La Guerra Fredda 1° Parte (Riassunto) - MondoStoria

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La Guerra Fredda 1° Parte (Riassunto)

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Yalta: la divisione dell'Europa in sfere d'influenza
Il futuro assetto politico europeo era stato delineato durante la conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945), pochi mesi prima della sconfitta della Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Qui Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica avevano preso degli accordi politici, anche se in forma non ufficiale, sulla spartizione dell'Europa in sfere d'influenza: all'Urss furono di fatto riconosciute le conquiste già compiute dall'Armata rossa, cioè la Romania, la Bulgaria, gran parte di Polonia e Ungheria, i Paesi baltici, la Iugoslavia. Fu inoltre decisa la divisione dell Germania in zone di occupazione e, nello stesso tempo, furono stabiliti i principi generali cui avrebbero dovuto ispirarsi gli Alleati dopo la guerra: libere elezioni in tutti Paesi d'Europa, diritto dei popoli a scegliere la forma di governo sotto cui vivere (principio dell'autodeterminazione), commercio internazionale aperto.
L'evidente contraddizione tra l'impegno a favorire libere elezioni da un lato, e il riconoscimento delle conquiste militari con relativa spartizione in zone d'influenza dall'altro, sarà all'origine dei contrasti che sorgeranno tra gli Alleati di lì a breve tempo.
La ricostruzione economica: gli accordi di Bretton Woods
Per far fronte alla gravità e alla vastità delle distruzioni causate dalla guerra, era necessaria una politica di collaborazione e di solidarietà internazionale. I Paesi europei, ma anche l’Unione Sovietica, confidavano nel sostegno degli Stati Uniti per far fronte alla ricostruzione. Già nel 1944 i ministri dei Paesi alleati si erano incontrati nella città statunitense di Bretton Woods (New Hampshire), dove avevano deciso di istituire lo sviluppo attraverso la concessione di prestiti a lungo termine e un Fondo monetario internazionale (Fmi) per promuovere la cooperazione internazionale. Il dollaro sarebbe diventato la moneta di riferimento del sistema monetario e degli scambi internazionali. Le due istituzioni, con sede a Washington, entreranno in attività nel gennaio 1947, quando sarà firmato anche l’accordo sul commercio internazionale (Gatt), che stabiliva la progressiva riduzione delle tariffe doganali e dei limiti alle importazioni, con l’evidente scopo di garantire un sistema commerciale aperto alla libera circolazione delle merci e di mettere fine all’economia protezionistica affermatasi dopo la grande crisi del 1929.

La nascita dell’Onu
Accanto alla ripresa economica e monetaria si faceva strada la volontà di procedere a una riorganizzazione internazionale della pace. Nel giugno 1945 venne fondata a San Francisco, per opera di cinquantadue Stati l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Lo scopo dichiarato al momento della sua nascita era quello di assicurare la pace e la sicurezza internazionale, il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo, la promozione dello sviluppo economico, sociale e culturale di tutti i Paesi. Il presidente americano Roosevelt si era più di tutti impegnato nella costruzione di questa istituzione, che andava a prendere il posto della ginevrina Società delle Nazioni, dimostratasi incapace di garantire un mondo pacifico.
Gli organi delle Nazioni Unite erano l’Assemblea generale, a cui partecipavano in modo egualitario tutti gli Stati, e il Consiglio di sicurezza, composto da cinque membri permanenti e da dieci che ne facevano parte a rotazione. I membri permanenti erano gli Stati alleati durante la guerra, e cioè Usa, Urss e Gran Bretagna, cui si univano la Francia (considerata potenza vincitrice sebbene durante la guerra fosse stata governata per metà da un governo collaborazionista) e la Cina nazionalista di Chiang Kai-shek. Gli Usa avevano sostenuto la Candidatura della Cina in quanto, nel giugno 1945, la individuavano come Paese alleato (in funzione antigiapponese) nello scenario asiatico. Ciascun membro permanente aveva un potere di veto: soltanto l’unanimità dei cinque consentiva al Consiglio di sicurezza di poter prendere decisioni vincolanti e dunque di svolgere la sua funzione principale, il mantenimento cioè della pace e della sicurezza tra le nazioni. La prima sessione dei lavori dell’Onu si tenne a Londra nel gennaio 1946.

Il processo di Norimberga (1945-46)
Il conflitto mondiale aveva inesorabilmente incrinato la stessa tradizione di civiltà e di progresso dell’Europa: nella coscienza collettiva europea andò radicandosi infatti l’idea che il vecchio continente avesse prodotto una sorta di male assoluto, esploso con le dittature totalitarie e con il genocidio degli Ebrei, emblematicamente rappresentato dal campo di sterminio di Aushwitz-Birkenau. Per questo nell’agosto 1945 i vincitori decisero di istituire un tribunale militare internazionale con l’incarico di punire i responsabili dei crimini di guerra, in particolare quelli compiuti contro le popolazioni civili, contro i prigionieri e contro gli Ebrei.Vari processi si tennero nella città bavarese di Norimberga dal 14 novembre 1945 al 1° ottobre 1946. Nel processo principale ventiquattro tra i massimi esponenti del nazismo furono giudicati da magistrati che rappresentavano le quattro potenze vincitrici. Conclusosi con tre assoluzioni, dodici condanne a morte e diverse altre a pene detentive, questo processo risulterà nel complesso largamente deludente agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, poiché l’esiguo numero dei responsabili portati alla sbarra decretava, di fatto, l’impunità per la maggior parte dei criminali di guerra nazisti, spesso aiutati a nascondersi e a rifarsi un’identità dalle stesse potenze vincitrici, in primo luogo Usa e Urss.

Potsdam e l’emergere dei primi contrasti tra gli alleati

Nell’estate del 1945 le tre potenze vincitrici ridiscussero la situazione delle frontiere europee nella conferenza di Potsdam (17 luglio- 2 agosto 1945), che si svolse quando ancora la guerra sul fronte del Pacifico non era cessata. Fu il nuovo presidente americano Truman (succeduto a Roosevelt dopo la sua morte) a partecipare alla conferenza insieme a Stalin e a Churchill, primo ministro britannico, sostituito quasi subito dal laburista Clement Attlee, uscito vincitore dalle elezioni inglesi e in carica dal 3 luglio.
I confini fra Polonia e Germania furono spostati, su richiesta di Stalin, sulla linea Oder-Neisse (a spese della Germania rispetto a quanto stabilito a Yalta); fu inoltre resa operativa l’occupazione della Germania, che, smilitarizzata e privata della sua forza industriale, venne suddivisa in quattro zone dove Usa, Francia, Inghilterra e Urss avrebbero assunto poteri di governo. A Potsdam emersero anche i primi contrasti tra potenze occidentali e Urss, soprattutto sul tema dell’autodeterminazione nei Paesi dell’Europa orientale, In particolare l’Unione Sovietica non si mostrava intenzionata a garantire lo svolgimento delle elezioni in Polonia, dove era in carica un governo provvisorio di coalizione (costituito nel giugno 1945) con la netta prevalenza dei comunisti e dove le elezioni libere e pluraliste avrebbero probabilmente portato a una loro sconfitta.

Verso la formazione di due blocchi contrapposti
Accanto alla volontà di collaborazione tra gli Alleati, che si era espressa in una riorganizzazione economica e monetaria (Bretton Woods), in una riorganizzazione internazionale della pace (con l’istituzione dell’Onu), nella creazione di un tribunale internazionale per punire i crimini di guerra (a Norimberga), i contrasti tra i Paesi vincitori, già emersi a Potsdam, erano destinati ad acuirsi. Il 9 febbraio 1946, in un discorso tenuto al teatro Bolscioj di Mosca sui temi della pace e della guerra, Stalin parlò di inevitabilità di un conflitto fra mondo capitalista e blocco socialista. Nel marzo dello stesso anno Churchill, alla presenza del presidente americano Truman, usò per la prima volta la definizione cortina di ferro, per indicare la linea che divideva ormai l’Europa delle democrazie dall’Europa dei regimi comunisti.

Il problema dell’assetto della Germania
Nel frattempo le trattative per la pace con la Germania, cominciate a Londra nel settembre 1945, ripresero a Parigi nell’Aprile 1946. Qui nel febbraio 1947 i ministri dei Paesi vincitori firmarono cinque trattati con Romania, Ungheria, Bulgaria, Finlandia, Italia. Complessivamente l’Unione Sovietica uscì dalla conferenza di pace con 670.000 kmq di territorio in più rispetto ai confini del 1939. A Parigi però non fu trovato nessun accordo sulla Germania: né Usa né Urss avevano infatti intenzione di ritirarsi dalla propria zona di influenza e queste difficoltà nel trovare una soluzione al problema tedesco furono una delle ragioni del deteriorarsi dei rapporti tra Usa e Urss.

La dottrina Truman e la nascita del blocco sovietico
L’unità di azione delle potenze vincitrici contro le forze nazi-fasciste si era così trasformata nel volgere di poco tempo in un antagonismo sempre più marcato, che passerà alla storia con la definizione di guerra fredda. Ad aggravare la tensione fra i due blocchi contribuiva quella che si stava rivelando un’agghiacciante novità nella tecnologia bellica: l’arma atomica, usata dagli Stati Uniti nell’agosto 1945 a Hiroshima e Nagasaki, che ben presto anche l’Urss avrebbe posseduto. L’inizio della guerra fredda venne sancito nel marzo 1947 dalla dottrina Truman, enunciata di fronte al Congresso dal presidente americano in carica. Truman parlò di due modi di vita alternativi: uno fondato sul rispetto delle libertà umane e l’altro sul totalitarismo e sull’oppressione. Egli promise un aiuto incondizionato ai regimi democratici minacciati da movimenti interni o da manovre militari esterne mirante a imporre un ordinamento di tipo comunista. Era la cosiddetta politica del contenimento dell’espansione sovietica in Europa. Nel settembre 1947 Stalin dette vita a sua volta al Cominform (Ufficio informazione dei partiti comunisti), con lo scopo di tenere sotto controllo gli Stati dell’Europa dell’Est che ormai gravitavano nell’orbita dell’Urss e i partiti comunisti dell’Europa occidentale. Con il Cominform nasceva ufficialmente il blocco sovietico.

1948-1949: il sistema di alleanze durante la guerra fredda
I Paesi europei erano a questo punto divisi in due blocchi contrapposti: l’Europa orientale, caratterizzata da regimi di tipo socialista sotto la diretta influenza dell’Unione Sovietica, e l’Europa occidentale, strettamente legata agli Stati Uniti e i cui governi si ispiravano ai principi della democrazia liberale. I due blocchi si diversificavano non solo per l’indirizzo politico, ma anche per le scelte economiche (comunismo, statalista, capitalismo).
Lo Stato sovietico, rispetto alla situazione esistente prima della guerra, aveva incorporato nel proprio territorio l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, nonché alcune parti della Finlandia, della Germania, della Cecoslovacchia, della Romania e della Polonia. Il regime politico aveva assunto sempre più chiaramente la forma di una dittatura di un limitato gruppo dirigente, alla cui testa vi era Stalin. Il modello staliniano di società socialista era stato esteso, nei primi anni del dopoguerra, a tutti gli Stati europei liberati dall’Armata rossa. Attraverso la pressione delle forze di occupazione e dei comunisti locali, tra il 1945 e il 1948 si era venuta così costruendo una catena di Stati satellite, governati inizialmente da coalizioni di partiti di sinistra, ma successivamente sottoposti al predominio di un partito unico, sul modello dello Stato sovietico e controllati direttamente dall’Urss anche dal punto di vista economico. Nell’orbita di Mosca vi erano la Germania orientale, la Polonia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria e l’Albania.
Particolarmente drammatico era il caso della Cecoslovacchia, dove un colpo di Stato effettuato a Praga dai comunisti nel febbraio 1948 aveva costretto il presidente Edvard Benes, eletto nel giugno 1946, a rassegnare le dimissioni e a espatriare, mentre il ministro degli Esteri Jan Masaryk sceglieva di uccidersi piuttosto che sottostare al regime dittatoriale istituito dal comunista Klement Gottwald. Andarono a vuoto invece sia il tentativo compiuto dall’Unione Sovietica di estendere la propria influenza sulla zona degli Stretti (Bosforo e Dardanelli) e di fare così il proprio ingresso nel Mediterraneo; sia le aspirazioni dei partigiani comunisti in Grecia, miranti a far rientrare anche il loro Paese nell’ambito delle nazioni a regime socialista. Una conseguenza della divisione del mondo in due blocchi fu l’allontanamento dei partiti comunisti dalle coalizioni governative dei Paesi dell’Occidente (Francia e Italia), mentre nei gruppo dirigenti degli Stati dell’Est europeo si scatenava la persecuzioni contro i revisionisti, coloro cioè che venivano accusati di abbandono dei principi fondamentali del socialismo.
Quanto il controllo dell’Urss fosse rigido e intransigente è dimostrato da alcuni eventi, come, ad esempio, la condanna mossa da Stalin nei confronti del leader iugoslavo Josip Broz, detto il maresciallo Tito, che aveva guidato la Resistenza contro la Germania nazista. Egli aveva dato vita il 31 gennaio 1946 alla Repubblica socialista federativa iugoslava, che raccoglieva Paesi di etnie diverse: Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia. Alla guida della nuova repubblica federale vi era un governo centrale molto forte, di chiara ispirazione sovietica e rigidamente inquadrato nell’orbita moscovita. I rapporti tra Mosca e Belgrado, tuttavia, si sarebbero ben presto deteriorati: nel giugno del 1948 il partito iugoslavo fu espulso dal Cominform con l’accusa di non avere pienamente applicato le direttive sovietiche. La Iugoslavia, che subì il blocco di ogni rapporto economico oltre alla rottura di tutti i legami politici con i vicini Paesi orientali, seguì da allora la via iugoslava al socialismo (le prime leggi varate andarono in direzione di un socialismo più democratico di quello sovietico). L’isolamento internazionale fu comunque breve, in quanto già nel 1951 gli Usa fornirono al Paese i primi aiuti economici e militari.
L’espressione più tipica della guerra fredda fu senz’altro la questione relativa alla sistemazione della città di Berlino. In base a quanto avevano stabilito Usa, Urss e Inghilterra a Yalta, la Germania era stata smembrata in quattro zone: lo stesso destino era toccato anche all’ex capitale, che si trovava al centro della zona sovietica e che venne divisa in quattro eserciti alleati (americano, sovietico, francese, inglese). Ben presto però, nel clima della guerra fredda, le potenze occidentali decisero di riunificare le zone di loro competenza, per paura che cadessero sotto l’influenza di Mosca. I Sovietici naturalmente si opposero a tale progetto e, nell’intento di costringere gli altri Paesi ad abbandonare Berlino, bloccarono tutti gli accessi stradali e ferroviari alla città. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra risposero organizzando un efficiente ponte aereo, che fra il giugno 1948 e il maggio 1949 consentì di trasportare tonnellate di merci quasi ininterrottamente lungo il ristretto corridoio aereo concesso dai trattati di pace, garantendo così i rifornimenti alla maggiore città tedesca. Alla fine i Sovietici, resisi conto dell’inutilità del blocco economico, cominciarono ai loro propositi, togliendo i posti di controllo.
La risposta alleata non si fece attendere: il 23 maggio del 1949 venne creata la Repubblica federale tedesca (Rft), che raggruppava gli undici Lander (regioni) della Germania occidentale: il suo primo cancelliere, designato con le elezioni che si tennero nel mese di settembre, fu il presidente del Partito cristianodemocratico Kondrad Adenauer (1876-1967), esponente della repubblica di Weimar perseguitato dal nazismo. La Germania occidentale poté così avviare una consistente e rapida ripresa economica, grazie all’effettiva ricchezza del Paese, agli aiuti americani e a una notevole stabilità governativa. A loro volta i Sovietici, il 7 ottobre del 1949, dettero vita, nella Germania orientale da essi occupata, alla Repubblica democratica tedesca (Rdt). La Rft venne riconosciuta solo dal blocco occidentale, la Rdt solo dal blocco orientale: la divisione della Germania era il segno più tangibile della guerra fredda finora raggiunto.
Il 4 aprile 149 fu fondata una nuova alleanza fra i Paesi del blocco occidentale, il cosiddetto Patto atlantico, firmato a Washington tra gli Stati Uniti, il Canada e quasi tutti gli Stati dell’Europa occidentale, compresa l’Italia. La decisione di stipulare questa alleanza fu presa durante il blocco di Berlino e può essere considerata la risposta occidentale al controllo che l’Urss esercitava sui Paesi dell’Europa orientale. Sulla base di tale alleanza si procedette anche alla creazione della Nato (North Atlantic Treaty Organizzation), un organizzazione militare comune che sarebbe intervenuta in caso di attacco sovietico anche a uno solo dei Paesi firmatari. Lo stato di permanente sospetto e di accesa rivalità tra i due blocchi andò crescendo di pari passo con la corsa agli armamenti nucleari. Il 29 agosto 1949 l’Unione Sovietica era infatti riuscita a sperimentare la sua prima bomba atomica a fissione nucleare, uguale a quella sganciata dagli Stati Uniti su Nagasaki nel 1945, grazie all’acquisizione dei piani militari americani ottenuti attraverso lo spionaggio.
Come era facile prevedere, la guerra fredda alimentò negli Usa un’atmosfera di sospetto, aggravata dalla preoccupazione per lo scoppio della prima atomica sovietica. Ciò portò all’approvazione di numerose leggi contro la libertà politica e sindacale, nell’ambito di quel particolare clima di intolleranza politica che prese il nome di maccartismo dal senatore repubblicano Joseph McCarthy, che fu il principale ispiratore. Egli infatti era a capo di una speciale commissione per la repressione delle attività antiamericane, incaricata di individuare, spesso con metodi persecutori, l’eventuale presenza di comunisti negli Stati Uniti e la loro possibile influenza nella gestione del Paese. Si determinò così una lotta accanita al comunismo, o meglio una vera caccia alle strega, che colpì indiscriminatamente chiunque fosse sospettato di essere comunista o una spia dei comunisti. Di tale clima persecutorio furono vittime i coniugi Julius e Ethel Rosemberg, condannati a morte e giustiziati nel giugno 1953 sotto l’accusa di spionaggio atomico a favore dell’Urss: un’accusa mai formalmente provata.

L’Europa del dopoguerra e la ricostruzione economica
L’immediato dopoguerra fu per l’intera Europa, dopo la devastazione del secondo conflitto mondiale, un periodo di ricostruzione economica e sociale. Gli Stati Uniti decisero di intervenire massicciamente con i loro capitali per stimolare il rilancio economico europeo, facendo affluire in sedici Paese (tutti occidentali, con l’eccezione della Turchia) oltre tredici miliardi di dollari (un miliardo e mezzo circa fu destinato all’Italia). Il piano americano di aiuti economici fu elaborato dal segretario di Stato George Marshall (1880-1959) e divenne operativo nell’aprile del 1948 sotto il nome di European Recovery Program (Erp, Programma di ricostruzione europea), comunemente noto come piano Marshall (1948-1958). Questo piano di aiuti economici fu determinato, oltre che dalla volontà di offrire un solido aiuto all’Europa devastata dalla guerra, anche da motivazioni interne, di carattere sia politico che economico. Dal punto di vista politico, gli Stati Uniti intendevano dare solidità all’Europa, considerata esposta al pericolo di una progressiva crescita dell’influenza comunista; dal punto di vista economico gli Usa, essendo l’unica potenza uscita dalla guerra indenne da distruzioni e da invasioni del proprio territorio, avevano un apparato produttivo perfettamente intatto, al quale era indispensabile trovare uno sbocco anche verso il vecchio continente, se non si voleva correre il gravisimo rischio di una sovrapproduzione interna simile a quella verificatesi nel 1929. Il piano, rimasto attivo fino al 1958, si proponeva tre obiettivi essenziali:
1. esaminare le richieste più urgenti avanzate dai singoli Paesi, uniti in un’Organizzazione europea per la cooperazione economica (Oece), con sede a Parigi.
2. formulare programmi comuni in vista della ricostruzione.
3 farli concretamente eseguire sotto un adeguato controllo.
Gli aiuti americani permisero la rinascita dell’Europa occidentale, avviando quel processo di sviluppo socio-economico che ne avrebbe caratterizzato la storia nel ventennio successivo. Nell’Europa occidentale la scelta capitalista portò tra l’altro alla valorizzazione della proprietà privata, della libera iniziativa e del libero mercato e fu accompagnata da una attenzione ai problemi sociali della popolazione, uscita impoverita dalla guerra.
In ambito sociale si segnalò la Gran Bretagna, che per prima ebbe la sensibilità di attuare la politica del Welfare State (Stato del benessere), nella convinzione che un moderno Stato liberale dovesse assicurare ai cittadini, oltre che i diritti politici e civili, anche quel complesso di bei primari (con forme di protezione del lavoro, istruzione pubblica e gratuita, edilizia popolare, creazione del servizio sanitario nazionale, sistema pensionistico) senza i quali essi non avrebbero potuto vivere un’esistenza dignitosa.
Elaborato per la prima volta nel 1942 (piano Beveridge), il Welfare State fu poi attuato in forme moderate nell’immediato dopoguerra dal governo laburista britannico. Le elezioni svoltesi in Inghilterra nel luglio 1945, poco dopo la fine del conflitto, avevano infatti decretato la clamorosa quanto inaspettata vittoria dei laburisti e l’attribuzione della carica di primo ministro al posto di Winston Churchill, al loro rappresentate Clement Attlee (1883-1967).
Particolarmente difficile si presentava invece la situazione della Francia, che portava le ferite del regime di Vichy e del collaborazionismo. Alla fine della guerra si erano formati dei governi di unità nazionale, presieduti dal generale De Gaulle, uno dei principali leader della Resistenza antinazista. Le esigenze di rinascita del Paese si espressero nell’approvazione di una nuova Costituzione (entrata in vigore nel dicembre 1946), che dette vita alla Quarta Repubblica francese).
Ben diversa soluzione fu data ai problemi della ricostruzione nell’Est europeo, dove la situazione politica era legata al comunismo internazionale posto saldamente nelle mani di Stalin. Man mano che la ripresa economica dell’Europa cominciava a divenire una realtà, si rendeva comunque sempre più necessario per i Paesi europei avviare un processo di sviluppo autonomo dalla dipendenza transoceanica. A favorire l’attuazione del primo passo in tal senso fu proprio il piano Marshall, che fin dal 1947 aveva previsto l’assegnazione di consistenti aiuti all’Europa, purché i singoli Stati si fossero tra loro organizzati e avessero raggiunto un accordo per la ricezione e la distribuzione di quanto fosse giunto dagli Stati Uniti. Proprio sulla base di questa necessità pratica si formò un movimento teso all’unificazione europea e al conseguente abbattimento delle barriere doganali. Elaborato all’inizio da un ristretto numero di intellettuali, tale progetto era destinato ad assumere sempre maggiore rilievo nell’opinione pubblica: si cominciò così a parlare di Stati Uniti d’Europa, ovvero di un’entità che riunisse il maggior numero possibile di Paesi europei attraverso un governo di tipo sovranazionale e che fosse in grado di competere con le due superpotenze in campo politico ed economico.
Nel maggio del 1949 dieci Stati europei dettero vita al Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, allo scopo di intensificae i rapporti tra i diversi Paesi aderenti. Il processo di unificazione trovò la sua prima concreta attuazione nell’aprile 1951, allorché si procedette alla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), alla quale aderirono Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Italia e Germania occidentale (Repubblica federale tedesca). Tale organismo, regolato da un’autorità sovranazionale e indipendente dai governi degli Stati membri, divenne un utilissimo strumento di collaborazione economica, finalizzato a superare ogni possibile forma di restrizione nel campo della produzione di carbone e acciaio e a operare super partes nell’interesse dell’intera comunità. Si trattava di un passo, oltre che di natura economica, anche di grande valore politico, perché contribuiva a rimuovere uno dei motivi di secolare contrasto fra la Francia e la Germania, che proprio sul controllo delle zone di produzione del carbone e dell’acciaio avevano sedimentato rivalità profonde. Gli stessi Paesi aderenti alla Ceca sottoscrivevano nel 1957 il trattato di Roma, che dava vita alla Comunità economica europea (Cee), detta anche Mercato comune europeo (Mec), e alla Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), entrate in funzione il 1° gennaio 1958. Tali istituzioni ebbero un ruolo importante nel favorire l’integrazione tra gli Stati membri, anche se limitatamente al campo economico. Le varie iniziative prevedevano infatti l’eliminazione delle tariffe doganali e la libera circolazione della forza-lavoro e dei capitali, ma non condizionavano in alcun modo la sovranità politica dei singoli Stati. Appariva ormai evidente che per arrivare a un’effettiva unità europea bisognava attuare una progressiva limitazione delle sovranità nazionali.


Continua... (Link :La Guerra Fredda 2° Parte)

 
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