La Guerra dei Trent'Anni 1° Parte - MondoStoria

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

La Guerra dei Trent'Anni 1° Parte

Storia > Storia moderna > La Guerra dei Trent'Anni

1555: Pace di Augusta
Carlo V imperatore del Sacro Romano Impero decise di rinunciare all'unità politica e religiosa dell'Impero: coi protestanti accettò la loro libertà religiosa, anche se impose due principi restrittivi:
cuius regio eius religio
, secondo cui i sudditi di uno Stato avrebbero dovuto conformarsi alla religione del loro principe o, in caso contrario, emigrare;
reservatum ecclesiasticum
, secondo cui i beni ecclesiastici secolarizzati prima del 1552 non sarebbero più stati rivendicati dalla chiesa cattolica, mentre se qualche prelato cattolico si fosse convertito al luteranesimo dopo tale anno avrebbe dovuto rinunciare a tutti i benefici e possessi goduti in virtù della propria carica e restituirli alla chiesa cattolica. Poi decise di dividere l'Impero: a Ferdinando I l'Impero e la Boemia e a Filippo II la Spagna, i Paesi Bassi, l'Italia e le colonie americane.
Ma nonostante gli sforzi di molti principi per far funzionare le antiche istituzioni imperiali, erano le alleanze religiose a dominare ora la scena. La necessità di una politica confessionale era accettata senza minima riserva nel Palatinato del Reno (Elettore Federico III, calvinista). Sotto Federico IV il Palatinato era controllato da Cristiano di Anhalt. Costui pensava che per difendere la causa protestante, la restaurazione cattolica andava combattuta su tutti i fronti, non solo entro i confini dell'Impero, ma anche attraverso la promozione di un'alleanza protestante internazionale. Le relazioni più strette erano con la Repubblica Olandese.
L'affaire Cleves-Julich

All'inizio del 1600 si era definito un nuovo centro d'interesse con la discussa successione al cattolico Giovanni Guglielmo, duca di Cleves-Julich, che non aveva figli. Entrambi i pretendenti alla successione erano di fede luterana: l'Elettore Giovanni Sigismondo del Brandeburgo e Philipp Ludwig, duca di Neuburg. Ma gli stati dello Cleves-Julich avevano ricevuto garanzie di appoggio dai cattolici Elettore di Colonia e da Filippo II di Spagna.
Il candidato favorito da Cristiano di Anhalt e dagli olandesi era l'elettore del Brandeburgo. Cristiano concentrò la sua attenzione sulla creazione di un'alleanza esclusivamente tedesca, visto che non aveva trovato alleanze all'estero.
Nel 1607 egli siglò un trattato tra Palatinato, i mangravi di Ansbach e Kulmbach e la città di Norimberga, con lo scopo di proteggere l'Alto Palatinato da un'aggressione della Baviera. Comunque il futuro dell'Unione protestante era lungi dall'essere chiaro.
L'alleanza non era dotata di un programma politico comune e all'interno degli 8 firmatari solo la metà era convinta dell'inevitabilità di una grande guerra di religione. I principi pretendenti al ducato di Cleves-Julich (Giovanni Sigismondo del Brandeburgo e Philipp Ludwig) erano ora sostenuti dall'Unione protestante. Ora Cristiano di Anhalt chiese l'aiuto di Enrico IV di Francia (4 febbraio 1610). L'intervento di Enrico IV trasformò l'affaire
Cleves-Julich da crisi intestina l'Impero in crisi internazionale. Ma le ambiziose manovre francesi furono frenate dall'assassinio di Enrico IV il 14 maggio 1610.
Sempre nel 1610, ma il 10 luglio, fu fondata la Lega cattolica (andava a sostituire la lega di Landsberg, sciolta per bancarotta nel 1599).
La nuova lega era comandata da Massimiliano di Baviera, ma esitava ad intervenire nella crisi di Cleves-Julich, fino a quando il timore che la guerra potesse estendersi dopo la caduta di Julich spinse la Lega a mobilitare un esercito, ma questo provocò dall'altra parte un incremento dei membri dell'Unione protestante: l'Inghilterra nel 1612 e le Province Unite nel 1613 e 13 città. Nessuna delle due parti però voleva entrare in guerra e venne firmata una tregua: il governo dei ducati venne diviso: il Brandeburgo ricevette il Cleves e Neuburg il Julich.
Ma la crisi non era finita: all'interno dell'alleanza si verificò una spaccatura tra le città ed i principi. Nel 1615 le città rifiutarono una guerra che rivendicasse le pretese del Brandeburgo sul Julich: le città non esitarono a utilizzare il loro predominio economico per dettare i termini della nuova alleanza: le città ottennero un diritto di veto per futuri interventi militari comuni. Così l'Elettore del Brandeburgo si ritirò.
Finito il problema Cleves-Julich si aprì un nuovo affaire
: la designazione del successore dell'Imperatore Mattia. La casa degli Asburgo sosteneva Ferdinando di Stiria, i signori del Palatinato gli preferivano Massimiliano di Baviera, nella speranza di dividere gli Elettori cattolici visto che per Federico V non c'erano chances di ottenere la maggioranza nel collegio elettorale. Cristiano di Anhalt (“capo” del Palatinato) decise allora di sollecitare gli Stati rappresentativi protestanti d'Austria e Boemia: nell'Italia settentrionale poi era coinvolto nella costituzione di un fronte anti-asburgico con Venezia e la Savoia.
Per Anhalt la sfida agli Asburgo non era persa in partenza: la Lega cattolica era al collasso per disaccordi intestini, inoltre se i suoi alleati (Francia e Inghilterra) non erano affidabili di li a poco sarebbe scaduta la Tregua dei Dodici anni tra Spagna e Olanda (nel 1621) e l'Inghilterra la Francia sarebbero state obbligate e schierarsi con il fronte anti-asburgico.
La guerra degli uscocchi

La difesa della frontiera austro-turca era parzialmente affidata ai rifugiati dei Balcani, che avevano trovato asilo nei territori asburgici. Essi erano chiamati uscocchi (parola serba per “rifugiati”). Alcuni di loro si insediarono nei piccoli porti della costa orientale e conservavano la zona libera dalle navi turche, ma sfortunatamente anche da quelle cristiane: nessuna nave era al sicuro dai loro attacchi pirateschi. Il loro obiettivo privilegiato erano le navi dei mercanti veneziani.
La Repubblica di Venezia tentò prima di difendere le proprie navi con flotte più consistenti, poi decise di attaccare direttamente e nel dicembre del 1615 le sue truppe assediavano Gradisca.
Nello stesso tempo gli agenti veneziani organizzarono all'estero una campagna diplomatica per procurarsi alleati nella lotta contro Ferdinando. La Repubblica Olandese invia allora aiuti militari ai veneziani; più tardi giunse anche un contingente di volontari inglesi. Nel frattempo una flottiglia di navi inglesi ed una olandese presidiavano l'Adriatico impedendo così che arrivassero degli spagnoli di Napoli in aiuto a Ferdinando.
Anche per via terra gli aiuti a Ferdinando erano negati: nel ducato di Milano era scoppiata la “guerra di Mantova”: si era aperto il conflitto per la successione al feudo di Mantova. I pretendenti erano il fratello del duca Francesco (sostenuto dagli Asburgo) e la figlia di Francesco (che chiese aiuto alla Savoia).
Solo la Spagna era in grado di fornire i rinforzi necessari ed ora la cessione dell'Alsazia e dei due enclaves
imperiali (Finale Ligure e piombino) alla Spagna sembrava un equo prezzo da pagare in cambio del riconoscimento spagnolo della legittimità di Ferdinando come erede di Mattia.
Nell'inverno 1617-18 Ferdinando venne nominato sovrano designato e la corte imperiale si ritirò a Vienna lasciando un governo di reggenti a Praga [L'elezione imperiale doveva essere poi confermata dal pontefice, che procedeva all'incoronazione ufficiale. In origine, tutti i principi dell'impero partecipavano all'elezione del re, ma nel 1263 il papa Urbano IV emise due bolle che limitavano tale privilegio a sette principi.
Tuttavia, l'autorità e la composizione di tale elettorato non furono stabilite definitivamente fino al 1356, quando con la Bolla d'Oro l'imperatore Carlo IV nominò gli arcivescovi di Colonia, Magonza e Treviri e quattro laici, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte palatino del Reno e il re di Boemia. Nel 1623 il voto del duca di Baviera fu sostituito a quello del conte palatino del Reno, poi riammesso nel 1648. Gli elettori salirono a nove nel 1692, quando fu ammesso anche l'Hannover, per tornare a otto con l'estinzione dei duchi di Baviera nel 1778.
Agendo sui reggenti di Praga, Ferdinando introdusse una serie di misure provocatorie: controllo dei libri stampati, vietò il ricorso a sussidi da fondi ecclesiastici per pagare i ministri protestanti e infine proibì l'ammissione di non-cattolici a cariche civili.
I leader boemi decisero di opporre resistenza all'imperatore e si attendevano una mobilitazione di massa per la loro causa da parte degli alleati stranieri, ma se le nazioni si potevano permettere di venire in aiuto di uno stato indipendente, non altrettanto potevano fare con dei ribelli.
La fase boema

Il 5 marzo del 1618 gli Stati rappresentativi del regno di Boemia convocarono un incontro per discutere la politica antiprotestante dei reggenti. Il nocciolo era la predilezione del re per i prelati cattolici nella cessione di terre. L'assemblea venne immediatamente sciolta da Mattia, ma due mesi più tardi se ne apri un'altra, chiusa anche quella.
L'ordine di chiudere un'assemblea sembrava incostituzionale e provenendo dal consiglio dei reggenti che sedeva a Hradschin i delegati protestanti si recarono a palazzo e defenestrarono due reggenti e un loro segretario. L'esercito imperiale era impegnato nelle guerre contro gli uscocchi e Mantova e quindi non disponeva di uomini per sedare la rivolta di Boemia. Gli Stati generali della Boemia, come seconda mossa, fecero domanda di essere ammessi nell'Unione protestante ed offrirono la loro corona a chi prestasse aiuto (un'offerta un po' doppiogiochista).
Comunque si fecero avanti il duca di Savoia, Bethlen Gabor di Transilvania, l'Elettore della Sassonia (Giovanni Giorgio) e Federico del Palatinato (sarà quest'ultimo a ricevere la corona). Nell'estate del 1619 venne posto l'assedio a Vienna, ma grazie agli aiuti della Spagna e del Papato venne tolto quasi immediatamente.
Un confitto generale sembrava inevitabile allo scadere della tregua dei Dodici anni in Olanda. L'impressione era che se la rivolta boema fosse stata repressa, sarebbe finita la libertà religiosa del regno. Nell'agosto del 1619 Bethlen Gabor diede inizio alla conquista dell'Ungheria asburgica.
Il 28 settembre Federico accettò la corona boema. In novembre le forze della Transilvania si unirono alle truppe di Thurn (capo dell'esercito dei confederati protestanti e uno dei protagonisti della defenestrazione) e posero il secondo assedio a Vienna. Offerte di aiuti giunsero da molte parti: arrivò pesino l'offerta del sultano turco Osman II.
L'Impero si organizza

Tattica dell'Impero è acquisire aiuti e disperdere i nemici. Figura di spicco è l'ambasciatore spagnolo conte di Onate. Ferdinando II si recò a Monaco da Massimiliano di Baviera (capo della Lega cattolica) per valutare quale aiuto avrebbe potuto fornire alla causa asburgica. Ma Massimiliano era titubante e Onate convinse Ferdinando ad offrirgli anche le terre conquistate in Palatinato dalla Lega e la promessa che la carica di Elettore sarebbe passata da Federico del Palatinato alla Baviera..
La Spagna aveva un quadro fin troppo chiaro della situazione: se la Spagna non fosse intervenuta in aiuto di Ferdinando II, i ribelli avrebbero affidato il controllo dell'Impero ai protestanti e ciò significava per la Spagna la perdita dei Paesi Bassi e delle posizioni in Italia. Ma anche un aiuto significava provocare un conflitto destinato a durare per lungo tempo.
Allora Filippo III di Spagna decise che la via più efficace per far allentare la pressione su Vienna fosse quella di creare un attacco diversivo rivolto al Palatinato. Un esercito di 20.000 uomini partì dai Paesi Bassi diretto verso il Palatinato e comandato da Ambrogio Spinola.
La rivolta dio Boemia si era trasformata nella “guerra dei Trent'anni”. Ora i diplomatici degli Asburgo avevano convinto alcuni nemici a ritirare i loro sostegni alla causa dei confederati: il sultano turco Osman II, Bethlen Gabor di Transilvania. Invece il Brandeburgo e la Sassonia vennero neutralizzati dal collasso finanziario.
Il colpo finale alla causa protestante fu inferto dalla Francia. Anche Luigi XIII aveva affrontato rivolte e altre traversie per mano dei suoi sudditi protestanti, e perciò aveva all'inizio guardato con solidarietà alla situazione di Ferdinando. Allora venne mandata in Germania una missione diplomatica plenipotenziaria guidata dal duca di Angolueme. Egli convinse i comandanti dei due schieramenti (Lega e Unione) al cessate il fuoco (trattato di Ulm, 3 luglio 1620). Ma la tregua aveva dato all'Imperatore un vantaggio decisivo di cui volle servirsi.
Un esercito comandato da conte Tilly si diresse nell'Austria superiore; a settentrione i Sassoni occuparono la Lusazia e ad occidente Spinola avanzò facilmente attraverso il Palatinato. Perciò le truppe di Tilly e di Massimiliano di Baviera avanzarono inesorabilmente all'interno della Boemia. L'8 novembre 1620 i ribelli tentarono una disperata resistenza alla Montagna Bianca, proprio sotto le mura di Praga. Solo un'ora ci volle ai cattolici per assicurarsi la vittoria. La rivolta boema era terminata.
L'Europa e la guerra del Palatinato

Alcuni sostenitori attivi di Federico in Germania abbandonarono la causa (Cristiano di Anhalt e Ansbach conclusero la pace con l'imperatore nel 1621). Solo un manipolo di principi continuavano a sposare la causa del Palatinato: i duchi di Sassonia-Weimar e Cristiano di Brunwick-Wolfenbuttel. Cristiano di Danimarca tendeva a non esporsi e nel 1621 proclamò che sarebbe intervenuto solo se sostenuto dall'Inghilterra. In questo modo l'Inghilterra diventava fulcro della diplomazia del Palatinato, e di tutti i protestanti.
Nel 1621 Giorgio I d'Inghilterra tentò di negoziare una sospensione generale delle ostilità nell'Impero, come primo passo verso il riassetto totale, nel quale contava di ottenere la restaurazione di Federico nel Palatinato in cambio della rinuncia alle sue pretese boeme.
Ma Federico non si convinceva a rinunciare incondizionatamente alle proprie rivendicazioni boeme. Nel maggio del 1621 l'Unione protestante si sciolse. Alla fine dell'estate del 1621 Tilly guidò l'esercito della Lega nell'Alto Palatinato e lo occupò. Alla fine anche Federico era pronto a negoziare, ma i cattolici vittoriosi non avevano tuttavia più interesse a intavolare negoziati.
L'imperatore aveva promesso grandi ricompense a Massimiliano di Baviera - soprattutto la cessione sia dell'Alto Platinato sia del titolo di Elettore - in cambio di assistenza militare contro Federico. L'offerta era stata fatta avventatamente, dando per scontato che Massimiliano non sarebbe riuscito mai a mobilitare un esercito abbastanza forte da sedare una rivolta senza farsi aiutare: ma dopo la Montagna Bianca, prima o poi il debito andava pagato.
Ferdinando promise dunque di dare corso al trasferimento della carica elettorale nella successiva Dieta imperiale, con l'approvazione di Sassonia e Spagna. Ma il governo spagnolo era ostile alla cessione del titolo. Nonostante ciò a gennaio del 1623 una ristretta assemblea di principi si riunì a Ratisbona per ratificare la cessione: Ferdinando concesse a Massimiliano il titolo, ma a lui solo e senza possibilità di trasmetterlo ai suoi eredi; comunque il problema del Palatinato continuava ad essere irrisolto.
La cessione era più di quanto la maggior parte delle potenze europee fosse disposta a tollerare. Federico, una volta deposto trovò più alleati che mai. Federico progettò un nuovo attacco all'imperatore per riprendersi terre e titoli, Tilly glielo impedì (Stadtlohn, 6 agosto 1623).
Federico alla notizia della disfatta del suo esercito, rinunciò a ulteriori ambizioni militari, cedendo senza riserve la propria causa alla meditazione di Giacomo I d'Inghilterra. Quest'ultimo cercava un'alleanza con la Spagna (attraverso il matrimonio spagnolo di suo figlio Carlo) per accomodare la questione del Palatinato. Ma la Spagna in cambio chiedeva la riconversione al cattolicesimo di Carlo e dell'erede di Federico.
Le trattative si conclusero immediatamente e l'Inghilterra cercò di avvicinarsi alla Francia per organizzare una sedizione militare congiunta che riconquistasse il Platinato al deposto elettore. Federico aveva sondato anche la possibilità di aiuto dalla Svezia: il re Gustavo Adolfo era notoriamente favorevole alla cosa, ma il resto del consiglio svedese, capeggiato da Oxenstierna, considerava più pericolosa la Polonia della Germania.
A questo punto la Francia si rese conto che stava per sostenere la causa protestante quando invece la sua confessione era quella cattolica e Richelieu respinse i tentativi di Massimiliano di Baviera di mettersi sotto la protezione francese in modo da sganciarsi dagli Asburgo. Fu in parte per questo che Richelieu si risolse a concentrare i suoi sforzi in Italia piuttosto che in Germania.
In questa fase così delicata, una nuova potenza arrivò a salvare il Palatinato: l'ambizioso e ricco Cristiano IV di Danimarca.
L'intermezzo danese

Cristiano IV venne coinvolto nella guerra dei Trent'anni da due serie di circostanze diverse: La Svezia, timorosa di ulteriori attacchi danesi, firmò nel 1614 un'alleanza con la Repubblica Olandese. Alleanza che mirava ad indebolire il dominio danese dei traffici del Baltico. Ma l'alleanza non funzionò e il potere restava ai danesi.
Nel 1621 terminò la tregua tra Spagna e Olanda e quest'ultima allora privilegiò la politica rispetto ai commerci e decise di fare uno sforzo decisivo per intrappolare Cristiano nella causa protestante, sostenendo tacitamente le sue ambizioni dinastiche in Germania.
Per Cristiano il territori tedeschi potevano costituire un comodo appannaggio per i suoi figli e anche un comodo modo per controbilanciare l'espansione svedese nel Baltico orientale. I sostenitori di Federico del Platinato, avidi di alleati, riuscirono a sfruttare le rivalità scandinave e le ambizioni tedesche di Cristiano, al punto che il re si trovò costretto a condividerne la sorte e salvaguardare l'ossatura del suo sistema politico in Scandinavia e nel nord della Germania.
All'inizio Cristiano rifiutò di intervenire da solo contro l'imperatore, così si limitò a prestare denaro. La situazione si capovolse nel 1624 quando i capi di Olanda, Inghilterra, Brandeburgo e Palatinato decisero di invitare Gustavo Adolfo di Svezia a guidare un esercito di coalizione in Germania ( per invadere la Boemia).
Questi sviluppi allarmarono Cristiano di Danimarca che temeva che se al suo rivale fosse stato consegnato un esercito di grandi dimensioni, magari appoggiato dalla flotta olandese, il Baltico si sarebbe trasformato in un lago svedese.
Nel gennaio del 1625, Cristiano si offrì di intervenire personalmente organizzando una campagna diversiva nei Paesi Bassi. Dopo la morte di Giacomo I d'Inghilterra, Cristiano assunse bruscamente il ruolo di Difensore della fede protestante e scese in guerra senza essersi procurato alcun sostegno politico ed economico. Ma Cristiano aveva scelto il moneto più sbagliato per un'invasione. Nella primavera del 1625, dietro suggerimento dei capi della Lega, l'imperatore decise di mettere in piedi un esercito di ampie proporzioni per conto suo affidandone il comando a Wallenstein. Ora Cristiano doveva affrontare gli eserciti della Lega (comandato da Tilly) e dell'imperatore (comandato da Wallenstein). Adesso che Cristiano aveva disperatamente bisogno di aiuto i suoi alleati si dileguarono.
L'alleanza anglo-francese fu la prima a collassare. Intrappolato nei dilemmi di politica confessionale Richelieu abbandonò la guerra e accettò di cedere la Valtellina alla Spagna. Pochi mesi dopo, il governo francese rifiutò formalmente di unirsi all'alleanza antiasburgica e nel marzo del 1627 concluse un'alleanza con la Spagna per muovere guerra all'Inghilterra .
Nell'estate del 1625 anche Gustavo Adolfo abbandonò la coalizione. Restavano nella coalizione Inghilterra, Danimarca e Province Unite. Nello scontro del 26 agosto 1626 Tilly sconfisse Cristiano a Lutter. L'imperatore ora pretendeva un prezzo terribile per la pace. A Cristiano venne imposto di cedere tutto lo Jutland, di pagare riparazioni di guerra esorbitanti e di rinunciare per sempre ai suoi territori nell'ambito dell'Impero. Cristiano non intendeva accettarle ed i suoi alleati non potevano permettersi di consentirglielo.
Gustavo Adolfo firmò un'alleanza difensiva con Cristiano, suo rivale di un tempo. L'esercito imperiale non riuscì così ad impadronirsi delle isole danesi, premessa necessaria alla resa totale. Ma era chiaro che l'Impero necessitava della pace altrettanto della Danimarca, perciò furono intrapresi seri negoziati a Lubecca. Con la pace, Cristiano recuperò tutti i territori perduti, in cambio promise di non intervenire mai più negli affari interni dell'Impero. Così si concluse l'intermezzo danese. A che cosa era dunque approdato l'intermezzo danese? Cristiano era sconfitto e caduto in discredito e Carlo I d'Inghilterra si ritirò definitivamente dal conflitto. A quell'ora la causa protestante era in rovina, ma almeno era sopravvissuta.
Guerra totale

Nell'estate del 1630 gli Elettori s'incontrarono a Ratisbona per risolvere le controversie recentemente maturate tra di loro. Ferdinando doveva ottenere il consenso degli Elettori sul suo sostegno finanziario e militare alla Spagna in guerra contro la Repubblica Olandese. Inoltre egli aveva bisogno del loro appoggio contro la minaccia di un'aggressione franco-svedese.
La preoccupazione dominante degli Elettori era d'altro canto quella di assicurarsi le dimissioni di Wallenstein. Quest'ultimo versava in condizioni finanziarie precarie: la quota inviata dall'imperatore per il mantenimento del suo esercito non era sufficiente tanto che sembrò alquanto sollevato quando l'imperatore acconsentì alle richieste di dimissioni degli Elettori. Toccò a Tilly il compito di ridurre l'esercito imperiale del 75%, unendo le truppe residue a quelle della Lega.
L'incontro di Ratisbona si trasformò in una corte d'inquisizione sulla politica interna ed esterna di Ferdinando. Egli dovette promettere che: ”non verrà dichiarata nessuna nuova guerra senza il consulto degli Elettori” in cambio non ottenne nulla: non fu eletto il re dei Romani e non venne garantito il sostegno della Lega alle truppe asburgiche nei Paesi Bassi. La sua unica vittoria consistette nella conferma dell'Editto di restituzione [Decreto emanato il 6 marzo 1629 dall'imperatore Ferdinando II che prevedeva la restituzione alla Chiesa cattolica dei beni ecclesiastici incamerati dai principi protestanti a partire dal 1555 (trattato di Passau).
Le disposizioni dell'editto non entrarono mai in vigore, poiché‚ incontrarono l'opposizione sia dei principi protestanti sia di quelli cattolici, che intendevano porre un freno al potere degli Asburgo. Con la pace di Vestfalia del 1648 l'editto di restituzione fu annullato.] Temporaneamente rafforzato dal presunto ritiro di Luigi XIII dal conflitto, Ferdinando II si dispose ad affrontare il piccolo esercito svedese che Gustavo Adolfo aveva fatto sbarcare in Pomerania il 6 luglio 1630, senta minimamente tentare di rendere la sua politica più accettabile per i protestanti tedeschi. Il gesto gli fu fatale, poiché nel momento in cui gli imperiali realizzarono di non poter ritirare le loro truppe dall'Italia, era troppo tardi per scacciare gli svedesi dalla Pomerania.
Nel novembre del 1630 i cattolici, allarmati dal ripudio francese della pace di Ratisbona, comunicarono che delle concessioni sull'Editto di restituzione erano ancora possibili, e proposero un incontro con i protestanti; Francoforte 1631. L'incontro era deliberatamente programmato per impedire ai protestanti di unire le proprie forze.
I protestanti si riunirono allora per escogitare una strategia comune per Francoforte. Il 6 febbraio 1631 a Lipsia si riunirono tutti i più prestigiosi principi protestanti. Fu allora pensato che un'alleanza difensiva protestante, senza alcun obiettivo particolare, ma finalizzata solo a garantire i diritti dei principi contro chiunque potesse minacciarli potesse essere allestita senza violare la costituzione dell'Impero. Contraltare cattolico del Manifesto protestante di Lipsia fu il trattato di Fontainebleau, firmato nel maggio del 1631 tra Francia e Baviera. Fontainnebleau e Lipsia costituivano la risposta immediata al fallimento dell'incontro di Ratisbona ed inoltre aspiravano alla creazione di una terza forza neutrale che facesse da cuscinetto tra l'imperatore e i suoi avversari stranieri, in modo da impedire al conflitto di diffondersi; ma alla fine fallirono perché nessuno dei due riuscì a frenare gli svedesi.

Continua... (2° Parte)


 
Torna ai contenuti | Torna al menu