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Cocullo

Borghi > Abruzzo

Borgo di poche anime sulla dorsale appenninica al confine tra la Valle Peligna e la Marsica, non lontano dalla conca del Fucino, Cocullo è un gruppo di case aggrappate alla cima di una roccia impervia, la cui conformazione ha verosimilmente ispirato il toponimo. L'etimo potrebbe infatti avere avuto origine dal latino cucullus, particolare copricapo di forma appuntita, anche se c'è chi lo vede piuttosto collegato al greco conculion, "conchiglia". L'ascendenza storica del nome fa comunque supporre l'esistenza di insediamenti molto precedenti a quello attuale, se non addirittura preromani, circostanza avvalorata anche dalla presenza ( nella frazione di Casale ) di alcuni resti di ville risalenti al I secolo a.C. , nonché di bronzetti con l'effigie di Ercole, a testimonianza di una già consolidata colonizzazione del territorio. Quale che sia il significato del suo nome, pare che il paese abbia assunto la forma attuale intorno al X secolo, come dimostra la fisionomia tipica degli incastellamenti medievali, con la rocca nel punto più alto del colle, l'abitato disposto ai suoi piedi e la regolamentare cinta muraria che racchiude il tutto. Sul nucleo storico svetta la massiccia torre del castello-palazzo Piccolomini, mentre nella piazza principale sorge la chiesa della Madonna delle Grazie, in stile romanico-abruzzese, fondata nel XII-XIII secolo sui resti di un tempio dedicato a Giove. La facciata, trecentesca ma rimaneggiata due secoli più tardi, è arricchita da un portale gotico datato 1458, mentre l'interno conserva affreschi eseguiti nel corso dei lavori di risistemazione cinquecentesca. Tratti medievali rivela anche la vicina fontana, con tre arcate ogivali, mentre reminiscenze più antiche traspaiono nella festa del patrono san Domenico, una sentita manifestazione che si tiene il primo giovedì di maggio e dedicata al monaco benedettino fondatore di numerosi cenobi tra la Sabina, l'Abruzzo e il Lazio, spentosi a Sora nell'anno 1031. Durante la cerimonia la statua del santo viene infatti condotta per le vie del paese "addobbata" con serpi vive, alle quali attendono i cosiddetti "serpari", figure cui la processione è appunto intitolata. Pare che questa tradizione affondi le sue radici nel culto pagano della dea Angizia, dominatrice dei serpenti, ancora vivo nella zona della Marsica in epoca medievale, e che il sincretismo religioso popolare lo abbia identificato con le virtù del santo, trasformandone la figura in protettore dal morso e dal veleno dei rettili.


 
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