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Battaglia di Valmy (1792)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Valmy e Sainte-Menehould
Data:
20 settembre 1792
Forze in Campo:
Francia contro l'Austria , la Prussia e l'Assia
Esito:
Vittoria Francese
Comandanti:
Francia:
Charles François Dumouriez e François Christophe Kellermann - Austria , Prussia e Assia: Duca di Brunswick

Negli ultimi dieci anni del XVIII secolo in Francia, ma anche in Europa, cambiò tutto. Attraverso la rivoluzione francese, dalla giornata simbolica del 14 luglio 1789, quando il popolo di Parigi prese la fortezza e prigione regia della Bastiglia, tutte le spinte e le pulsioni di rinnovamento che ormai da decenni covavano sotto la cappa dell'assolutismo uscirono allo scoperto e, da allora, non fu più possibile farle tornare indietro. Anche nel campo militare e dell'arte della guerra, che qui più c'interessa, il cambiamento portato dalla rivoluzione fu dirompente. L'esercito reale, fatto di "moschetti ambulanti", strumento principe dell'assolutismo, si mostrò inadeguato a contenere la spinta di un popolo ( solo alcuni reparti si batterono per il sovrano alle Tuileries ) anzi, al contrario, fu proprio l'esercito, ormai "contaminato" da elementi borghesi, a diventare uno dei principali protagonisti della spinta rivoluzionaria. A fianco dell'esercito nacque, sull'esempio delle colonie americane, la guardia nazionale, un corpo di volontari borghesi non a caso comandato in principio dal marchese di Lafayette, uno degli eroi dell'indipendenza americana. L'istituzione della guardia nazionale ebbe anche sul piano simbolico un effetto di rottura sugli equilibri militari del Paese. La forza delle armi, per la prima volta dopo tanti secoli, non era più prerogativa esclusiva della monarchia. Era il preludio alla creazione di un esercito autenticamente nazionale. Nel 1791, dopo l'arresto del re in fuga a Varennes, quando i monarchi d'Europa, accortisi del rischio mortale che l'infezione rivoluzionaria stava facendo loro correre, dichiararono guerra alla Francia, il governo rivoluzionario ricorse alla levée en masse, per soccorrere la patria in pericolo: tutto quello che nell'esercito era ancora legato al passato regime fu spazzato via in poche settimane. L'armata che combatté a Valmy era un esercito nuovo, o almeno era la base su cui si sarebbe costruito un esercito nuovo, quello della repubblica e dell'impero; un esercito formato da cittadini, legato alla nazione e ai suoi interessi, un esercito in cui la componente politica e ideologica sarebbe rimasta forte fino alla fine dell'avventura napoleonica. Il cambiamento della natura delle armate rivoluzionarie, rispetto agli eserciti dell'ancien régime, portò, inevitabilmente, anche ad un cambiamento nel modo di condurre la guerra, sia sul piano strategico sia su quello tattico. Un esercito ideologizzato, un esercito nazionale, non poteva più accontentarsi di condurre la guerra attraverso l'acquisizione di pegni, non poteva più considerare la guerra come un momento in cui la società, da cui l'esercito discendeva, limitava le risorse a fronte di un risultato strategico limitato. Seppure la battaglia di Valmy, prima prova del nascente esercito rivoluzionario, fece registrare nei due campi un numero di perdite davvero irrisorio, costituì il prodromo alla guerra generale che la repubblica e poi Napoleone porteranno all'Europa monarchica. Gli obiettivi di queste guerre non saranno più semplici scambi di province o il passaggio di mano di qualche fortezza: la guerra rivoluzionaria e nazionale è di per se stessa volta alla sottomissione del nemico, alla sconfitta del nucleo principale delle sue forze e all'annientamento della sua volontà combattiva. Sui campi di Valmy stava nascendo la guerra totale.

La Genesi:

La fuga e il conseguente arresto di Luigi XVI diede alle potenze europee, in primo luogo Austria e Prussia, l'occasione che cercavano per intervenire contro la rivoluzione. Con uno sdegnoso ultimatum, l'imperatore Leopoldo II e il re di Prussia Federico Guglielmo II chiesero alla Francia di ripristinare tutte le prerogative del re. La rivoluzione non poteva certo tornare sui propri passi e, tra l'inverno 1791 e la primavera 1792, la Francia si trovò in guerra. A causa di molti errori commessi dagli alti comandi francesi, perlopiù monarchici, l'Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministero Roland il 13 giugno. L'11 luglio anche i regni di Sardegna e Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l'emergenza nazionale; furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il Paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò cantando un inno composto dal poeta rivoluzionario Rouget de l'Isle. Quest'inno, intitolato originariamente "Canto di guerra dei volontari dell'armata del Reno", divenne poi universalmente noto come La Marseillaise. Lo scontento popolare nei confronti dei girondini, raccoltisi intorno al monarca, aumentò la tensione, che degenerò in insurrezione aperta quando il duca di Brunswick, che comandava l'esercito austro-prussiano, minacciò di distruggere la capitale in caso di attentati contro la famiglia reale. Gli insorti assaltarono le Tuileries massacrando le guardie del re, il quale si rifugiò nella sala dell'Assemblea legislativa; il sovrano fu sospeso e imprigionato, il governo parigino deposto e sostituito da un Consiglio esecutivo provvisorio dominato dai montagnardi di Georges Danton, che ben presto assunsero il controllo dell'Assemblea legislativa e indissero elezioni a suffragio universale maschile per istituire una nuova Convenzione costituente. Tra il 2 e il 7 settembre oltre mille sospetti traditori furono processati sommaria-mente e giustiziati nei cosiddetti "massacri di settembre", dettati dalla paura di presunti complotti per rovesciare il governo rivoluzionario. Il 20 settembre l'avanzata prussiana fu bloccata a Valmy.

Le Forze in Campo:

Le forze francesi a Valmy, sotto il comando dei generali Doumouriez e Kellermann erano formate da 35 battaglioni e 60 squadroni per un totale di 52.000 uomini, dei quali però solo 36.000 furono ingaggiati in battaglia, e forse 40 cannoni. Il duca di Brunswick era al comando di forse 34.000 uomini con 36 cannoni.

La Battaglia:

Il duca di Brunswick aveva passato la frontiera il 20 agosto del 1792 con quarantaduemila prussiani, seimila assiani e circa quindicimila emigrati controrivoluzionari francesi di dubbia utilità militare. Nello stesso tempo l'Austria stava concentrando cinquantamila uomini tra le Ardenne e i Paesi Bassi per colpire i dipartimenti francesi del Nord. I Prussiani subito avanzarono su Metz, prendendo la fortezza di Longwy e quella di Verdun. Di fronte a questi rovesci il governo di Parigi destituì il maresciallo Liickner, sospetto di simpatie monarchiche, col generale Kellermann che si unì al generale Doumouriez e ai suoi diciannovemila uomini. L'esercito francese, ricevuti anche tremila uomini dalla Sambre come rinforzi, si schierò a protezione dei passaggi delle Argonne, ma il duca riuscì ad aggirare le posizioni dei due generali francesi e, nonostante le sue truppe fossero gravemente sofferenti per un'epidemia di dissenteria, continuò la sua avanzata. Doumouriez e Kellermann, che avevano ricevuto nel frattempo altri rinforzi portando le proprie forze a trentaseimila uomini, due terzi dei quali volontari con poca o nessuna preparazione militare, riuscirono alla fine a bloccare il passaggio di Valmy, dove l'esercito rivoluzionario si schierò pronto a dare battaglia. I Francesi si schierarono sulla collina davanti a quella ove sorgeva il mulino del villaggio, con i fianchi coperti dai generali Stengel e Valence; Kellcrmann era al comando della prima linea mentre Doumouriez comandava la riserva, schierata dietro il villaggio di Valmy. Doumouriez, anticipando l'amalgame di qualche tempo dopo, schierava le sue truppe con un battaglione del vecchio esercito regolare affiancato a due battaglioni di volontari o di guardia nazionale, sperando di riuscire così a controllare le inesperte truppe vestite di blu. Il duca di Brunswick, convinto di aver facilmente ragione di quella massa di soldati improvvisati che gli stava di fronte, ordinò subito un attacco. L'avanguardia prussiana, comandata dal generale Hohenholhen-Ingelfingen mosse all'attacco del crinale tenuto da Kellermann, ma fu fermata dal tiro dei cannoni francesi. Per rispondere al tiro francese anche Ingelfingen fece piazzare sei batterie di cannoni che col loro fuoco riuscirono a sloggiare dalla collina di Yvron le truppe di Stengel. Capendo la difficoltà, Doumouriez mandò allora altri settemila uomini di rinforzo a Kellermann che si era dovuto ritirare sulla linea che andava dal mulino di Valmy a Orbeval. Alle 12.00 le truppe prussiane, ricacciate le avanguardie francesi, erano schierate e pronte per l'attacco finale nella valle sottostante la collina del mulino. Un'ora dopo le fanterie prussiane, in perfetto ordine, iniziarono a muovere contro il nemico. In tre colonne d'attacco i Prussiani cominciarono a risalire il pendio mentre i Francesi, cessato il tiro di controbatteria, concentrarono il fuoco dei cannoni sulle colonne avanzanti. Anche Kellermann ordinò di formarsi in colonna ai suoi volontari, i quali al grido di "Vive la Nation" e cantando il "va ira" si prepararono allo scontro col nemico. Ma lo scontro non ci fu. Quando i suoi fanti furono a cinquecento metri dalle linee francesi, il duca ordinò di cessare l'attacco e di ritirarsi sulle posizioni difensive. Probabilmente Brunswick, che si aspettava una fuga generale dei volontari francesi, era rimasto colpito da come il nemico avesse tenuto il terreno anche davanti all'assalto della sua fanteria, considerata la migliore del mondo. Con l'esercito indebolito dalla malattia, il vecchio duca non se l'era sentita di rischiare un combattimento ravvicinato. Dal canto loro i Francesi erano ben felici di come si erano messe le cose, e guardandosi bene dal contrattaccare lasciarono anche loro il campo. Alle 18.00 anche l'ultimo cannone tacque. La battaglia di Valmy era finita con poco più di duecento perdite per ogni esercito, ma un esercito di volontari, animato dalla fede rivoluzionaria aveva fermato un'armata prussiana. Quello che era successo sembrò incredibile ma suscitò in tutta la Francia un'ondata di entusiasmo.

L'Esercito Rivoluzionario:

Tra i primi atti dell'Assemblea Costituente ci fu la riorganizzazione dell'esercito. Agli antichi corpi regolari che ancora indossavano l'abito bianco dell'esercito reale, i quali fornirono 150.000 uomini (la ferma era di 8 anni), furono affiancati i corpi di volontari a ferma annuale, in abito azzurro, previsti in numero di 100.000 e la guardia nazionale, la cui partecipazione era obbligatoria per i cittadini tra i 18 ed i 50 anni, limitata a impieghi locali. Furono inoltre previsti 30.000 cavalieri ma la difficoltà nel reperire i cavalli rese molto minore questo numero. Dopo che la patria fu dichiarata in pericolo l'11 agosto 1792, fu decretato l'arruolamento di 600.000 "volontari" fissando il contingente che ogni dipartimento doveva fornire. La fanteria era organizzata in battaglioni di nove compagnie, di cui una di granatieri e sei pezzi di artiglieria leggera, sebbene questi ultimi fossero quasi sempre in numero molto minore; ogni battaglione schierava sul campo di battaglia circa ottocento uomini. Ogni reggimento di cavalleria era, invece, formato da tre squadroni, per un totale di circa cinquecento cavalieri sul campo. Le batterie di artiglieria erano sei cannoni e due obici di vari calibri.

Le Conseguenze:

Il duca di Brunswick, avendo tenuto il campo, cercò ( inutilmente ) di accreditarsi come il vero vincitore di Valmy ma fu ancora battuto poco dopo nella battaglia di Jemappes e, con un esercito ridotto dalle malattie a soli 17.000 uomini, chiese e ottenne un armistizio che gli consentì di ritirarsi nel Palatinato col suo malconcio esercito. Con la campagna di Valmy e di Jemappes, che sul piano strettamente militare non furono grandissime battaglie, la rivoluzione aveva dimostrato di potersi difendere da un'aggressione militare straniera. Per farlo, e fu questa la lezione di Valmy, non aveva bisogno di rincorrere i vecchi metodi e i vecchi generali dell'armata reale. La forza degli eserciti rivoluzionari stava nella determinazione dei volontari, nella passione politica e patriottica degli ufficiali, nella differenza che il campo aveva mostrato tra i vecchi "moschetti ambulanti" e i nuovi cittadini soldati. Con queste armi e con questi soldati presto la rivoluzione sarebbe passata all'offensiva; venti anni dopo Goethe, che era stato testimone della battaglia, scrisse: "Questo giorno, in questo luogo, una nuova era cominciava per il mondo."


 
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