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Età Napoleonica

Storia > Storia moderna

Con il colpo di stato del 18 Brumaio (9 novembre 1799) Napoleone si presentò come l'uomo capace di riportare stabilità e ordine in Francia e di offrire una via d'uscita alle irrisolte tensioni postrivoluzionarie. Durante il Consolato egli volle essere l'erede e il prosecutore della rivoluzione, o precisamente di quelle istanze più pragmatiche di rinnovamento istituzionale che erano state poste sin dal 1789 e che avevano stentato a consolidarsi in solide strutture legislative. Si radicarono allora i moderni ordinamenti dello stato burocratico e centralizzato che vennero in seguito diffusi in gran parte dell'Europa e che daranno un'impronta durevole agli apparati amministrativi e giudiziari. Basti pensare alla figura del prefetto, la cui autorità fu posta a capo dei dipartimenti nel 1800, che divenne un modello adottato da molteplici realtà statuali europee. Lo stesso Codice civile del 1804, noto con il nome di Codice napoleonico, fu esportato in quasi tutta l'Europa come base di nuovi rapporti sociali fondati sull'eguaglianza giuridica e sulla certezza della proprietà. Durante l'impero Napoleone portò la Francia a un'espansione continentale che per circa un decennio apparve incontenibile. Con le vittorie di Austerlitz, di Jena, di Friedland gli eserciti francesi modificarono la carta politica dell'Europa, rendendo inutili i tentativi di contrastarli fatti dalle numerose coalizioni in cui si impegnarono Austria, Prussia, Russia e Gran Bretagna. Direttamente con le annessioni o indirettamente con i regni satelliti, per lo più governati da membri della sua famiglia, Napoleone tenne sotto controllo metà Europa.
La potenza dell'urto militare non è la sola ragione che possa spiegare i repentini successi francesi. Contò non poco il consenso che Napoleone ottenne nei paesi conquistati, dove offrì alle élites la possibilità di rafforzare il loro ruolo dirigente nell'ambito di una politica di efficienza e di rinnovamento. Egli fu l'artefice di uno sforzo significativo e duraturo di svecchiamento e di razionalizzazione degli stati, che servì a compensare, ma non certo a nascondere, i forti prezzi ovunque pagati: la perdita di autonomia, la fiscalità opprimente, la subordinazione economica agli interessi francesi. È giusto per questo pensare che l'età napoleonica recuperò i fili dispersi dell'assolutismo illuminato e gli aspetti più moderati della rivoluzione, usandoli come armi contro la vecchia Europa monarchica e aristocratica. Si spiegano in tal modo fenomeni quali la formazione di una nuova classe dirigente, che si troverà impegnata ai vertici dello stato nella successiva età della Restaurazione, e la permanenza degli istituti giuridici napoleonici anche dopo il 1814. Per l'impero napoleonico il passaggio dall'apogeo al crollo totale fu rapido. A far sorgere le prime difficoltà fu la resistenza spagnola che si espresse in una logorante guerriglia sostenuta dall'esercito inglese. L'immane disastro della campagna di Russia, nella quale perì circa mezzo milione di soldati della Grande Armata, rilanciò l'alleanza antifrancese che, dopo la vittoria sull'esercito napoleonico a Lipsia nel 1813, disarticolò il sistema imperiale e portò alla conquista di Parigi nel marzo del 1814.
La caduta dell'impero, il ritiro di Napoleone all'Elba, il ritorno a Parigi nei Cento giorni che prepararono il confronto decisivo e infine la sconfitta di Waterloo a cui seguì l'esilio a Sant'Elena, furono l'epilogo di un'epoca alla quale le monarchie europee, radunate a Vienna nel 1814, tentarono di contrapporre il ritorno all'ordine pre-rivoluzionario.


 
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