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Battaglia di Teutoburgo (9 d.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1 a.C. al 1000 d.C.

Luogo: Foresta di Teutoburgo (attuale Kalkriese)
Data:
9 d.C.
Forze in Campo:
Esercito dell'Impero Romano contro le Tribù Germaniche
Esito:
Decisiva vittoria dei Germani, fine dell'espansione romana oltre il Reno
Comandanti:
Esercito dell'Impero Romano:
Publio Quintilio Varo - Tribù Germaniche: Arminio

All'inizio dell'autunno dell'anno 9 dopo Cristo, da qualche parte nella Germania settentrionale tra i fiumi Ems e Weser (oggi si suppone non lontano dalla città di Osnabriik ) un grosso reparto romano in marcia, tre legioni e relativi ausiliari, cadde in un'imboscata tesagli dalle tribù germaniche sotto il comando del nobile Arminio. I Romani furono massacrati e le aquile delle legioni caddero nelle mani del nemico. Leggendo questa sommaria descrizione sembra di essere di fronte ad uno dei tanti fatti d'arme che, in tutte le epoche, hanno coinvolto truppe di occupazione coloniale. Tutti gli elementi caratteristici di questo tipo di guerra sono presenti: la colonna in marcia, il terreno che si presta alle imboscate, i nativi appostati in attesa di lanciarsi all'attacco dei soldati che marciano appesantiti dall'equipaggiamento. Eppure siamo davanti ad un evento importante, forse decisivo, che va molto al di là del reale peso che, dal punto di vista militare, il combattimento ebbe in se stesso. Dopo la conquista della Gallia, Roma guardava con grande interesse a ciò che accadeva sull'altra sponda del Reno. Il fiume in se stesso non era mai stato una vera e propria frontiera: da sempre scambi, scontri ma anche fusioni di popoli e di tribù avevano coinvolto i Celti di Gallia e i loro cugini di Germania. Perciò, per i Romani era ovvio considerare l'espansione verso est come la naturale continuazione e il completamento della conquista delle province galliche. Sotto l'impero di Augusto, nei primi anni della nostra era, una serie di campagne condotte da Druso e dal fratello Tiberio, che in seguito diverrà imperatore, avevano consentito a Roma di stabilire una serie di punti d'appoggio fortificati, premessa ad un'inevitabile colonizzazione nei bacini del Weser e dell'Ems, mentre le legioni romane si erano già spinte fino all'Elba. Poi venne il 9, il disastro di Varo e delle sue legioni nell'intricata selva di Teutoburgo, col pianto di Augusto alla notizia e il grido rimasto famoso: "Vare, redde mihi legiones!" . Era giustificata la pena dell'anziano imperatore, non tanto per la perdita delle aquile di tre legioni e la morte di 20.000 valorosi soldati, quanto perché quel disastro fermava, e per sempre, il movimento della civiltà romana verso est. Da allora Roma avrebbe guardato ad oltre Reno con un misto di paura e disinteresse e il fiume stesso sarebbe diventato una vera, spesso invalicabile, frontiera. Un carattere di frontiera che è rimasto fino ai giorni nostri. Una frontiera politica, ma soprattutto una frontiera linguistica e culturale, che divise a lungo in due l'Europa: quella di cultura romanza e quella di cultura germanica. Una frontiera su cui, per secoli, è scorso il sangue degli Europei. Forse molte delle cause che hanno portato a questa divisione, al centro del continente, nascono proprio da quel settembre, o forse era ottobre, del 9 dopo Cristo, dalla rinuncia di Roma ad occuparsi della Germania, come se non esistesse. È per questo che mi pare interessante parlare di una battaglia così piccola all'apparenza ma dalle conseguenze così gravi.

La Genesi:

Dopo la vittoria di Azio e il consolidamento del proprio potere personale Augusto, che personalmente non era né uno stratega né un generale, si dedicò al consolidamento dei confini dell'impero. Per prima cosa i Romani si assicurarono il controllo di tutti i passi alpini e, per proteggere queste vie di comunicazione, s'impossessarono dell'odierna Svizzera, del Tirolo e della Baviera meridionale, creando le due nuove province di Rezia e del Norico. Restava da occuparsi del malsicuro confine renano. Roma aveva sempre guardato con interesse alla Germania: Cesare stesso vi aveva compiuto un'azione dimostrativa, durante le sue campagne in Gallia, costruendo un ponte sul Reno, che poi aveva distrutto dietro di sé al momento del ritiro. Inoltre il confine tra romanità e "barbarie" passava ormai lungo il Danubio e risaliva lungo il Reno, formando un pericoloso saliente che la saggezza militare consigliava di ridurre. Fu così che attorno al 6 d.C. Druso, uno dei figli di primo letto della moglie di Augusto, Livia, intraprese una campagna transrenana con l'intenzione di spingere il dominio romano fino alle rive dell'Elba. Dopo la morte di Druso per una caduta da cavallo, la campagna fu completata con successo dal fratello Tiberio, che in tre anni sottomise tutte le tribù della zona, stringendo con loro una serie di trattati di alleanza e sottomissione col popolo romano. Apparentemente pacificata, la Germania ricevette, come d'uso, un governatore provinciale che aveva il compito di completare la romanizzazione della provincia; la scelta di Augusto cadde su Quintilio Varo, che poco prima, con l'incarico di legato, aveva soffocato la rivolta della Giudea. La scelta non fu quella giusta. Varo, che doveva buona parte della propria carriera ai legami personali e familiari con Augusto, era un uomo avido e privo di sensibilità politica e strategica. Subito impostò una politica di vessazioni nei confronti delle tribù germaniche, formalmente alleate, depredandole di tutte le loro scarse ricchezze. Ben presto, sotto la cenere della sottomissione prese a divampare il fuoco della rivolta. Un'insurrezione esplose nella Germania del nord nella primavera del 9 d.C. e Varo, con tre legioni e un congruo numero di ausiliari, si spostò in quella zona per sedare gli animi. Tranquillizzata la regione anche con l'aiuto dì Arminio, capo dei Cherusci alleati di Roma, che da anni combatteva con valore a fianco dei Romani, Varo si accingeva a fare rientro con le truppe verso il campo invernali di Alisio. Varo confidava pienamente in Arminio al punto da farsi consigliare dal germano la via più sicura per lo spostamento delle sue legioni. Si sbagliava. Arminio, deluso dal comportamento dei Romani nei confronti della sua gente, da tempo ormai lavorava per cacciare i Romani dalla Germania e segretamente aveva organizzato un esercito pronto ad attaccare il nemico alla prima buona occasione. Varo stesso gli diede questa occasione, Arminio portò i Romani in un territorio boscoso e collinare ideale alle imboscate, dove i suoi uomini si erano preparati con cura per assalire le colonne in marcia. Varo, pieno di tranquillità, stava marciando verso il disastro.

Le forze in campo:

Varo era al comando di tre legioni pari a circa 15.000 fanti pesanti; a questi vanno aggiunti una decina di coorti di ausiliari, galli o batavi, per altri 5.000 uomini. Inoltre facevano parte della colonna le turmae dei cavalieri legionari, poche centinaia, che in un terreno boscoso come quello della selva di Teutoburgo, comunque, erano del tutto inutili. Molto più difficile è il calcolo per le forze a disposizione di Arminio. Da una stima moderna, in base alle consistenze demografiche delle tribù dei Cherusci e dei loro alleati si ritiene che una cifra tra i 25.000 e i 35.000 guerrieri non sia molto lontana dal vero.

La Battaglia:

Il convoglio formato dalle tre legioni romane e dagli ausiliari si snodava lento lungo i sentieri nelle selve della Germania settentrionale. I circa 20.000 uomini di Varo formavano una fila lunga diversi chilometri mentre marciavano, nel consueto ordine legionario: gli ausiliari in testa e in coda e le salmerie al centro della colonna, attraverso un territorio del tutto sconosciuto. Gli uomini erano nervosi. Quel panorama, desolato e monotono, fatto di basse colline coperte di foreste e di vallate paludose, ancora più triste sotto il grigio cielo autunnale, li spaventava. Non abituati a muoversi in quell'ambiente i legionari, che in quel periodo provenivano ancora quasi tutti dall'Italia o dalle altre regioni del Mediterraneo, si sentivano a disagio rabbrividendo nei loro mantelli con le armi nervosamente strette nei pugni serrati. Publio Quintilio Varo invece era tranquillo. Arminio, di cui si fidava ciecamente, gli aveva indicato quella via come la più breve e sicura per raggiungere il forte di Alisio; del resto la Germania settentrionale era ormai pacificata e pronta a ricevere i benefici della civiltà romana: cosa avrebbe dovuto temere il legato? Inutilmente Segeste, zio di Arminio e leale collaboratore di Varo, aveva cercato di mettere in guardia il governatore romano. Le voci che aveva sentito tra le tribù non erano per nulla rassicuranti e gli andirivieni del nipote, nelle settimane precedenti, gli avevano fatto intuire il pericolo. Varo non gli dette il minimo ascolto, anzi: era così certo della sicurezza dell'esercito che trascurò persino di far precedere ed affiancare la colonna dalle consuete pattuglie di esploratori, trasgredendo una regola ferrea, sempre applicata dall'esercito romano quando marciava in territorio sconosciuto. Fu proprio in questo che Varo dimostrò la sua insufficienza come comandante militare. Pochissimo esperto di cose belliche avanzava alla cieca, su di un terreno del tutto sconosciuto, sordo agli avvisi che gli venivano dai tribuni o dai centurioni più anziani. E proprio su questo fatto Arminio aveva basato il suo piano; negli anni passati, come capo degli ausiliari al servizio di Roma, conosceva bene di che pasta fossero fatti i veri condottieri romani e, perciò, sapeva che Publio Quintilio non apparteneva a questo genere di soldati. Fu solo quando all'improvviso, una mattina, gli fu riferito che Arminio e i suoi Germani avevano disertato scomparendo nelle foreste, che probabilmente Varo ebbe i primi dubbi. Ormai, però, non restava che continuare ad andare avanti; sarebbe stato infatti troppo complicato fare dietro-front e portare indietro tutta la colonna. Restava solo un punto, più pericoloso degli altri, da attraversare: una strettoia del sentiero, dove le colline boscose quasi rasentavano la palude del Kalkriese. Era lì che Arminio e i Germani avevano preparato la loro trappola. Il terreno era già di per sé adattissimo ad un'imboscata; inoltre i Germani avevano costruito un terrapieno, nascosto con erba e alberi sradicati, proprio dove il sentiero più si stringeva, tra la palude e la montagna. Dietro il terrapieno Arminio aveva appostato migliaia dei suoi migliori guerrieri; altre migliaia attendevano nascosti sulla collina, nella foresta. Quando la colonna dei legionari, imprecando e scivolando sul terreno reso fangoso dalle abbondanti piogge, arrivò in vista della strettoia, il destino di Varo e dei suoi uomini era ormai segnato. I Germani restando nascosti fecero sfilare la colonna poi, quando furono certi che nessuno sarebbe più potuto sfuggire alla trappola, con urla selvagge si lanciarono all'assalto. Sui legionari, sorpresi ed atterriti, si riversò dapprima una fitta pioggia di giavellotti e pietre, che ne scompaginarono il già precario ordine, poi sbucando all'improvviso dagli alberi o lanciandosi giù da terrapieno, una massa di barbari si gettò sui legionari che, colti in ordine di marcia, non ebbero quasi il tempo di mettere mano alle armi. Fu un massacro. Disposti su una lunga fila, carichi di equipaggiamento, con le armi in posizione di marcia, i legionari non ebbero scampo. Qua e là qualche gruppo cercò di organizzarsi a difesa, spinto da qualche ufficiale o da qualche centurione, ma il grosso dei soldati furono uccisi senza nemmeno poter abbozzare una reazione; rapidamente anche i pochi centri di resistenza furono sopraffatti e lo stesso Varo, rifugiatosi con lo stato maggiore su una collinetta, vistosi perduto, si uccise con i propri ufficiali per evitare l'onta della cattura. La vittoria dei Germani era stata totale. Quasi 20.000 soldati romani giacevano morti o morenti lungo il sentiero. I pochi sopravvissuti andarono incontro ad una sorte ancora peggiore; catturati dagli uomini di Arminio furono, poco dopo, torturati a morte e offerti come vittime agli Dei germanici. Arminio aveva avuto la sua vendetta e stroncato il potere romano in Germania; nelle sue mani restavano le aquile di tre legioni.

Le Conseguenze:

Le conseguenze del massacro di Teutoburgo furono pesanti. Augusto, che si dice abbia pianto per una settimana la sconfitta, si convinse dell'impossibilità di continuare l'espansione oltre il Reno. Solo in seguito con una spedizione punitiva guidata da Germanico, il figlio di Tiberio, i Romani poterono rientrare in possesso di due delle aquile legionarie che i Germani avevano esposto in un loro santuario. Ma si trattò solo di una spedizione punitiva. Mai più Roma si propose di costituire una provincia in terra di Germania: il Reno, il fiume che aveva messo in comunicazione mondo celtico e mondo germanico, divenne una frontiera. Lungo il Reno sarebbe passato il limes, la linea fortificata che avrebbe dovuto tenere la barbarie fuori dal mondo romano. Quella linea più tardi sarebbe stata infranta dai discendenti di quei Germani che avevano trionfato nella selva di Teutoburgo, ma il confine tra i due mondi rimase tracciato ed è un confine che ancora oggi possiamo chiaramente riconoscere.

 
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