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Battaglia di Zama (202 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Zama, nei pressi di Cartagine
Data:
18 ottobre 202 a.C.
Forze in Campo:
Repubblica Romana e Regno di Numidia contro Cartagine
Esito:
Decisiva Vittoria Romana
Comandanti:
Repubblica Romana e Regno di Numidia:
Publio Cornelio Scipione e Massinissa - Cartagine: Annibale

Con la vittoriosa battaglia di Zama, combattuta nel 202 a.C. nei pressi dell'attuale Zowareen, un centinaio di chilometri a sud-ovest di Tunisi, Roma aveva chiuso la seconda guerra punica con una vittoria decisiva e definitiva. Cartagine, la grande città di origine fenicia, che col suo impero commerciale aveva per sessant'anni conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era battuta, umiliata. Un trattato pesantissimo le imponeva di distruggere la flotta da guerra, rendeva soggetta alle decisioni del senato romano la sua politica estera e la obbligava al pagamento di un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia. Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una terza guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma si trattò più di una vendetta postuma da parte di Roma che di una conseguenza di un risorto pericolo cartaginese, che dopo Zama era definitivamente tramontato. Nei sessant'anni che era durato lo scontro con Cartagine tutto era cambiato. Il Mediterraneo, la Repubblica romana, lo stesso esercito di Roma non erano più quelli che avevano visto scoppiare le ostilità tra le due città per questioni di egemonia in Sicilia. Alcuni storici arrivano a sostenere, e non senza qualche ragione, che Roma, la Roma dell'impero, non sarebbe stata la stessa se non avesse avuto Cartagine contro cui lottare. Gli interessi della Repubblica nel corso delle guerre puniche si erano spostati; non più una politica limitata al controllo della penisola italica, partendo da una solida presenza nel Lazio e nell'Italia centrale, ma una vera e propria politica di potenza, col Mediterraneo come centro, l'Iberia come teatro e presto, molto presto, il Vicino Oriente dei regni ellenistici come obiettivo. La stessa classe dirigente romana era evoluta nel corso della guerra, era cambiata in profondità. Imbevuti di cultura greca e ellenistica, i leader di quella che sarebbe stata la nuova fase espansiva della Repubblica mal sopportavano le limitazioni imposte in patria dal mos maiorum, i costumi dei padri, e assieme al cosmopolitismo politico, di stampo ellenistico, aspiravano ad uno stile di vita più ricco, più internazionale ed elegante. Anche l'esercito era mutato, forse soprattutto l'esercito. Quello che Publio Cornelio Scipione portò alla vittoria sul campo di lama era solo in apparenza simile all'esercito che Annibale aveva duramente battuto a Canne. Le strutture organizzative erano rimaste le stesse: la legione manipolare, derivata dalle riforme camillane di più di un secolo prima, si articolava ancora sulle tre linee di bastati, principes e triarii, ma i soldati che la componevano non erano più gli stessi. Quello sconfitto a Canne era un esercito di cittadini, dilettanti della guerra, formato col nerbo dei piccoli proprietari terrieri di cittadinanza romana. Valorosi, certo, e avvezzi alle fatiche della guerra, ma utilizzabili solo per una singola campagna, stretti com'erano dalle necessità della vita quotidiana e impossibilitati a restare in campo per più di uno, massimo due anni. Quello di Scipione era, invece, un vero e proprio esercito di mestiere, formato da veterani induriti dalle campagne in Italia e in Spagna, anni di campagne che ne avevano fatto dei soldati e basta, disposti a restare nell'esercito per tutta la vita, non più legati al podere avito lasciato indietro nell'agro romano. Saranno uomini come questi, legati a Roma e ancora di più legati ai propri generali, da cui dipendevano per la vittoria e per la sopravvivenza medesima, che conquisteranno per Roma il controllo di tutto il Mediterraneo. Saranno uomini come questi a travolgere la potenza delle falangi ellenistiche, fino ad allora ritenute invincibili. Saranno, infine, uomini molto simili a questi che, nel turbine delle guerre civili di un secolo più tardi, segneranno la fine dell'antica Repubblica trasformata prima nel Principato poi nell'Impero. Con un po' di forzatura storica, ma non troppa in ultima analisi, si può dire che il seme che conteneva la forma e l'ideologia di Roma imperiale era stato gettato in quell'anno 202 a.C., sul campo di Zama.

La Genesi:

Il disastro di Canne, con l'annientamento da parte di Annibale delle otto legioni al comando di Lucio Emilio Paolo e di Gaio Terenzio Varrone sembrava aver segnato un punto decisivo a favore di Cartagine nella lunga lotta con Roma. In realtà non fu così, Roma disponeva di grandi risorse organizzative e militari e subito il Senato si dedicò a riorganizzare l'esercito. Annibale dal canto suo, deluso dalla mancata defezione dal campo romano della maggior parte degli alleati italici della Repubblica, dovette accontentarsi di una dimostrazione in forze davanti alle mura di Roma ma, alla fine, privo come era di adeguate strutture per la guerra d'assedio, fu costretto a tornare nell'Italia meridionale con la speranza di consolidarvi le proprie posizioni. Limitandosi a tenere sotto controllo i movimenti del grande cartaginese nell'Italia del sud, Roma, che nel 212 disponeva già di 22 legioni ( più di quante ne avesse prima di Canne ) si dedicò a colpire gli interessi cartaginesi dove essi risultavano più vulnerabili. Publio Cornelio Scipione fu mandato in Spagna come pro-console e qui iniziò, a partire dal 211 a.C., una guerra spietata contro gli insediamenti cartaginesi ottenendo numerose vittorie e, alla fine, espellendo di fatto gli eserciti di Cartagine dalla penisola iberica. Nel 207 un esercito cartaginese di soccorso, comandato da Asdrubale, fratello di Annibale, era riuscito a varcare i Pirenei e ad entrare in Italia, ma fu duramente battuto sul fiume Metauro, nelle Marche. La testa mozzata del fratello, che i Romani fecero arrivare nel campo cartaginese, fece capire ad Annibale che le sue speranze di ricevere aiuti dalla madrepatria erano scomparse per sempre. Nel 204 Scipione passò con l'esercito in Africa e sconfisse, nei pressi dell'attuale Suk Al-Khamis, in Tunisia, un esercito raffazzonato che Cartagine aveva messo in piedi in fretta e furia. Minacciato direttamente in terra africana e in preda al panico, al gran consiglio cartaginese non rimase altro da fare che richiamare in patria Annibale e il suo esercito. Era tutto quello che Scipione desiderava. Le sue legioni erano state rinforzate dalla cavalleria numida del principe Massinissa che, cambiando campo, aveva scelto l'alleanza con Roma, e il condottiero romano sapeva bene che la partita con Annibale doveva essere chiusa una volta per tutte e in terra africana. I Romani concessero una tregua, approfittando della quale Annibale, con una parte dei suoi veterani, riuscì a rientrare a Cartagine. L'azzardo di Scipione era stato giocato a ragion veduta: certo di avere a disposizione le migliori truppe del mondo, i suoi legionari veterani di Spagna, e rinforzato dalla cavalleria di Massinissa, Publio Cornelio era fiducioso di poter aver la meglio su Annibale una volta attirato il cartaginese in un battaglia campale. Rinfrancati dal rientro del loro condottiero i Cartaginesi in quel frangente fecero il gioco di Scipione e, denunciata la tregua, Annibale uscì dalla città con un esercito forte numericamente, ma, se si escludono i 18.000 veterani che aveva portato con sé dall'Italia, raccogliticcio. I Romani, fiduciosi nelle loro qualità e nelle capacità del loro comandante, attendevano il nemico nella piana di Zama.

Le Forze in Campo:

I Romani schierarono a Zama 34.000 fanti delle legioni e 9.000 cavalieri, una metà dei quali erano numidici. Annibale poteva contare su 18.000 veterani d'Italia, molti dei quali italici o spagnoli, 17.000 fanti recentemente levati dal senato cartaginese e di dubbia utilità sul campo, 3.000 cavalieri e 20 elefanti.

Gli Eserciti:

Fra gli hastati e i principes, che costituivano la spina dorsale della legione romana, venivano arruolati gli uomini nel pieno vigore delle forze. Le loro funzioni erano praticamente le stesse, anche se si collocavano diversamente nello schieramento, gli hastati nella prima e i principes nella seconda fila di combattimento. Erano equipaggiati con un elmo di bronzo, una corazza e un grande scudo ovale. L'armamento offensivo prevedeva due giavellotti di peso diverso detti pila (al singolare pilum) e da una corta spada che impugnavano nel corpo a corpo dopo avere scagliato i giavellotti. I velites costituivano la fanteria leggera formata dai soldati più giovani assegnati come supporto a ogni manipolo. Non portavano armatura e limitavano la protezione del corpo ad un elmo di bronzo, spesso coperto da una pelle di lupo, e ad uno scudo rotondo chiamato panna; per l'offesa disponevano di alcuni giavellotti leggeri e di una corta spada di tipo italico o spagnolo simile a quella dei fanti pesanti. I legionari meno giovani andavano a costituire i manipoli dei triarii che nello schieramento della legione formavano la terza fila. Muniti di un equipaggiamento identico a quello dei principes e degli hastati, erano armati invece che del pilum di una lunga lancia di tipo oplitico. L'impiego tattico dei triarii era molteplice: potevano essere usati come riserva mobile alle spalle della legione, o come forza di supporto adatta a respingere con le lunghe aste gli attacchi dei cavalieri nemici. In alcune occasioni i triarii potevano operare contro i fianchi o il retro delle formazioni avversarie, impegnate sul fronte dai colleghi delle prime due file.

La Battaglia:

I due eserciti si schierarono in una vasta piana priva di impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande battaglia campale. Annibale aveva disposto il suo esercito su tre linee. In prima linea i contingenti di mercenari o alleati italici, celtici e liguri; molti di questi avevano seguito a malincuore il condottiero cartaginese e, stanchi di guerra, forse cercavano soprattutto una via d'uscita per tornare alle loro terre. La seconda fila era formata dalle leve africane, cioè da quei contingenti frettolosamente arruolati da Cartagine per fronteggiare l'invasione romana. In terza fila Annibale aveva tenuto i suoi veterani d'Italia pronti ad intervenire nel caso in cui la cavalleria, schierata sulle ali, non avesse resistito alla cavalleria romana, superiore di numero e di addestramento. Davanti all'esercito erano schierati gli elefanti da guerra nella speranza di mettere in disordine le prime linee della fanteria romana. Anche Scipione aveva schierato le sue forze su tre linee. In prima linea i manipoli degli hastati, coi velites che mascheravano gli intervalli per creare delle "corsie" di scorrimento in cui far incanalare il prevedibile attacco degli elefanti. In seconda linea erano piazzati i manipoli dei principes, mentre quelli dei triarii, secondo la tradizione, erano in riserva in terza linea. La cavalleria romana era sulla sinistra mentre sulla destra stava la cavalleria numidica, al comando del principe Massinissa. La battaglia, come aveva previsto Scipione, fu aperta dalla carica degli elefanti da guerra cartaginesi. I pachidermi però, sconvolti dal fitto lancio di giavellotti dei velites romani, furono in parte ricacciati indietro e, scivolando sui fianchi delle fanterie cartaginesi, andarono a disordinare le ali di cavalleria. Gli altri elefanti furono incanalati negli spazi lasciati dai manipoli, dove passarono senza fare grossi danni. Vedendo la difficoltà delle ali di cavalleria cartaginesi, la cavalleria romana subito le attaccò e, dopo una breve mischia, entrambi i contingenti della cavalleria di Annibale furono messi in fuga inseguiti da vicino dai cavalieri nemici. A questo punto le fanterie strinsero e vennero a contatto; lo scontro fu molto violento e le prime due file cartaginesi stavano per cedere, quando Annibale mandò in combattimento la riserva dei veterani, cercando anche di allargare il fronte per aggirare il fianco romano. Scipione parò la mossa utilizzando allo stesso modo i triarii. Quando sembrava che lo scontro tra le fanterie dovesse continuare, incerto, ancora a lungo, le cavallerie romane, che avevano disperso i cavalieri nemici, fecero ritorno sul campo di battaglia. Attaccate sul rovescio e pressate da vicino dalla cavalleria romana, le truppe di Annibale si diedero ben presto alla fuga. Come succedeva sempre nelle guerre dell'antichità, finita la battaglia iniziava l'inseguimento e con esso il massacro. Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine ma aveva lasciato sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000 prigionieri. Le perdite romane assommarono a un mas-simo di 4.000 uomini, metà dei quali numidi. Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria aveva posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine.

Le Conseguenze:

La battaglia di Zama mise fine alla seconda guerra punica (219-202 a.C.) e, di fatto, sancì la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Roma costrinse la città rivale ad una pace umiliante. La flotta da guerra doveva essere smantellata: solo poche decine di navi, infatti, erano consentite alla marina cartaginese dalle clausole del trattato; tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano sotto il controllo romano; la stessa politica estera di Cartagine doveva conformarsi a quella romana. Per paura della vendetta romana la città costrinse Annibale, il suo più grande figlio, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma. La sconfitta di Cartagine costituisce il primo elemento nella costruzione in quella egemonia romana, sul Mediterraneo dapprima, e molto oltre poi, che in qualche modo ancora segna la civiltà del nostro continente.

 
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