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Commodo

Biografie

Pochi sanno che la nascita di Lucio Aurelio Commodo avvenne sotto i migliori auspici. Egli, infatti, aveva un fratello gemello, Tito Fulvio Aurelio Antonino, e a Roma le nascite gemellari furono sempre considerate se non prodigiose, quanto meno speciali. L'imperatore Marco Aurelio ebbe dalla moglie, Faustina Minore, ben tredici figli di cui però solo cinque gli sopravvissero. Dei sopravvissuti solo uno era maschio e si trattava appunto di Commodo; il gemello, infatti, era morto all'età di cinque anni. Commodo era nato nelle vicinanze di Roma, presso la città di Lanuvium nel 161 d.C. e, nel 180 d.C. alla morte del padre, a soli diciannove anni, si ritrovò a essere imperatore di Roma. Erodiano ci descrive un Marco Aurelio in punto di morte, talmente preoccupato per la giovane età del figlio e per le responsabilità che avrebbe presto dovuto assumersi, da decidere di affidarlo alle cure dei suoi amici più fedeli, i quali avevano il compito di proteggerlo e dargli validi consigli. Marco Aurelio temeva, infatti, che i suoi saggi insegnamenti potessero essere spazzati via in un attimo dalle cattive compagnie che il figlio era solito frequentare. Le preoccupazioni di Marco Aurelio sono sintetizzate alla perfezione in questo brano di Dione:

Commodo non era malvagio per natura, era anzi ingenuo come tanti altri; tuttavia la sua grande debolezza di carattere e la sua codardia lo rendevano succube delle persone che frequentava, dalle quali, inizialmente indotto a cattive consuetudini per ignoranza delle cose migliori, fu in seguito spinto a mutare la sua indole, che divenne violenta e sanguinaria.

Le cattive compagnie cominciarono a influire sul ragazzo abbastanza presto; Dione in un altro brano sostiene che la morte del vecchio imperatore sarebbe stata provocata anzitempo dai medici, che volevano favorire l'ascesa al trono di Commodo. Dunque il povero Marco Aurelio aveva tutte le ragioni di temere alcuni dei personaggi che ronzavano attorno al figlio e il loro ascendente. In realtà non sappiamo se e fino a che punto il ragazzo fosse consapevole di questa specie di congiura ordita ai danni del padre; tuttavia, Dione prosegue dicendo che: «Quando si trovò in punto di morte, raccomandò quest'ultimo ai soldati, non voleva, infatti, che si credesse che egli fosse morto a causa di lui». Se Marco Aurelio temeva che i soldati potessero sospettare Commodo della sua morte, è molto probabile che la fama del figlio fosse già più che nota, prima ancora della morte del padre e che il suo comportamento non fosse dovuto solo ed esclusivamente a cattive amicizie. Elio Lampridio, l'autore dell'Historia Augusta
che si occupò della redazione della vita di Commodo, lascia intendere che l'imperatore fosse crudele per natura, come dimostrerebbe un aneddoto riportato proprio nella prima parte della sua biografia. Commodo, a soli dodici anni, avrebbe preteso la morte di uno schiavo, la cui unica colpa era di avergli preparato il bagno con dell'acqua eccessivamente calda. Avrebbe ordinato che lo schiavo fosse gettato nella fornace, la stessa utilizzata per il riscaldamento dell'impianto termale; tuttavia, il suo pedagogo, il quale doveva far eseguire quell'ordine crudele e insensato, per salvare la vita al povero schiavo, gettò nella fornace una pelle di montone che provocò un tale puzzo, da convincere Commodo che il suo volere era stato eseguito. Eccoci quindi di fronte a un altro erede al trono viziato e circondato da cattive compagnie; un altro di quegli imperatori la cui condotta spiega perché molti preferirono il sistema dell'adozione a quello della successione dinastica. Lampridio ci presenta un giovane particolarmente capriccioso, che era solito circondarsi di cattivi soggetti e che, quando questi furono allontanati, presumibilmente da suo padre, addirittura si sarebbe ammalato, costringendo così l'imperatore a restituirglieli. Che fosse malvagio per natura o che lo fosse diventato a causa delle cattive compagnie, fatto sta che i timori del povero Marco Aurelio erano più che giustificati. Commodo, infatti, in una prima fase del suo regno, circondato dagli amici del padre che lo aiutavano, si comportò discretamente; col tempo però, i parassiti che frequentavano la sua corte riuscirono a far venire fuori il suo lato peggiore. Pochi mesi dopo l'ascesa al trono, ebbe luogo un fatto che chiarì a tutti questo concetto. Commodo era rimasto sul fronte germanico per combattere i barbari che avevano tenuto impegnato Marco Aurelio fino alla morte; tuttavia, la vita sul fronte non poteva di certo essere definita piacevole e così molti cominciarono a tentare di persuaderlo a tornare agli agi di Roma. Nonostante l'incertezza iniziale, alla fine Commodo decise di andare contro il parere degli amici del padre e concordò una pace con i nemici pur di tornare al più presto a Roma. I più dicono che volesse sperimentare il lusso e i piaceri di cui aveva tanto sentito parlare; Commodo, invece, asseriva di voler tornare nell'Urbe per evitare che qualche nobilotto prendesse possesso del cuore dell'impero. Il rientro era quindi una necessità e non un capriccio. Effettivamente con la sottoscrizione della pace con i barbari, Commodo era riuscito a chiudere un capitolo rimasto aperto per troppi anni. Le guerre contro i germani avevano tenuto l'imperatore lontano da Roma per troppi anni e ora finalmente vi faceva ritorno. Dione ricorda che Commodo fu responsabile di moltissimi delitti, alcuni perpetrati mediante accuse ufficiali ed esecuzioni pubbliche; altri, invece, eseguiti con il veleno, per evitare l'eccessivo clamore. Dei personaggi più illustri di Roma che avevano militato sotto Marco Aurelio, solo tre riuscirono a sopravvivere a questa carneficina: Tiberio Claudio Pompeiano, Publio Elvio Pertinace (successore di Commodo) e Gaio Aufidio Vittorino (all'epoca prefetto urbano). Dione dice di non sapere come mai questi tre uomini siano riusciti a salvarsi ed effettivamente questo modus operandi di Commodo appare tuttora strano, soprattutto se si considera la pericolosità di Pompeiano. Questi, nel 169 d.C., era diventato genero di Marco Aurelio e cognato di Commodo sposando la sorella maggiore di quest'ultimo, Annia Aurelia Galeria Lucilla, ed era stato acclamato più volte imperatore dalle truppe. Qualcuno potrebbe credere che l'aver rifiutato la porpora imperiale avesse messo al sicuro Pompeiano dalle ire di Commodo, ma in realtà un gesto simile avrebbe potuto anche peggiorare le cose. Se a tutto ciò aggiungiamo che Lucilla, nel 182 d.C., aveva ordito una congiura per fare fuori il fratello e sostituirlo col marito, la sopravvivenza di Pompeiano ha del miracoloso. Il comportamento tenuto da Commodo nei confronti di questi tre personaggi sembra essere una delle poche prove che potrebbero scagionarlo dall'accusa di essere un folle sanguinario. Se davvero avesse operato delle esecuzioni sommarie, non si capisce come mai avrebbe risparmiato dei nemici potenzialmente tanto pericolosi. Si potrebbe allora ipotizzare che le morti provocate da Commodo non fossero poi tanto ingiustificate come sostengono le fonti. Del resto l'assenza di Marco Aurelio da Roma aveva sicuramente dato a molti, soprattutto ai senatori, un margine di movimento molto più ampio, improvvisamente limitato dall'arrivo di Commodo; di conseguenza ne sarebbe nato un conflitto. Tra i suoi avversari più pericolosi vi era la sorella Lucilla, sposata fino al 169 d.C. con Lucio Vero, co-imperatore insieme a suo padre Marco Aurelio, che si era abituata al suo ruolo di imperatrice e non si rassegnò a perderlo definitivamente dopo la morte del padre. Il fratello le lasciò molti dei privilegi concessi in precedenza, ma ora era Bruzia Crispina, sua moglie, a dover svolgere il ruolo di imperatrice, di prima donna dell'impero. Molti credono che la congiura ordita da Lucilla fosse nata dal nobile proposito di fermare le malvagità del fratello, il che è anche possibile; ciò nonostante non bisogna dimenticare il suo desiderio di tornare a essere la donna più importante di Roma, che potrebbe aver mosso la sua mano. Lucilla riuscì a riunire un piccolo gruppo di amici disposti ad aiutarla nell'impresa, tra cui l'ex console Marco Numidio Quadrato, sua sorella Numidia Cornificia Faustina e il nipote di Pompeiano, Tiberio Claudio Pompeiano Quinziano. Quest'ultimo avrebbe dovuto eseguire materialmente l'omicidio e dopo la morte dell'imperatore gli altri avrebbero rimpiazzato Commodo con Pompeiano, restituendo così a sua moglie Lucilla il ruolo di imperatrice. Il piano però non doveva essere stato elaborato con cura, dato il risultato. Quinziano attese l'imperatore in un angolo scuro all'ingresso dell'anfiteatro e quando lo vide arrivare pensò bene di sguainare il pugnale e mettersi a urlare che era stato mandato lì dal senato per finirlo. Mentre urlava le guardie del corpo di Commodo ebbero tutto il tempo di fermarlo e così Quinziano non riuscì neanche ad avvicinarsi alla sua vittima. Più che il risultato di un piano ben congegnato, l'azione del giovane ci appare come un folle gesto suicida; sempre che le cose siano andate effettivamente come le riportano le fonti. Quinziano era stato coinvolto nel piano perché era il promesso sposo (secondo altri già marito all'epoca della congiura) della figlia di Lucilla, Plauzia, avuta dal matrimonio con Lucio Vero. Dione però aggiunge che il ragazzo era anche l'amante di sua suocera e quindi che agiva per compiacere la sua donna. Erodiano, invece, sostiene che, stando ai pettegolezzi che circolavano all'epoca, l'amante di Lucilla non era il giovane nipote acquisito, bensì Numidio Quadrato. È abbastanza comune che nella trattazione di congiure e delitti si tenda ad attribuire ai personaggi coinvolti, oltre che degli intenti comuni, anche dei legami amorosi torbidi, come a voler dare una motivazione in più. Ciò non toglie tuttavia che effettivamente potevano esserci state delle tresche: Lucilla, cosciente del fascino esercitato sul nipote, potrebbe esserne diventata l'amante per sfruttarlo nella realizzazione del suo piano. Quinziano e Quadrato furono comunque condannati a morte e uccisi, le donne che presero parte alla congiura furono esiliate presso l'isola di Capri, dove, però, non ebbero una sorte migliore dei loro compagni. Commodo, infatti, dopo un anno, quando ormai le acque si erano calmate e la lezione di clemenza era stata recepita del popolo romano, mandò dei sicari a Capri per finire il lavoro. Resta ancora un'incognita. Come fece Pompeiano a salvarsi anche questa volta? Semplicemente fu stabilito che non c'entrava niente con il complotto; che, anche se era stato scelto per sostituire Commodo, in realtà non aveva mai saputo niente del folle piano ordito da sua moglie e così se la cavò ritirandosi a vita privata e abbandonando la politica. In un'epoca in cui per molto meno ci si rimetteva la pelle, è abbastanza strano che il cognato dell'imperatore sopravvivesse a tutta una serie di eventi compromettenti, a meno che Commodo fosse molto più equilibrato di quanto le fonti ci hanno tramandato. Nell'Historia Augusta viene menzionato anche un altro complice di Lucilla: si tratta del prefetto del pretorio Tarrutenio Paterno. Sarebbe riuscito a salvarsi, se non avesse ucciso l'amante dell'imperatore. Si diceva che Commodo intrattenesse una relazione con un tale Soatero; addirittura l'imperatore lo aveva fatto salire sul carro imperiale durante il trionfo per le vittorie riportate contro le popolazioni germaniche e in quell'occasione pare avesse dato scandalo più volte baciandolo appassionatamente. Paterno, approfittando della confusione della congiura, avrebbe fatto uccidere il tanto odiato Soatero e quando Commodo venne a saperlo, lo condannò a morte per cospirazione. La storia della morte di Soatero sembra poco plausibile, ma anche Dione ricorda che furono mosse delle accuse contro Paterno in occasione della congiura del 182 d.C. Lo storico greco non crede che Paterno e Salvio Giuliano, altra vittima dell'ira di Commodo, avessero cospirato contro di lui; egli, infatti, sostiene che i due, se davvero avessero voluto eliminare Commodo, avrebbero già avuto occasioni migliori per farlo. Dunque si trattava di vittime innocenti del rastrellamento seguito alla congiura? Tra gli altri condannati a morte con l'accusa di aver cospirato per uccidere l'imperatore, vi furono anche due membri della famiglia dei Quintili, Condiano e Massimo. La storia più assurda, riguarda il figlio di Massimo, Sesto Condiano. Si trovava in Siria, quando venne a sapere che l'imperatore reclamava anche la sua testa oltre a quella del padre e dello zio, e progettò un piano molto azzardato per salvarsi: si procurò del sangue di animale, per la precisione di lepre, e ne trattenne un sorso in bocca, quindi salì a cavallo come se volesse fare una passeggiata e, dopo aver cavalcato per un po' , finse di cadere. Appena toccò terra, lasciò uscire dalla bocca il sangue per simulare la sua morte. Il presunto cadavere fu portato in casa e qui, con la complicità di alcuni amici e degli schiavi, fu completato il piano: nella bara fu messo un ariete morto, che fu poi bruciato sulla pira funeraria. Credendolo morto, l'imperatore smise di cercarlo. Dopo qualche tempo però Commodo venne a sapere come erano andate le cose e, sentendosi preso in giro, diede inizio a una vera e propria caccia all'uomo. Molte persone che somigliavano a Sesto furono uccise e le loro teste inviate a Roma, ma non si seppe mai se Sesto fosse effettivamente tra i deceduti e se una delle teste fosse realmente la sua. Tanto che un uomo, morto Commodo, si presentò a Roma affermando di essere Sesto e reclamando il suo patrimonio. Nonostante la forte somiglianza però, venne ben presto scoperto l'inganno. Il prefetto del pretorio Tarrutenio Paterno, ucciso per volere dell'imperatore, fu sostituito da Sesto Tigidio Perenne. Diciamo che in generale i prefetti del pretorio sotto Commodo non ebbero una grande fortuna, visto che nessuno riuscì a morire di vecchiaia nel proprio letto. Infatti, anche i successori di Paterno, a cominciare da Perenne e continuando con Cleandro, Giuliano, Regillo e Motileno, non ebbero una sorte migliore del loro predecessore. Motileno, addirittura, fu ucciso con dei fichi avvelenati. Le fonti sembrano indicare la congiura di Lucilla come punto di riferimento per la trasformazione di Commodo in mostro; tuttavia abbiamo già dimostrato che non tutti la pensavano in questo modo. La paura di morire, la drammatica scoperta che a ordire la congiura era stata la sorella e le dichiarazioni di Quinziano al momento dell'aggressione lo condizionarono moltissimo. Il senato lo odiava tanto da volerlo morto e così Commodo divenne sempre più crudele con i senatori e con chiunque avesse dato adito anche al minimo sospetto. Erodiano parla anche di una seconda congiura, che avrebbe avuto luogo poco dopo quella di Lucilla. Un soldato di nome Materno, cacciato dall'esercito a causa dei numerosi delitti commessi, cominciò a radunare attorno a sé altri criminali. Con questa gente Materno si diede a saccheggi e altri delitti fino a racimolare un'ingente ricchezza, che gli permise di reclutare altri uomini ancora. Alla fine riuscì a creare un piccolo esercito che mise a soqquadro la Gallia e la Spagna. Le vittorie riportate in questi luoghi spinsero Materno ad aspirare addirittura al soglio imperiale; fu così che decise di uccidere Commodo. Sapendo di avere pochi uomini rispetto alle migliaia di pretoriani di stanza nell'Urbe, Materno pensò di agire d'astuzia. L'ex soldato progettò di entrare in azione durante la festa dedicata alla madre degli dei, occasione in cui ai romani era concesso travestirsi in ogni modo, perfino da senatori. Materno decise quindi di entrare a Roma travestito da pretoriano insieme ai suoi uomini. Nessuno avrebbe potuto distinguere le vere guardie da quelle false e lui avrebbe potuto agevolmente avvicinare Commodo. Il piano però fallì a causa della delazione di alcuni uomini di Materno. Trattandosi di un'accozzaglia di delinquenti non è difficile credere che, per gelosia o sperando in un lauto compenso, avessero tradito il loro capo. Materno fu decapitato e anche i suoi compagni dovettero pagare per i loro crimini. La narrazione di questa seconda congiura sembra alquanto assurda oppure lo era il piano ideato da Materno. Tra congiure e tradimenti vari da parte dei suoi prefetti, Commodo ovviamente divenne sempre più spaventato e dunque crudele. Inizialmente il popolo di Roma amava il suo giovane imperatore e attribuiva gran parte delle disgrazie che colpivano l'Urbe alla malvagità dei prefetti; col tempo però anche il popolo si rese conto della reale natura di Commodo e prese a odiarlo. Oltretutto, se inizialmente l'imperatore tentava di nascondere ai più i suoi vizi, piano piano divenne sempre meno accorto e più sfacciato. Commodo, ovviamente, come molti altri imperatori, aveva dimostrato una certa propensione per le perversioni sessuali. Lampridio parla di un harem creato appositamente nel palazzo reale e che contava ben seicento persone. Si trattava per metà di matrone e prostitute romane scelte dallo stesso Commodo, mentre gli altri trecento erano invece giovinetti per cui l'imperatore provava una certa attrazione. Sempre secondo l'autore dell'Historia Augusta, Commodo fu responsabile di atti che andavano oltre ogni decenza: avrebbe violentato tutte le sorelle e imposto il nome della madre a una delle sue concubine. Le ragazze che facevano parte dell'harem, oltre a dover subire le sue depravazioni, furono spesso violentate da alcuni amici di Commodo, solo perché l'imperatore amava assistere a quel genere di performance. Si diceva che nell'harem vi fosse anche un uomo super dotato detto Onos. Proprio per questa sua particolare caratteristica fisica, Onos divenne uno dei favoriti dell'imperatore e riuscì ad arricchirsi notevolmente. Anche in ambito religioso pare si fosse dimostrato eccessivo e crudele. Costrinse tutti i seguaci di Bellona ad amputarsi veramente un braccio come narrava la tradizione, mentre i seguaci del culto di Mitra, abituati a simulare un omicidio rituale, furono costretti ad assistere realmente alla morte di alcuni uomini. Bastava un nonnulla per spingere l'imperatore a odiare qualcuno. Un tale Giulio Alessandro, ad esempio, fu condannato a morte per essersi dimostrato più abile dell'imperatore a cacciare e per aver colpito un leone con il giavellotto restando a cavallo. Alessandro fu avvisato in tempo dell'arrivo dei sicari di Commodo e così li uccise prendendoli di sorpresa. Tentò poi la fuga e molto probabilmente sarebbe riuscito a salvarsi, se non avesse portato con sé un giovinetto che amava. Questi non riusciva a cavalcare velocemente come Alessandro e quindi lo rallentò. Quando i loro inseguitori li raggiunsero, Alessandro uccise il ragazzo e poi si tolse la vita. Tra le tante assurde atrocità attribuite all'imperatore, ve n'è una molto particolare. Una volta si sarebbe fatto portare un uomo molto grasso e gli avrebbe fatto aprire la pancia per la curiosità di veder fuoriuscire tutto ciò che conteneva. In un'altra occasione, invece, avrebbe radunato tutti gli storpi della città per poi farli vestire da giganti e simulare una battaglia contro di loro. Naturalmente i temutissimi giganti furono tutti uccisi. Si racconta che costringesse i suoi subalterni a compiere azioni umilianti solo per mortificarli pubblicamente. Il prefetto del pretorio Giuliano, per esempio, fu obbligato a danzare nudo in presenza delle concubine di Commodo. Il suo amore per le dissolutezze lo portò sul lastrico. Era continuamente a caccia di denaro, procacciandoselo come avevano fatto molti altri prima di lui, cioè costringendo diversi cittadini illustri a lasciargli in eredità il loro patrimonio. Commodo però si accanì anche sul popolo, obbligando tutti i romani a consegnargli due monete d'oro ciascuno nel giorno del suo compleanno. Molti condannati a morte riuscirono a salvarsi solo donandogli tutti i loro averi; oltre alla grazia, l'imperatore vendeva anche altri beni, come ad esempio un'adeguata sepoltura, una pena ridotta oppure l'assoluzione in un processo. Insomma non vi era carica o evento a Roma il cui esito non potesse essere modificato con una congrua donazione. La passione che però lo condusse realmente alla rovina fu quella per la gladiatura. Fin da quando era ragazzo, Commodo aveva provato un immenso piacere nel partecipare ai giochi gladiatori, nonostante fosse indegno per un imperatore svolgere un'attività simile. Pigro per natura s'impegnava solo in quest'arte, dimostrando notevoli capacità. Le fonti raccontano che uccise moltissime fiere esotiche nell'arena tra le quali elefanti e ippopotami. Uccise anche moltissimi uomini ma questi risultati non sempre furono frutto di suoi meriti personali; infatti, capitava spesso che dei gladiatori venissero letteralmente costretti a perdere. Pare che l'imperatore fosse poco propenso a uccidere i propri avversari e che preferisse mutilarli; spesso, infatti, faceva credere al pubblico che stava per concedere la grazia al proprio avversario, del quale voleva tenersi semplicemente una ciocca di capelli in ricordo della vittoria, e invece, una volta avvicinata la spada, al volto dei malcapitati, li sfregiava o menomava. Una volta uccise ben cento orsi in una volta, ma il combattimento ovviamente non era alla pari: le povere belve, infatti, erano state fatte entrare nell'arena mentre l'imperatore le colpiva con delle frecce dall'alto di una passerella di legno, dove era al sicuro dai loro artigli. Erodiano sembra però dimostrare una certa ammirazione per le capacità dell'imperatore. Lo storico ricorda un evento particolare che lo colpì. Un giorno, durante uno spettacolo nell'arena, una pantera con la quale avrebbe dovuto combattere l'imperatore, si lanciò contro un inserviente. Commodo intuì ciò che stava per accadere e uccise il felino prima che potesse raggiungere il malcapitato. L'imperatore era solito vestirsi da Ercole o da Mercurio quando si presentava nell'arena. Quando poi lo spettacolo aveva inizio, si toglieva tutto e rimaneva coperto solo da una tunica, senza neanche i calzari. Il ruolo che preferiva era quello di secutor e anche se spesso si esibiva contro gladiatori professionisti, a volte capitava che i suoi avversari venissero scelti tra gli spettatori. Era molto rigido nel rispetto delle regole e per ogni sua performance riceveva in pagamento un milione di sesterzi, che venivano sottratti dal fondo per le paghe dei gladiatori. È inutile dire che i suoi colleghi percepivano uno stipendio ben più misero. Commodo aveva il suo domicilio ufficiale nel quartiere dove vivevano i gladiatori, ma in realtà viveva la gran parte del tempo presso il palazzo imperiale. In un'occasione aveva costretto anche il prefetto del pretorio Quinto Emilio Leto a combattere contro di lui e, ovviamente, a perdere, inimicandoselo per sempre. Preso dal risentimento nei confronti di Commodo, Leto, insieme al liberto Eclecto, cominciò a ordire una congiura ai suoi danni. In questo complotto fu coinvolta anche Marcia, la concubina preferita dell'imperatore, la quale aveva il compito di somministrare del veleno al suo amante, come effettivamente fece; tuttavia, accadde un fatto inaspettato: forse a causa del troppo vino o dell'abbondante cena, Commodo ebbe dei violenti dolori di stomaco e vomitò insieme al cibo anche il veleno. In seguito, cominciò a sospettare che il suo malessere potesse essere dovuto a un avvelenamento e così si mise a minacciare di morte tutti i suoi più stretti collaboratori. Presi dal timore, Leto ed Eclecto provarono di nuovo a ucciderlo, prima che mettesse in pratica le minacce. Mentre faceva tranquillamente il bagno, nella stanza entrò Narcisso, un atleta secondo alcuni, un gladiatore secondo altri. Questi prese Commodo per il collo e lo tenne stretto finché l'imperatore non morì soffocato. Pochi mesi dopo fu uccisa anche sua moglie Bruzia Crispina. In precedenza accusata di adulterio dal marito ed esiliata a Capri, su quest'isola fu raggiunta dai sicari che la uccisero. Sia Commodo che Crispina furono soggetti alla damnatio memoriae, volta a cancellare ovunque qualsiasi segno della loro esistenza. Erodiano riporta una versione diversa dei fatti e alquanto singolare. Secondo lui Commodo il 30 dicembre, vale a dire il giorno prima di morire, aveva deciso che l'indomani si sarebbe presentato al popolo in veste di gladiatore uscendo dalla caserma anziché dal palazzo imperiale. L'imperatore espresse questo suo desiderio in presenza di Marcia, Leto ed Eclecto che tentarono di dissuaderlo dicendogli che si trattava di un atto troppo umiliante per un imperatore. Commodo rimase talmente deluso dalla loro reazione che, fingendo di andare a riposarsi, si ritirò nella propria camera con un macabro proposito. Invece di coricarsi si mise a stilare una lista di persone che avrebbe voluto uccidere e i primi tre nomi erano proprio quelli di Marcia, Leto cd Eclecto. Un bambino che frequentava abitualmente il palazzo, in quanto favorito di Commodo, trovò la lista e la prese per giocarci. Uscendo dalla camera dell'imperatore il bambino incontrò Marcia, la quale gli tolse di mano il documento, convinta che potesse aver sottratto una carta importante dalla camera dell'imperatore. Quando la donna si rese conto di ciò che aveva in mano, si consultò con gli altri due condannati. Fu così che decisero di agire. Per il resto la versione dei fatti è la stessa narrata da Dione. Morto Commodo, secondo Erodiano, i tre avrebbero tentato di nascondere il cadavere, per poi annunciare al popolo che l'imperatore era morto per un attacco apoplettico. Fu così che decisero di avvolgere il corpo in un tappeto e portarlo fuori dal palazzo. Quasi nessuno degli studiosi moderni crede all'esistenza della lista di condannati di cui parla Erodiano, sostenendo che la storia somiglia troppo a quella dell'omicidio di Domiziano e che quindi è stata alterata. E possibile che i congiurati avessero inventato l'esistenza di questo documento solo per giustificare la loro azione agli occhi del ligio Pertinace. Il successore di Commodo, infatti, era un soldato e dunque apprezzava poco il tradimento, anche se perpetrato ai danni di un tiranno. È dunque probabile che Marcia, Leto ed Eclecto gli avessero detto che erano stati costretti a uccidere Commodo per evitare che morissero altre persone innocenti tra cui loro stessi. L'assassinio fu perpetrato presso la Domus Vectiliana, un'abitazione sul Celio, dove l'imperatore aveva fatto trasferire la sua corte. Tutte le fonti concordano sui nomi dei tre congiurati, ma che interesse avevano queste persone a uccidere l'imperatore? Erano tutti e tre in qualche modo i favoriti di Commodo, avrebbero dovuto proteggerlo per continuare a godere dei privilegi che concedeva loro, non aveva alcun senso quell'omicidio. L'ipotesi più probabile è che i tre sapessero che Commodo stava per essere ucciso da altri e, temendo di essere coinvolti, avessero agito di conseguenza. Uccidendo loro l'imperatore e scegliendo il suo successore, si sarebbero assicurati un posto in prima fila per qualche altro anno; se invece avessero subito le scelte altrui, molto probabilmente si sarebbero ritrovati direttamente nella fossa. Tutte le notizie che le fonti riportano a proposito di Commodo, dalle perversioni sessuali alle crudeltà ingiustificate, fanno parte dello schema standard usato dai cronisti antichi per descrivere il tiranno tipo. Quasi tutti gli imperatori più crudeli della storia, e non solo di Roma, sono stati accusati più o meno delle stesse nefandezze, in un generico appiattimento che confonde il lettore. Quanto c'è del Commodo storico nei racconti di Dione ed Erodiano? Il loro Commodo è uno dei tanti tiranni tipo o era veramente crudele come lo descrivono?

 
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