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Fenici (2°Parte)

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Il commercio
Se l'industria fenicia e punica fu caratterizzata dalla elaborazione delle materie prime, il commercio di questi popoli riuscì a trarre il motivo della sua esistenza dalla continua acquisizione delle materie prime da trasformare e dalla conseguente esportazione dei manufatti otte¬nuti da offrire come mercé di scambio. Ma al di là di questa sintesi, è chiaro che i Fenici differenziarono sia la domanda che l'offerta a seconda delle popolazioni con le quali vennero in contatto.La continua ricerca di materie prime da trattare portò questi popoli ad avvicinare soprattutto popoli che come unica forma di commercio conoscevano il baratto. Prova ne sia che i Fenici, pur provenendo dall'area siro-palestinese, contigua alla regione anatolica ove ebbe origine l'uso della moneta, furono tra gli ultimi ad utilizzare i metalli coniati come mercé di scambio. Le prime monete cartaginesi iniziarono a circolare unicamente in Sicilia non prima della fine del V sec. a.C., come paga¬mento delle truppe mercenarie e per controbattere la monetazione greca già da tempo in corso nell'isola. Nel Nord-Africa e in Sardegna, invece, la circolazione della moneta è assai più tarda e non ha luogo prima della fine del IV sec. a.C. Per quanto riguarda il baratto, caratteristico è un antico racconto che descrive i metodi commerciali dei Fenici e che è riassunto qui di seguito: i naviganti si avvicinavano alla spiaggia, sbarcavano con le mercanzie da barattare e si allontanavano di nuovo lasciandole sulla costa. Gli abitanti del luogo si accostavano alle merci, le valutavano e senza toccarle deponevano dell'oro e si ritiravano. I Fenici sbarcavano di nuovo, soppesavano Foro e se erano soddisfatti lo raccoglievano e se ne andavano definitivamente, altrimenti, senza toccare alcunché, si allontanavano in attesa che gli indigeni deponessero altro oro.Il commercio fenicio delle città del Libano, soprattutto quello rivolto verso terre molto lontane e quindi di costi elevati, si svolgeva principalmente con la garanzia e il finanziamento del palazzo reale o del tempio, che rappresentavano rispettivamente il potere civile e quello religioso. Non a caso, infatti, il più antico e famoso tempio del dio fenicio Melqart era situato a Cadice, la più occidentale delle colonie. Non è da escludere, inoltre, che gruppi di mercanti privati si consorziassero e armassero navi in proprio, sulle quali trovavano posto carichi misti, formati da derrate di diversa natura.
Le navi mercantili
La tradizione marinara dei Fenici e dei Punici è celebre fin dall'antichità e tutti i popoli che si affacciarono sul Mediterraneo e che entrarono in contatto anche armato con questi arditi naviganti, non poterono fare a meno di riconoscerne la supremazia. Gli antichi scrittori greci, celebri per aver attribuito alla loro patria talvolta anche meriti dovuti invece ad altri popoli, nel caso delle invenzioni navali furono concordi nel darne la paternità ai Fenici. Ai cantieri di Tiro e Sidone è attribuita, nel corso del VII sec. a.C., l'invenzione della trireme, mentre a quelli di Cartagine vengono ascritti i primi esemplari delle tetrere e delle pentere.Ma, se certamente sono più note e famose le navi da guerra dei Fenici, non peggiori e certamente più «marine» furono quelle mercantili. Note al mondo greco con il nome di gauloi, dalla parola fenicia gal che significa tondo, queste navi avevano fianchi arcuati e capaci e una lunghezza variabile che poteva giungere anche oltre i quaranta metri; la larghezza era circa la terza parte della lunghezza. Iniziando una descrizione sommaria dalle strutture portanti, occorre premettere che i progressi fatti dagli attuali cantieri che costruiscono imbarcazioni tradizionali sono ben modesti, poiché queste navi avevano una chiglia dalla quale avevano origine le ordinate sulle quali veniva disposto il fasciame. La chiglia veniva fatta con travi di legno di cedro o di quercia, mentre le ordinate, il fasciame e tutte le restanti strutture erano ricavate da legno di abete o di pino.
La propulsione della nave avveniva grazie ad una vela di forma quadrata che, sorretta da un pennone, era issata sull'unico albero, talvolta sormontato da una coffa; la velocità impressa non era superiore ai tre nodi. La manovra della vela avveniva per mezzo di giochi di cime, chiamati ferzi, che servivano a diminuirne la superficie. La direzione della nave veniva data per mezzo di un remo di governo, che non era applicato all'estrema poppa bensì su uno dei suoi lati, prevalentemente quello di sinistra. Sulle navi provviste di ponte trovava posto un casotto che era utilizzato dal timoniere in caso di cattivo tempo.Il numero dei marinai dipendeva ovviamente dalle dimensioni della nave, ma raramente superava i venti uomini. L'equipaggio era alle dipendenze di un comandante, che di norma era l'armatore della nave, ma durante la navigazione era comandato dal nocchiero, che era la figura più significativa della ciurma.
Le navi da guerra
Lo spazio a disposizione non permette una descrizione minuziosa dei diversi tipi di navi da battaglia che furono usati nell'arco della loro storia dai Fenici e dai Punici, ma la trattazione delle principali caratteristiche sarà sufficiente a fornire un quadro d'assieme. La struttura portante era composta dalla chiglia e dalle ordinate e quindi analoga a quella delle navi mercantili; tuttavia due lunghe travi, note con il nome di trincarini, racchiudevano i fianchi e convergevano verso prora assieme alla chiglia. Nel loro punto di incontro, che era il più robusto dello scafo, veniva fissato il rostro, il cui scopo era quello di squarciare il fasciame delle navi nemiche speronate. Il rapporto tra lunghezza e larghezza di queste navi era di circa sette a uno. Attraverso l'esame di alcuni relitti si è potuto constatare che le navi erano costituite da un insieme di pezzi prefabbricati, che venivano assemblati unicamente quando se ne aveva bisogno. I principali tipi di navi da guerra dell'antichità furono sostanzialmente quattro. Il primo, in uso soprattutto nelI'VIII sec. a.C. e noto con il nome greco di pentecontera, dal numero dei remi che lo spingeva, aveva una lunghezza di circa trenta metri e ventiquattro remi per ogni lato, che sommati ai due remi di governo, raggiungevano appunto il numero di cinquanta. Il secondo tipo, utilizzato fin dal VII sec. a.C. e chiamato triera o trireme, a seconda se in lingua greca o latina, in relazione al numero delle file di rematori che erano disposti su ogni lato, aveva una lunghezza di circa trentasei metri ed era parzialmente pontato in modo da proteggere i centosettanta rematori che, divisi in sei file — tre per lato — erano applicati ai remi su linee sfalsate tra di loro. Il terzo e il quarto tipo, utilizzati tra il IV e il III sec. a.C. e denominati rispettivamente in greco tetrera e pentera, erano abbastanza simili ed avevano una lunghezza di circa quaranta metri.La propulsione dei rematori veniva utilizzata unic¬mente in battaglia, mentre quella fornita dall'unica vela era usata durante i trasferimenti. La velocità massima era di circa sei nodi e quindi doppia rispetto a quella delle navi mercantili. A parte i rematori, che erano tutti liberi cittadini e ricevevano una paga, l'equipaggio era formato da tre o più ufficiali e da un massimo di trenta marinai addetti alla manovra, ai quali si aggiungeva talvolta un contingente di fanteria di marina non superiore alle venti unità. Le squadre navali erano composte da dodici navi della stessa classe e le flotte, formate da più squadre, potevano raggiungere il numero di centottanta unità, anche se generalmente non superavano quello di cento venti.
La navigazione
Come già ricordato, l'abilità marinaresca dei Fenici era celebre nel mondo antico e, tra l'altro, presso tutte le antiche marinerie del Mediterraneo era nota la stella polare, indispensabile per l'orientamento durante la navigazione notturna, e il nome con il quale era normalmente indicata era «stella fenicia», indubbiamente a ricordo della scoperta delle sue funzioni da parte dei Fenici.
Mentre la navigazione a scopi militari avveniva durante tutto l'arco dell'anno, per motivi strategici, per la repressione degli atti di pirateria anticamente frequentissimi e per il necessario controllo delle coste, quella commerciale aveva inizio a marzo, con particolari riti propiziatori, e terminava a ottobre, con l'inizio del cattivo tempo. Le navi stesse erano varate con rituali talvolta assai cruenti; si narra infatti che in particolari momenti alcune navi da guerra cartaginesi furono varate facendole scorrere sui corpi di alcuni prigionieri di guerra che sostituivano in tal modo i normali rulli.
Del resto, che le navi fossero considerate quasi degli esseri senzienti si dimostra con la presenza di due grandi occhi delineati ai lati della prua, che permettevano alla nave di «vedere» la rotta. Sopra la prora era normalmente posto un fregio che, nelle navi mercantili, aveva spesso la forma di una testa di cavallo, antico simbolo di ricchezza, o di ala di uccello, per permettere alla nave di «volare» metaforicamente sulle onde. Immediatamente dietro la prua delle navi da guerra, invece, veniva frequentemente eretto un simbolo sacro o l'immagine di qualche divinità alla quale era dedicata la nave o, infine, un essere o un animale fantastici o mostruosi, per spaventare il nemico.La navigazione avveniva prevalentemente a vista e, nei piccoli traffici, aveva luogo soprattutto durante il giorno. Le grandi navi mercantili in genere si tenevano discoste dalle rive quel tanto che permetteva loro di navigare in sicurezza e di non compiere tragitti inutili, quali le risalite dei promontori o gli accostamenti nei golfi. È altrettanto evidente, nel caso di questi natanti che praticavano traffici sulle lunghe distanze, che la navigazione proseguisse durante la notte, agevolata dalla stella polare, e che compisse tragitti anche in mare aperto. Si ricorderanno a questo proposito le rotte che dalla Fenicia conducevano a Cipro oppure da Cartagine alla Sicilia o alla Sardegna o, da quest'ultima, alle isole Baleari.
Le forze armate
Gli eserciti dei Fenici e dei Cartaginesi non si differenziarono molto rispetto a quelli in uso nell'epoca, tuttavia, una certa preminenza fu data in epoca arcaica ai carri falcati, caratteristici dell'area vicino-orientale nelle cui grandi pianure potevano operare agevolmente, e, in epoca ellenistica e prevalentemente nel Mediterraneo oc¬cidentale, alla cavalleria e agli elefanti, anticamente presenti nell'area nord-africana.In epoca arcaica le singole città della costa siro-palestinese sembra che fossero in grado di equipaggiare unicamente eserciti abbastanza esigui e formati in prevalenza da cittadini al pari con gli equipaggi delle flotte. Forse fu proprio la necessità di allestire flotte assai consistenti talvolta armate con equipaggi di oltre quarantamila uomini, tratti unicamente dal rango dei cittadini liberi, la ragione per la quale gli eserciti di Cartagine furono composti prevalentemente da contingenti di truppe mercenarie. Gli uomini inquadrati nella fanteria pesante erano reclutati in genere nelle città della Grecia o della Magna Grecia, oppure nella Campania e nella penisola iberica. Quelli che facevano parte della fanteria leggera provenivano invece soprattutto dalla Liguria o dall'arcipelago delle Baleari. Soldati provenienti dalla Sardegna o dalla Gallia erano inseriti nelle schiere con differenti funzioni. Nella cavalleria venivano reclutati elementi nord-africani e provenienti principalmente dalla Numidia. Gli ufficiali inferiori di questi contingenti appartenevano ai luoghi di provenienza degli stessi, mentre quelli superiori così come il comandante in capo, erano di nascita cartaginese e per di più di stirpe nobile.In alcuni casi particolari e nei momenti di maggiore pericolo veniva messo in campo un corpo speciale di fanteria pesante, denominato legione sacra, ordinato in falange e formato da giovani scelti tra i rampolli della nobiltà cartaginese.Lo schieramento in battaglia degli eserciti cartaginesi di età ellenistica era imperniato sulla linea della fanteria pesante che era fiancheggiata, da forti contingenti di cavalleria. Davanti alla fanteria pesante erano disposte le schiere di fanteria leggera. Tutto lo schieramento era preceduto e protetto da una linea di carri falcati, presto abbandonati perché poco operativi e sostituiti dagli elefanti. I fanti armati alla leggera uscivano alla spicciolata verso il nemico e lo provocavano allo scontro con scaramucce e lanci di sassi o di frecce, quindi si ritiravano definitivamente ripercorrendo a ritroso l'itinerario e, passando negli spazi liberi tra gli elefanti, si portavano alle spalle della loro fanteria pesante. A questo punto i carri o gli elefanti si lanciavano contro la fronte nemica che avanzava, con il proposito di scompaginarne e spezzar¬ne le file e favorire l'urto della fanteria pesante. La cavalleria, nel frattempo, assaliva le analoghe schiere nemiche e, se possibile, le scompaginava e le metteva in fuga, per poter poi aggredire alle spalle o ai fianchi l'esercito nemico.
Le abitazioni
Le città e i villaggi fenici e punici erano quasi sempre ubicati in prossimità del mare o addirittura su promontori o su isole non troppo distanti dalla costa, tanto è vero che ben pochi sono i centri abitati ubicati nell'interno e dunque da considerare molto rari.Le città erano spesso munite di cinta muraria intervallata da torri e si affacciavano su porti spesso naturali, soprattutto fluviali o lagunari. La viabilità urbana era formata da strade rettilinee o con percorsi che seguivano la natura del terreno.Le case di abitazione, simili tra di loro nel tempo e nello spazio, erano costruite con una fondazione in piccole pietre che sosteneva uno zoccolo di pietrame anche di grandi dimensioni alto non più di un metro. Su questo basamento, spesso un cubito — cinquantadue centimetri — si innalzavano i muri perimetrali dell'edificio, i quali, a loro volta, erano formati da mattoni di argilla cruda mista a paglia e seccata al sole. Questi mattoni erano messi in opera con una malta di argilla e, infine, ricoperti da uno spesso strato di intonaco che li rendeva assolutamente impermeabili e, fintantoché integro, inattaccabili dagli agenti atmosferici. Gli architravi delle porte e delle finestre erano prevalentemente costituiti da travi lignee, così come lo erano i telai dei soffitti che, assieme agli incannucciati, sorreggevano i piani superiori. All'interno, i pavimenti, le pareti e i soffitti erano completamente coibentati con argilla cruda pressata; nel caso di abitazioni particolarmente curate, i pavimenti erano realizzati in cocciopesto, ottenuto con calce e frammenti di terracotta, mentre le pareti e i soffitti potevano essere ricoperti di intonaco.La pianta delle case era formata da un grande cortile, del tutto isolato verso l'esterno da alti muri privi di porte o finestre. Sul cortile, cuore delle attività domestiche, si affacciavano le stanze. I vani che componevano l'abitazione erano in genere un andito di ingresso, dal quale con gomiti o tramezzi era impedita la vista verso l'interno della casa, da una cucina di modeste dimensioni, attigua al cortile, da una saletta da bagno e da un paio di locali nei quali era possibile dormire. Un pozzo o una cisterna per l'acqua piovana, ubicati nel cortile, provvedevano al fabbisogno idrico degli abitanti. Sempre nel cortile o nell'andito di ingresso trovava spazio la rampa di scale che dava accesso ai piani superiori, il cui numero poteva variare da uno a sei, a seconda dell'insediamento.
La religione e i luoghi di culto
Nella vita quotidiana e quindi anche nella spinta commerciale verso Occidente dei Fenici, la religione ebbe una grande parte e rivestì quel carattere di importanza e di spiritualità che da sempre i popoli orientali riversano nella vita quotidiana. Prova ne sia che tra coloro che caldeggia¬rono, promossero e finanziarono una buona parte delle imprese commerciali dei Fenici vi fu sempre il tempio, la cui casta sacerdotale custodiva il tesoro, quindi il capitale.Ogni insediamento urbano della costa siro-palestinese ebbe le sue divinità che, pur denominate in modi differenti, furono sostanzialmente due. Si può riconoscere una divinità femminile che con le funzioni di grande madre e con i più diversi attributi predomina nel panorama divino; di questa dea si possono ricordare i nomi, differenti tra le varie città, di Baalat «la Signora» o di Ashtart, assai nota nel mondo coloniale. La divinità maschile, meno preminente, ebbe diversi nomi tra i qua¬li si possono ricordare Baal «il Signore» o Melqart, anch'esso molto noto in Occidente. Nel mondo occidentale, oltre a Melqart e a Ashtart, ebbero culti particolari Baal Hammon «il Signore del bracere» e Tanit, sua paredra e forse particolare aspetto occidentale di Ashtart. Grande fortuna ebbero Eshmun e Bes, che erano prepo¬sti alla guarigione dei mali e in particolare alla protezio¬ne dai morsi di serpenti e scorpioni.
I templi nei quali erano venerate queste divinità erano edifici formati da tre vani successivi, il primo dei quali costituiva il vestibolo, il secondo accoglieva i fedeli, mentre il terzo era destinato unicamente alla statua di culto e ai sacerdoti of fidanti.Un santuario caratteristico del mondo fenicio e punico è il tofet, nel quale si pensava venissero sacrificati a Baal Hammon e a Tank i figli primogeniti delle famiglie nobili. Si tratta di ampie aree a cielo aperto racchiuse da recinti, che contengono urne fittili sepolte al cui interno sono conservate ossa di fanciulli morti in tenera età deposte singolarmente o assieme a resti di piccoli animali. Un altro elemento distintivo di questi santuari sono le stele in pietra che, decorate con vari simboli sacri, erano erette a ricordo della cerimonia. Allo stato attuale delle conoscenze si ritiene che il tofet fosse un particolare cimitero nel quale erano sepolti i resti bruciati dei bambini deceduti in tenera età o addirittura nati morti e nel quale i genitori, con riti particolari, impetravano la grazia per una ulteriore nascita più fortunata.
Le necropoli
Palesemente diversi a seconda del periodo, i rituali fenici e punici variarono in modo abbastanza sensibile anche per quanto riguarda sia le modalità del rito stesso, sia per quanto concerne la tipologia delle tombe. Tali variazioni sono percepibili anche in insediamenti tra loro contemporanei e arealmente prossimi. Nei centri fenici della costa siro-palestinese, soprattutto in epoca arcaica, la pratica funeraria più corrente fu quella dell'incinerazione, che implicava cioè la combustione del corpo del defunto, ma non mancano nello stesso periodo esempi anche numericamente cospicui di inumazioni, cioè il seppellimento delle spoglie.Nei centri di Occidente, sempre in epoca arcaica, prevalse invece in modo quasi totale la pratica dell'incinerazione, ad esclusione dell'area di Cartagine, ove, forse in relazione alla componente etnica cipriota che aveva partecipato alla fondazione della città, era soprattutto in uso, ma non esclusiva, l'inumazione. Nelle città occidentali di Sicilia, Sardegna e Spagna, in seguito alla loro conquista da parte di Cartagine e alla conseguente immissione massiccia di nuovi abitanti dalle province nord-africane, fin dalla fine del VI sec. a.C. ebbe inizio la consuetudine di inumare i defunti.Il rito dell'incinerazione implicava il preventivo lavaggio del defunto che in seguito veniva unto con olio profumato; quindi il corpo veniva composto su una catasta di legna e veniva bruciato assieme ai suoi arredi personali. A rogo ultimato, i resti ossei venivano raccolti e deposti in una fossa o una cista assieme ai vasi rituali utilizzati in precedenza. La sistemazione definitiva dei resti era generalmente in fosse o in ciste singole, ma, seppure non frequenti, si conoscono casi di deposizioni plurime in locali sotterranei.Le modalità rituali preliminari del seppellimento degli inumati erano sostanzialmente simili a quelle degli incinerati, mentre i tipi delle sepolture variarono in modo anche sensibile a seconda della morfologia geologica dei luoghi ove fu possibile stabilire le necropoli ai margini dei centri abitati. Ove il banco roccioso lo permise furono scavate camere sotterranee, talvolta a profondità superiori ai venti metri, alle quali si accedeva tramite pozzi o corridoi gradinati. L'ampiezza di questi vani sotterranei, adibiti probabilmente a tombe di famiglia, dipese dalla consistenza della roccia. Dove questa era particolarmente dura e compatta o non era reperibile nelle immediate vicinanze dell'abitato, furono usate tombe so¬prattutto singole e prevalentemente costruite, quali, ad esempio, le tombe a cassone o i sarcofagi. Per i bambini, infine, furono utilizzate soprattutto sepolture all'interno di anfore da trasposto.

 
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