estero per firmare con Mosca un trattato di amicizia e assistenza economica (1950), il neopresidente avviò una decisa trasformazione e modernizzazione dello sterminato Paese, ormai quasi completamente unificato, attraverso una riforma agraria che prevedeva la confisca di tutte le terre appartenenti ai grandi proprietari e alle comunità religiose e la loro assegnazione alla popolazione cinese. Questa riforma fu tuttavia insufficiente ad assicurare un livello minimo di sussistenza alla popolazione. Uno dei momenti di maggior tensione della guerra fredda si registrò in Corea, dove esplose una crisi di estrema gravità, in una zona altamente strategica, fra Cina, Unione Sovietica e Giappone. La Corea, possesso giapponese dal 1910, al termine del conflitto mondiale era stata occupata a nord dalle truppe sovietiche e a sud da quelle americane. Il Paese venne temporaneamente diviso, di comune accordo tra le due potenze, da una linea che correva lungo il 38° parallelo.
Il rifiuto sovietico di far svolgere libere elezioni sotto il controllo dell’Onu portò alla nascita di due Stati separati: la Corea del Sud (nel maggio 1948), con capitale Seul, retta dalla dittatura anticomunista di Syngman Rhee, e la Corea del Nord (nel settembre 1948), con capitale Pyongyang, guidata dal Partito comunista di Kim Il Sung. Nel 1950 i Coreani del Nord, forti dell’appoggio cinese e sovietico, varcarono improvvisamente la linea del 38° parallelo e arrivarono a occupare la capitale del Sud, e Seuò, sicuri di poter realizzare l’unificazione della penisola. Gli Stati Uniti però ottennero dal Consiglio di sicurezza dell’Onù l’autorizzazione all’intervento militare: si formò così una forza internazionale comprendente, oltre agli Usa, numerosi Paesi, fra cui Gran Bretagna, Australia, Canada e Turchia. Fu l’inizio di un conflitto che durò tre anni, provocando decine di migliaia di morti fra i militari dei vari schieramenti e ben un milione e mezzo di vittime fra la popolazione civile, e che tenne il mondo con il fiato sospeso, rischiando di sfociare in uno scontro diretto tra i due blocchi. L’armistizio di Panmunjon del 1953 riconfermò, con l’assenso tacito dell’Urss, la precedente ripartizione territoriale. Esso non impedì comunque ai governi della Corea del Sud e del Nord di mantenere sui confini dei due Paesi una situazione di continua tensione e di vera e propria ostilità, sottolineata successivamente dalla costruzione di una lunghissima barriera di cemento armato, eretta lungo il 38° parallelo. La Corea da allora non si è più riunificata e i due Stati non hanno relazioni diplomatiche fra loro, né ufficialmente hanno mai firmato la pace.
La guerra di Corea ebbe come conseguenza quella di far accettare la corsa agli armamenti da parte delle due superpotenze. Fu infatti nel novembre 1952 che gli Stati Uniti fecero il primo esperimento con una bomba H a fusione nucleare dell’idrogeno pesante, e nel 1953 che l’Urss dichiarò di possedere la stessa arma. Si era passati così in pochissimo tempo da ordigni distruttivi della potenza di dieci chiloton (diecimila tonnellate di tritolo), qual era la prima atomica, a ordigni della potenza di vari megaton (milioni di tonnellate di tritolo), quali furono poi le bombe H.
La corsa agli armamenti finì comunque per impegnare la maggior parte delle risorse di usa e Urss nella struttura difensiva invece che nella produzione di beni di consumo e nella prestazione di servizi sociali ai cittadini, e divenne pertanto un fattore di peggioramento delle condizioni di vita in particolare nell’Unione Sovietica, dove la mancanza di un’economia di mercato aveva già pesantemente limitato la produzione al consumo. Essa ebbe però anche un’altra importante conseguenza: la paura della capacità distruttiva della potenza nemica finì per costituire un fattore di equilibrio e di dissuasione al conflitto, visto che lo scoppio di una nuova guerra mondiale avrebbe significato devastazione e annientamento totale per entrambe le parti. Si determinò così il cosiddetto principio delle deterrenza, che dette luogo a una preparazione militare affannosa e soggeta a continue modifiche e costosissimi aggiornamenti per la realizzazione di armi nucleari e non, sempre più sofisticate e capaci di incutere paura all’avversario e distoglierlo dall’intraprendere una guerra diretta.
A partire dall’armistizio di Panmunjon gli Stati Uniti offrirono la loro protezione al governo nazionalista di Taiwan e consentirono al Giappone, ex nemico, di rianimarsi. In questi anni si costituì anche un nuovo sistema di alleanze extraeuropeo finalizzato ad accerchiare l’Unione Sovietica: nel 1951 gli Stati Uniti dettero vita a un’allenza con l’Australia e la Nuova Zelanda e nel settembre 1954 a un’alleanza speculare a quella della Nato, la Seato (South East Asia Treaty Organization), di cui facevano parte Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thainlandia, Pakistan. Gli Usa furono anche i promotori di un’alleanza tra Gran Bretagna, Turchia, Pakistan, Iraq, Iran. Inoltre, nel 1952 entrarono nella Nato anche la Grecia e la Turchia, dove si trovavano già basi militari americane. A loro volta i Paesi dell’Est europeo decisero di stipulare, nel maggio del 1955, il Patto di Varsavia sotto la guida dell’Unione Sovietica. Il patto andava a sostituire gli accordi bilaterali di difesa già esistenti fra l’Urss e i Paesi satellite dell’Est.
Con la vittoria dei comunisti in Cina e, poi, in seguito alla guerra di Corea, gli Stati Uniti cambiarono strategia nei riguardi di Tokyo. Il Giappone, dopo essere stato costretto a cedere tutti i territori conquistati nel corso del conflitto, subì una lunga occupazione militare americana sotto il comando del generale Douglas MacArthur. In questo periodo, che si concluse l’8 settembre 1951 con la firma a San Francisco del trattato di pace con gli Stati Uniti, furono fatte importanti riforme volte alla democratizzazione del Paese: nel 1947 entrò in vigore la nuova Costituzione in base alla quale il Giappone diventava una monarchia parlamentare. La Costituzione dichiarava altresì che il Giappone rinunciava alla guerra, alle forze armate e persino alle industrie belliche. Gli eventi che si verificavano in Asia spinsero però gli Usa a cercare un alleato piuttosto che a punire un nemico già vinto. Da allora il Giappone venne considerato non più un Paese ostile, bensì una nazione alla quale affidare compiti essenziali nei piani di difesa contro l’espansione del comunismo in Estremo Oriente e da aiutare economicamente. Il mutamento di rotta da parte degli Stati Uniti rispetto ai programmi formulati nell’immediato dopoguerra spiega perché la ripresa economica fu così rapida, al punto che il Giappone divenne in pochi anni la terza potenza industriale del mondo dopo Usa e Urss, con un tasso di viluppo medio annuo nettamente superiore a quello dell’Occidente industrializzato e con un bilancio commerciale in perenne attivo. Fino al 1956 il Giappone continuò comunque a restare fuori dalla Nazioni Unite a causa del veto sovietico.

1953-1963: la coesistenza pacifica e le sue crisi
Il 1953 segna una svolta nelle relazioni fra Usa e Urss, che avrà come conseguenza un allentamento, se pur fragile, della tensione fra i due blocchi. Nel 1953 infatti morì Stalin e nel 1955, dopo una serie di contrasti per il potere, il nuovo leader sovietico divenne Nikita Krusciov. Uno dei primi atti compiuti da Krusciov fu quello di partecipare a una conferenza per il disarmo convocata a Ginevra nell’aprile del 1954. L’anno seguente egli si recò a Belgrado per giungere a una riconciliazione con Tito, che pure continuò a non voler allineare la sua politica estera con quella condotta dall’Urss. Durante questo viaggio Krusciov parlò per la prima volta della necessità di una coesistenza pacifica fra comunismo e capitalismo. L’Urss sembrava ormai sempre più decisa ad abbandonare la dottrina dell’inevitabilità dello scontro tra due sistemi ritenuti incili abili, affermata alcuni anni prima. La modifica della linea di condotta dell’Unione Sovietica venne confermata nel corso del XX congresso del Partito comunista sovietico (14-25 febbraio 1956), durante il quale il nuovo segretario denunciò gli errori e i crimini commessi da Stalin. Con la sua relazione, che fu letta in una seduta segreta, ma che ebbe ugualmente un’ampia circolazione in Urss e nei Paesi satellite, Krusciov non negò i meriti del suo predecessore nella trasformazione di un Paese arretrato in un Paese moderno e nella vittoriosa organizzazione dello sforzo bellico contro la Germania nazista. Egli tuttavia, mise per la prima volta in luce la tendenza autoritaria e dittatoriale progressivamente assunta dal regime sovietico dopo la morte di Lenin. A Stalin venivano rimproverati, oltre all’abbandono della direzione collegiale nella gestione del potere, soprattutto il culto della personalità e gli eccessi legati all’imposizione delle direttive di partito in ogni settore. Di conseguenza veniva auspicata una revisione del sistema sovietico (destalinizzazione), imperniata non solo sulla fine dello stalinismo in politica interna, ma anche su una diversa linea di azione in politica estera. Di fronte al XX congresso Krusciov approfondì inoltre i concetti già annunciati nel 1954 durante la visita a Belgrado: egli parlò infatti di evitabilità della guerra con l’Occidente e di possibilità per il socialismo in un quadro di coesistenza pacifica. A questo mutamento di prospettiva nella politica estera sovietica verrà dato il nome di distensione o disgelo.
Nello stesso anno del XX congresso Krusciov sciolse il Cominform, nell’intento di sottolineare con un segno inequivocabile la sua nuova linea politica. Il processo di destalinizzazione rimase però incompiuto e deluse le speranze che aveva suscitato. Non pose infatti in discussione il sistema economico-politico e il modello di vita sovietico, ma soprattutto non eliminò all’interno del Paese quel regime poliziesco e liberticida che trovava la sua aberrante espressione nei gulag, i campi di concentramento in cui continuarono a essere rinchiusi e a morire i dissidenti.
Il nuovo corso annunciato da Krusciov sembrò offrire ai Paesi satellite la speranza di ottenere una maggiore autonomia nei confronti dell’Urss, che parve effettivamente avere allentato la pressione militare ed economica sull’Europa orientale. In Polonia, nell’ottobre 1956, un movimento di operai e di intellettuali guidato dal capo del governo Wladislaw Gomulka cercò di imprimere una svolta alla politica del Paese, espellendo i dirigenti stalinisti del partito e aprendo relazioni commerciali con il mondo occidentale, con l’assenso dei Sovietici. Si trattava di un’assoluta novità, che spezzava la rigida chiusura cui erano stati sottoposti i Paesi satellite nei riguardi dell’Occidente. Le notizie giunte dalla Polonia ebbero un’immediata risonanza nella vicina Ungheria, dove si verificò una vera e propria sollevazione popolare contro il capo del governo Matyas Rakosi. AL suo posto furono nominati due perseguitati dello stalinismo, Imre Nagy e Janos Kadar, rispettivamente capo del governo e segretario del partito. Il nuovo governo stabilì anzitutto in nome di una politica di neutralità di abbandonare l’alleanza militare con l’Unione Sovietica e di sottrarsi al Patto di Varsavia.
Una simile decisione non fu però accettata dall’Urs, che vedeva incrinarsi la cintura di sicurezza creata dai Paesi satellite. Di fronte all’ampiezza delle manifestazioni popolari e al pericolo che il moto dilagasse, l’Unione Sovietica nel 1956 fece intervenire l’esercito per soffocare nel sangue la rivolta. Le disperate richieste d’aiuto rivolte dagli insorti non vennero accolte dagli Stati Uniti e dall’Europa, preoccupati di non rompere l’equilibrio internazionale. La rivoluzione fu pertanto duramente repressa con il ricorso ai carri armati e con l’eliminazione dei leader della rivolta. Imre Nagy venne addirittura giustiziato nel 1958. Kadar, schieratosi a un certo momento contro Nagy, assunse la direzione del governo con l’appoggio dei Sovietici. Egli cercò di attuare, per quanto possibile, una politica di sviluppo economico mirante soprattutto a migliorare le condizioni di vita della popolazione e promosse una blanda occidentalizzazione, che fece dell’Ungheria, negli anni successivi, il Paese più aperto tra quelli dell’Europa dell’est. Mentre accadevano i fatti d’Ungheria, la situazione internazionale venne a sua volta complicata da una vera e propria aggressione contro l’Egitto, eseguita nell’ottobre 1956 da Francia, Gran Bretagna e Israele, conosciuta sotto il nome di crisi di Suez o guerra del Sinai.

1960: Gli Stati Uniti di Kennedy
La politica della coesistenza pacifica, ancora contraddittoria e incerta, sembrò svilupparsi in forme più concrete e precise dopo che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti portarono alla vittoria, nel 1960, il candidato democratico John Fitzgerald Kennedy (1917-1963). Il neoeletto aveva condotto tutta la sua campagna elettorale in politica interna sul tema di una nuova frontiera, come la definì lo stesso Kennedy. Il programma della nuova frontiera prevedeva un forte impegno in alcuni cruciali settori della vita nazionale: la disoccupazione e le assicurazioni sociali; l’educazione; l’assistenza agli anziani; l’integrazione razziale; la parità dei diritti civili per tutte le minoranze. Nello stesso tempo Kennedy era interessato ad aprire anche in politica estera una nuova frontiera nei riguardi dell’Unione Sovietica, seguendo la via della coesistenza pacifica indicata da Nikita Krusciov, pur senza voler rinunciare al predominio americano. Il suo programma prevedeva inoltre un consistente aiuto economico alle nazioni più povere per combattere la miseria, il razzismo e la fame. Grazie alle sue idee Kennedy aveva trovato il consenso elettorale dei cattolici, dei neri e di tutte le minoranze, che avevano avuto poco spazio nel corso delle due amministrazioni del repubblicano Dwight David Eisenhower, il comandante delle operazioni militari alleate nella seconda guerra mondiale, rimasto alla Casa Bianca dal 1953 al 1960. Rispetto al suo predecessore, che aveva seguito un programma improntato esclusivamente sul modello liberale, il neopresidente puntava anche sull’impegno solidaristico-sociale e intendeva contribuire all’evoluzione del concetto di democrazia negli Stati Uniti. Tale progetto di riforme fu tuttavia realizzato solo in parte a causa della decisa opposizione dei conservatori presenti nel Congresso e delle molteplici difficoltà che Kennedy dovette fronteggiare, a cominciare dalle numerose dimostrazioni contro la discriminazione razziale da una parte e dalle violenze perpetrate dai razzisti più intransigenti dall’altra.

1961: Il Muro di Berlino
Nel 1961 una nuova crisi internazionale minacciò seriamente il clima di coesistenza pacifica che sembrava essersi stabilito tra i due blocchi. (Continua...
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La rivoluzione di Fidel Castro a Cuba
Una nuova crisi internazionale esplose nel 1962 a Cuba, isola dell’America centrale sotto l’influenza diretta del capitalismo statunitense. (Continua...
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Kennedy viene assassinato
Il 22 novembre 1963 John Fitzgerald Kennedy veniva assassinato a Dallas. Rimangono ancora oggi sconosciuti i moventi e gli organizzatori dell’attentato, per il quale venne arrestato Lee Oswald, ucciso a sua volta nel carcere di Dallas il giorno dopo l’arresto. L’ipotesi più plausibile è che i mandanti fossero tra coloro che si sentivano danneggiati dalla politica di Kennedy: le forze conservatrici e razziste del Sud, le lobbies mafiose del Nord, gli esuli cubani intenzionati a rovesciare il governo castrista e delusi dal disinteresse del presidente in seguito al fallimento dello sbarco alla baia dei Porci.
Poco tempo dopo anche l’altro protagonista della politica della distensione scompariva dalla scena internazionale: il 15 ottobre 1964, infatti, Krusciov venne sostituito al vertice dello Stato sovietico da Leonind Brexnev perché nessuno, o quasi, dei traguardi da lui indicati era stato raggiunto: né il superamento degli Stati Uniti nella produzione di beni di consumo, né la trasformazione di Cuba in una base missilistica, né il ritiro degli occidentali da Berlino Ovest.

Papa Giovanni XXIII il papa buono
Un notevole contributo al processo di distensione internazionale, che trovava i suoi protagonisti in Krusciov e in Kennedy, venne dato anche dal pontefice Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli (1881-1963), succeduto nel 1958 a Pio XII. Il nuovo papa, infatti, conquistò anche presso i Paesi non cattolici il riconoscimento di un’alta autorità morale, che egli mise al servizio della comprensione fra i popoli, adoperandosi con fervore a salvaguardare la pace e a elevare il tenore di vita di quanti versavano in condizioni di estrema povertà. Con questo spirito realmente ecumenico Giovanni XXIII promulgò due fondamentali ecicliche: La Pacem in terris, dedicata ai problemi della pace, e la Mater et magistra, con la quale aggiornò la dottrina sociale della Chiesa. In quest’ultima, il pontefice affrontava non solo i problemi classici del mondo economico  (proprietà privata, libera iniziativa, moderato intervento dello Stato, giusto salario, congestione degli operai nelle imprese ecc.), ma anche quelli relativi al sottosviluppo dei Paesi poveri e al preciso dovere da parte di quelli progrediti di attuare una valida cooperazione internazionale, eliminando le inutili spese per la realizzazione di paurosi strumenti di rovina e di morte.
Un’altra iniziativa di Giovanni XXIII fu la convocazione del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962). Il concilio si proponeva di discutere i principali problemi contemporanei e di sollecitare la Chiesa ad affrontarli in modo nuovo, abbandonando il tradizionale atteggiamento di condanna nei riguardi delle altre fedi e dei non credenti: tutto ciò al fine di stabilire un dialogo costruttivo con i popoli di tutti i continenti. La Chiesa cattolica, che in precedenza aveva risolto la propria attenzione quasi esclusivamente all'Europa, iniziativa dunque ad aprirsi ai problemi mondiali, grazie soprattutto al contributo dei numerosi padri conciliari provenienti dall'Asia, dall'Africa e dall'America latina, che si fecero portavoce di una realtà fino a qual momento pressoché ignorata dalla comunità ecclesiale europea. Papa Giovanni XXIII scomparve purtroppo prematuramente nel giugno 1963, mentre ancora in atto il concilio da lui convocato e di cui non poté vedere la fine (8 dicembre 1965).

 
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