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Battaglia di Waterloo (1815)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1800 d.C. al 1900 d.C.

Luogo: Mont-Saint-Jean, vicino Waterloo, allora nel Regno Unito dei Paesi Bassi, oggi Belgio
Data:
18 giugno 1815
Forze in Campo:
 Impero Francese contro la Settima Coalizione
Esito:
Decisiva Vittoria della Settima Coalizione
Comandanti:
Impero Francese:
Napoleone Bonaparte - Settima Coalizione: Duca di Wellington e Gebhard Leberecht von Blücher

La battaglia di Waterloo è probabilmente il fatto d'armi più conosciuto della storia. Fra tutte le guerre del passato, e non solo quelle del periodo napoleonico, la battaglia combattuta sulle pendici del Mont Saint Jean il 18 giugno del 1815 è quella che più fortemente ha inciso nella memoria collettiva degli Europei, e non solo. La sconfitta di Napoleone, il tramonto dell'Impero, la fine di un'epopea che per vent'anni aveva insanguinato l'Europa, ma aveva anche contribuito, in tutto il continente, a diffondere le idee di uguaglianza e di libertà nate con la Rivoluzione francese, furono sensazioni talmente radicate nella mente di tutti da far divenire il termine Waterloo una definizione proverbiale di sconfitta totale e assoluta. Al di là di questo, però, della battaglia in sé, di come si sia svolta e di come fosse andata la breve campagna che la precedette, e anche di quali furono in ultima analisi le cause tattiche e strategiche che portarono alla sconfitta di Napoleone si sa, tra il grande pubblico, molto meno: Una ormai secolare tradizione interpretativa, tutta di scuola britannica, ha a lungo esaltato la saldezza dell'esercito inglese che, attestato sulle pendici del Mont Saint Jean, fu capace di resistere per tutta la giornata ai furibondi attacchi francesi costruendo le basi della vittoria, resa poi definitiva dall'intervento, nel tardo pomeriggio, dei Prussiani del feldmaresciallo Bliicher. Oggi al contrario molti storici, in maggioranza di lingua tedesca, tendono a rovesciare l'ipotesi: l'intervento prussiano, con l'apparizione dei corpi di Biilow e di Ziethen nell'area di Plancenoit sulla destra francese, non sarebbe stato solo il complemento di una vittoria di fatto già ottenuta sul fronte di battaglia dagli Inglesi, ma avrebbe costituito l'elemento fondamentale per trasformare in una vittoria decisiva quella che era una disastrosa sconfitta. In altre parole l'esercito inglese, anzi per la precisione l'armata anglo-tedesco-olandese del duca di Wellington, alle sei del pomeriggio sarebbe stata un'armata battuta, sull'orlo della ritirata se non della rotta, e solo l'ormai insperata comparsa dei Prussiani sul campo di battaglia avrebbe salvato gli alleati dal baratro della sconfitta. Nelle pagine che seguono cercheremo di offrire ai lettori non specialisti una lettura il più possibile equilibrata, integrando alla mole di lavori classici le ricerche più recenti, degli eventi decisivi che avvennero quel 18 giugno e nei quattro giorni precedenti, in modo da dare un'idea più chiara possibile delle operazioni e dei movimenti strategici che li consentirono o li determinarono. La battaglia di Waterloo resterà in ogni modo uno di quei momenti decisivi, nella storia dei popoli, sui quali le letture, le interpretazioni e i dibattiti sono destinati, anche a distanza di secoli, a riaccendersi ciclicamente.

La Genesi:

Il ritorno di Napoleone dal suo esilio all'isola d'Elba, il primo marzo 1815, e la sua riconquista del trono imperiale, il 20 marzo, colse di sorpresa le potenze europee, assise attorno ai tavoli del congresso di Vienna per decidere quale forma avrebbe avuto l'Europa post-napoleonica. Napoleone, però, sapeva benissimo che, una volta superato lo sconcerto iniziale, i suoi nemici avrebbero reagito e che l'unica speranza che gli restava era di conseguire subito una grande vittoria militare per aprire un tavolo di trattativa con gli alleati. Per far questo l'imperatore si mise subito al lavoro e per prima cosa mise mano alla riorganizzazione dell'esercito, smembrato ed epurato nel periodo della prima restaurazione borbonica. Il lavoro diede buoni frutti, nonostante il poco tempo a disposizione. Richiamando quanti più possibile dei suoi generali e marescialli, allettando a tornare sotto le armi i suoi veterani con promesse di premi e provvidenze e ricreando la struttura della sua Grande Armée, guardia imperiale compresa, Napoleone riuscì a mettere in piedi in due mesi un esercito forte di 250.000 uomini, la cui qualità non si vedeva più in Francia da diversi anni. L'imperatore sapeva bene che il fattore chiave per le sue speranze di sopravvivenza sul trono era il tempo. Gli alleati per l'autunno sarebbero stati in grado di mettere in campo una forza complessiva di quasi un milione di uomini sui vari fronti, troppi per sperare di aver la meglio in una guerra generale. Napoleone doveva colpire presto e colpire duro per assicurarsi quella vittoria che, egli sperava, gli avrebbe consentito di giungere ad un accordo onorevole col nemico. L'obiettivo del colpo napoleonico sarebbe stato il Belgio, dove si erano concentrati un esercito anglo-olandese al comando del duca di Wellington e uno prussiano comandato dal feldmaresciallo Bliicher. Sconfiggendo questi nemici Napoleone avrebbe potuto anticipare l'offensiva che gli Austriaci e i Russi, ancora in marcia verso ovest, avrebbero portato attraverso il Reno verso il cuore della Francia. Per far questo l'imperatore, affidata al generale Rapp una forza di 23.000 uomini per sorvegliare le mosse austriache, riunì 120.000 soldati nella Armée du Nord e si accinse a marciare sul nemico. Avendo saputo che le forze di Wellington si trovavano ancora disperse nell'area tra Bruxelles e il mare, mentre i corpi prussiani si concentravano nell'area ad est di Namur, Napoleone decise di marciare su Charleroi per frapporsi tra i suoi avversari e combatterli separatamente, evitando il ricongiungimento delle forze alleate sul campo. Ancora una volta era la vecchia, classica strategia della posizione centrale e, ancora una volta, il movimento ebbe successo. All'alba del 15 giugno le forze francesi attraversarono la frontiera nei pressi di Beaumont e, alla sera, l'Armée du Nord, con i corpi di D'Erlon, Reille, Vandamme, Gérard e Lobau oltre alla guardia di Mortier e alla cavalleria, era tra le città belghe di Charleroi e Chatelet, mettendo un cuneo tra Wellington e Bliicher. Nonostante una serie di ritardi e di complicazioni, dovuti alla scarsa organizzazione dei servizi logistici da poco rinnovati, il piano francese sembrava iniziare abbastanza bene. La reazione degli alleati fu spasmodica: mentre Bliicher concentrava i suoi corpi d'armata attorno a Ligny, per parare la minaccia francese alle sue linee di comunicazione, Wellington cercava disperatamente di riunire i suoi sparsi reparti spedendoli, via via che gli si presentavano sotto mano, a sbarrare la via di Bruxelles che in quel momento era completamente aperta davanti ai Francesi. Al mattino del 16 giugno Napoleone aveva preso le sue decisioni. Mentre Ney con parte delle divisioni di D'Erlon e di Reille avrebbe marciato lungo la strada di Bruxelles, Napoleone col grosso dell'esercito avrebbe attaccato a fondo i Prussiani a Ligny. Quella che scaturì da questi ordini di movimento fu una giornata confusa con una doppia battaglia che Napoleone non riuscì completamente a controllare. Mentre l'attacco su Ligny riusciva a scardinare le posizioni prussiane, senza però mettere in rotta l'esercito di Bhicher, Ney, che era stato impegnato attorno a Quatre Bras in un confuso combattimento con le sopraggiungenti brigate di Wellington, non riuscì a mantenere impegnato a fondo il nemico. Al cader della notte la situazione era la seguente: i Prussiani erano in ritirata ad est della Dyle su Wavre e Lovanio mentre gli Inglesi, tartassati a Quatre Bras, si ritiravano verso nord nella speranza di riuscire a formare una posizione di resistenza davanti a Bruxelles. Il comportamento di Napoleone il giorno 17 resta uno dei temi di maggior discussione tra gli storici. Con i due eserciti nemici in ritirata e su due linee divergenti l'imperatore, invece di organizzare fin dalla nottata uno degli implacabili inseguimenti che in passato gli avevano assicurato tante vittorie decisive, temporeggiò. Temporeggiò addirittura per quasi tutta la mattina e solo al primo pomeriggio il grosso dell'esercito si rimise in marcia oltre Quatre Bras lungo la strada per Bruxelles. Alle calcagna dei Prussiani, che credeva in condizioni peggiori di quanto non fossero realmente, Napoleone mise il maresciallo Grouchy con le divisioni dei corpi di Gérard, di Vandamme, la cavalleria di Pajol e di Exelmans. Cosa fosse successo e perché Napoleone non sfruttò a dovere le vittorie, per quanto non decisive, del 16 giugno, probabilmente non lo sapremo mai. Si è parlato della cattiva salute dell'imperatore, che non era più quello di dieci anni prima, per giustificare l'indecisione, o forse la grande tensione del giocarsi tutto in una sola mossa, che aveva indebolito la capacità di giudizio di Napoleone. Certamente la notte tra il 16 e il 17 giugno 1815 una buona parte delle possibilità di vittoria francesi nella campagna del Belgio svanì assieme alle truppe alleate che si ritiravano indisturbate. La sera dello stesso giorno le pattuglie di ussari francesi, che precedevano le colonne avanzanti, andarono a urtare contro le linee anglo-olandesi attestate sul Mont Saint Jean; i reparti francesi bivaccarono sotto una pioggia torrenziale attorno all'osteria della Belle Alliance. Non sapevano che l'indomani si sarebbe combattuta l'ultima battaglia dell'epopea napoleonica.

Le Forze in Campo:

L'Armée du Nord schierò sul campo di Waterloo tutta la sua forza, dedotti gli 11.000 uomini che erano con Grouchy e quelli lasciati a guardia delle piazze lungo la frontiera, pari a circa 72.000 uomini con 256 cannoni. Il duca di Wellington aveva a Waterloo circa 70.000 uomini a cui si aggiunsero, nel corso della giornata, altri 70.000 Prussiani. L'armata alleata disponeva di un complesso di 200 cannoni.

La Battaglia:

Poco prima dell'alba del 18 giugno 1815 smise di piovere sui campi davanti al Mont Saint Jean e le truppe che si stavano svegliando, infreddolite dopo una notte passata nei bivacchi di fortuna, poterono per la prima volta vedere chiaramente lo schieramento dei propri nemici. Wellington aveva schierato il suo esercito in una posizione puramente difensiva lungo il crinale che tagliava la strada per Bruxelles, con gli avamposti nel castello di Hougoumont sulla destra e della fattoria fortificata dell'Haye-Sainte al centro. Sulla destra il corpo belga di Chassé si allungava fino al villaggio di Braine-l'Alleud ed era molto forte mentre l'ala sinistra, paradossalmente perché da lì si sperava potessero giungere gli aiuti prussiani, appoggiata sulla fattoria di Papelotte e sulla strada infossata d'Ohain, era decisamente più debole. Napoleone aveva diviso le sue forze in due ali: a destra della Belle Alliance il corpo di D'Erlon, con la cavalleria dei corpi a cavallo di Milhaud e Lefebvre-Desnuettes, a sinistra il corpo di Reille con le cavallerie di Kellerman e Guyot; il corpo di Lobau e la guardia di Mortier restavano di riserva al centro, lungo la strada Bruxelles-Charleroi. Napoleone aveva fissato l'attacco per le 9 del mattino; dopo aver inviato un dispaccio a Grouchy con l'ordine di avvicinarsi al grosso dell'armata, la prima mossa sarebbe stata alla sua sinistra, ma il cattivo stato delle strade, inondate dalla pioggia della notte precedente, lo costrinse a rinviare di un'ora e mezza l'orario dell'inizio delle operazioni; alle 10 il vincitore di Marengo e di Austerlitz passò per l'ultima volta in rivista le sue truppe e alle 11,30 l'artiglieria del corpo di Reille aprì il fuoco dando inizio alla battaglia di Waterloo. Il piano dell'imperatore prevedeva un attacco secondario sulla sinistra da parte del corpo di Reille il quale avrebbe dovuto impossessarsi del castello di Hougoumont e, da lì, minacciare il fianco destro di Wellington. Una volta che quest'ultimo avesse richiamato da quella parte le sue riserve, D'Erlon, con l'appoggio di Lobau, della cavalleria e se necessario della guardia avrebbe dovuto sferrare il colpo decisivo sul centro dello schieramento nemico. I fanti della divisione di Gerolamo Bonaparte, fratello minore dell'imperatore, si impadronirono rapidamente del bosco che circondava il castello ma non riuscirono ad entrare nel castello e nel frutteto, difeso da un muro che gli era adiacente, a causa della resistenza di un battaglione delle Coldstream Guards che vi si era trincerato. La battaglia attorno al castello continuerà per tutta la giornata ma i tentavi di Gerolamo, cui si era affiancata la divisione di Foy, risultarono sempre inutili. Nel frattempo gli avamposti francesi ad est del campo di battaglia avevano avvistato le avanguardie prussiane all'altezza di Chapelle-Sainte Lambert, a dieci chilometri dal fianco francese. Inquieto, Napoleone inviò un altro messaggio a Grouchy ordinandogli stavolta di congiungersi con l'ala destra francese. In quel momento Grouchy stava pranzando, erano le 12,30; a Walhain e a Gérard che lo supplicò di "marciare verso il suono del cannone" ( i rumori della battaglia si avvertivano bene da quella posizione ) rispose che invece avrebbe seguito gli ordini dell'imperatore che, la sera prima, lo avevano indirizzato verso Wavre, a nord. Fu una decisione fatale. Napoleone, che ad ogni buon conto aveva inviato verso Plancenoit i fanti di Lobau per parare la minaccia prussiana, si rese conto di dover stringere i tempi. Fatta preparare una grande batteria di 80 cannoni, fece bombardare il centro e la sinistra britannica per preparare l'attacco delle fanterie di D'Erlon. Alle 13,30 le divisioni Quiot, Marcognet, Durutte e Donzellot del corpo di D'Erlon erano pronte a scattare all'attacco; era una massa imponente di 17.000 uomini che si muoveva verso il fronte alleato protetta dal tiro d'artiglieria francese che, a causa del terreno fangoso, si rivelò molto meno efficace del previsto: le palle infatti affondavano nella terra con pochi danni. Le colonne francesi erano spiegate in formazioni troppo pesanti e compatte e offrivano un bersaglio perfetto per le batterie inglesi rimaste intatte dal bombardamento nemico; tra le file francesi si aprivano vuoti terribili ma i reparti continuavano ad avanzare. Anche la fanteria inglese non fu da meno; a costo di gravi perdite i reparti di Picton, che nel corso dell'azione doveva cadere ucciso, respinsero ogni attacco e le colonne francesi furono costrette a ritirarsi. Wellington lanciò allora dietro alle colonne nemiche in ritirata la sua cavalleria pesante; la brigata di cavalleria della guardia di Somerset e la Union Brigade di Ponsonby caricarono la fanteria francese trasformando in un mezzo disastro il ripiegamento di D'Erlon. Il successo inglese fu di breve durata. Le brigate inglesi, scompaginate dalla carica, furono contrattaccate dalla cavalleria pesante francese e furono ricacciate indietro in grave disordine; Lord Ponsonby fu ucciso pare dalla lancia di un lanciere polacco della guardia. Gli eserciti furono riportati quasi sulle posizioni di partenza ma, se i Francesi erano sempre più impegnati sulla loro destra dai sopraggiungenti Prussiani di Ziethen e di Biilow, la linea inglese era sempre più assottigliata dalle perdite sostenute nel respingere gli attacchi nemici. Attorno alle 17 mentre i fanti di D'Erlon, riorganizzatisi, portavano un nuovo attacco alla fattoria della Haye-Sainte, diventata il centro della resistenza alleata, Ney messosi alla guida dei corazzieri e carabinieri di Milhaud e della cavalleria della vecchia guardia condusse una serie di cariche contro il crinale tenuto dagli Inglesi. Per due volte le cariche di Ncy furono respinte dai fanti anglo-olandesi che ave-vano formato i quadrati e a questo punto, erano ormai le 18, l'imperatore decise di rischiare il tutto per tutto mandando alla carica anche i corazzieri di Kellermann e il resto della cavalleria della guardia. Fu inutile: anche stavolta, sia pure con difficoltà, i quadrati alleati ressero l'urto. Attorno alle 19, però, la fanteria francese riuscì a conquistare, dopo una ripetuta serie di assalti, la Haye- Sainte facendo cedere il perno della difesa centrale di Wellington. Il duca, che non riusciva a capire cosa stesse succedendo sul fronte dei Prussiani, si accinse a questo punto a diramare l'ordine di ritirata generale: i Francesi erano davvero ad un palmo dalla vittoria. Sulla destra però Bulow era entrato con le sue truppe in Plancenoit e solo l'intervento della giovane guardia riuscì a ristabilire per il momento l'equilibrio. Nella zona si accesero durissimi combattimenti ma era chiaro che, mentre i Francesi stavano drenando tutte le loro riserve, i Prussiani continuavano ad aumentare di numero e di forze; l'errore di Grouchy si stava dimostrando decisivo. L'attacco su Plancenoit aveva dato a Napoleone le due ore di respiro che gli servivano. Certo di poter ancora sloggiare gli Inglesi dall'altura, l'imperatore ordinò un attacco generale degli esausti reggimenti di D'Erlon e di Reille appoggiati, stavolta, dai battaglioni della Vecchia Guardia. L'attacco iniziò attorno alle 20; i 6.500 fanti scelti della guardia mossero all'attacco delle posizioni del centro alleato. Gli Inglesi però avevano ripreso coraggio e Wellington, avvisato dell'arrivo a La Papelotte dei reparti di testa del corpo prussiano di Ziethen, aveva disdetto l'ordine di ritirata: quella che per lui era una battaglia persa si poteva, tutto sommato, ancora trasformare in una vittoria. L'attacco della guardia non ebbe successo; sotto il tiro preciso delle fanterie ingle-si anche le colonne dei granatieri e dei cacciatori della Vecchia Guardia prima vacillarono poi arretrarono. Il grido "La garde récule!" passò sulle bocche del fianco sinistro francese: per molti fu il segnale che la battaglia era persa. A destra del fronte d'attacco gli uomini di Marcognet stavano per aver la meglio sugli Inglesi quando i Prussiani, sbucati da La Papelotte, li misero in rotta prendendoli sul fianco. Fu la fine, anche l'ultimo attacco era fallito; a Plancenoit il numero prussiano aveva avuto la meglio sul valore dei difensori francesi. Per evitare l'accerchiamento Napoleone ordinò la ritirata, erano le 21 e la battaglia di Waterloo era definitivamente persa. L'imperatore andò a rinchiudersi nel quadrato del primo reggimento granatieri della guardia dove voleva cercare una morte sul campo, ma i suoi veterani non glielo permetteranno. Caricato a forza su una carrozza il loro imperatore, gli ultimi soldati di Napoleone rifiuteranno la resa e si faranno massacrare dai cannoni prussiani che spararono a bruciapelo sui quadrati. Alle 22 Blucher incontrò un Wellington ancora stupefatto di aver vinto la battaglia alla Belle Alliance. I due generali avevano messo fine a vent'anni di epopea napoleonica. La battaglia era costata la vita a 41.000 Francesi e a 22.000 alleati.

Le Conseguenze:

La sconfitta di Waterloo mise semplicemente fine all'avventura napoleonica; Napoleone si consegnò agli Inglesi giorni dopo sperando di avere dal nemico un trattamento onorevole. Ma l'Europa era stata troppo spaventata dal pericolo napoleonico, stavolta per Napoleone non ci sarebbe stata una nuova isola d'Elba da cui fuggire. Gli Inglesi lo inviarono, a bordo della nave da guerra Bellerophon, nella lontana isola di Sant'Elena, nel mezzo dell'Atlantico. Qui Napoleone morì il 5 maggio del 1821. L'eredità napoleonica e quella rivoluzionaria non andarono del tutto perdute. Tra gli uomini che diedero vita ai movimenti liberali che si opponevano alla restaurazione voluta dai monarchi europei, furono sempre in prima linea i veterani della Grande Armée che trasferirono alle generazioni seguenti il mito e gli ideali che, pur tra mille contraddizioni, avevano segnato quegli anni gloriosi e terribili.

 
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