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Battaglia di Solferino (1859)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1800 d.C. al 1900 d.C.

Luogo: Solferino (Mantova)
Data:
24 giugno 1859
Forze in Campo:
Impero Francese contro l'Impero Austriaco
Esito:
Vittoria Francese
Comandanti:
Impero Francese:
Napoleone III - Impero Austriaco: Francesco Giuseppe

La guerra del 1859, nota come guerra franco-austriaca o come seconda guerra per l'indipendenza italiana, culminò in una delle più grandi battaglie combattute in Europa dopo Waterloo e fu anche una delle ultime gestite secondo i vecchi schemi delle guerre napoleoniche. Certamente, nel corso della campagna, gli stati maggiori fecero ricorso ad alcuni dei ritrovati che lo sviluppo tecnologico e industriale avevano messo loro a disposizione. Nelle prime fasi della campagna il trasferimento delle truppe francesi nelle località di concentramento, dietro il Ticino e il Sesia, fu eseguito utilizzando la rete ferroviaria piemontese, recentemente creata, facendo saltare i tempi dei movimenti del nemico calcolati dal comando austriaco, e questo fu il primo esempio nella storia militare di un movimento strategico di grandi unità fatto via treno. Inoltre, le armi individuali rigate di cui erano forniti i fanti francesi ed austriaci assieme alle batterie di cannoni rigati francesi ( poche, in verità ) portarono sul piano tattico un innegabile elemento di modernità. Ma nel loro complesso le battaglie combattute durante la campagna, fino al culmine della doppia battaglia di Solferino e San Martino, furono battaglie combattute con impostazione e sviluppo tattico tradizionale, ancora legati ad un concetto di manovra sul campo che le nuove armi stavano, già da allora, rendendo superato. Fu questa, del resto, una costante per tutte le campagne combattute in Europa, e non solo, nel corso del XIX secolo. La difficoltà da parte degli stati maggiori, ma anche ( e questo è più strano ) dei teorici di cose militari, di adattare il loro pensiero e la loro attività sul campo portò alla non comprensione, o alla comprensione parziale delle lezioni che avevano impartito le guerre combattute tra il 1848 e il 1870. Se dal punto di vista politico la campagna del 1859 in Italia risultò decisiva per la nascita del nuovo stato unitario italiano, uno stato nato sotto l'egemonia militare e politica del Piemonte e dei Savoia, da quello militare si può affermare che una battaglia come quella di Solferino rappresenti solo una tappa di quel processo, probabilmente troppo lungo, che mise il pensiero militare in linea con lo sviluppo del resto della società.


La Genesi:
Il rifiuto opposto dal primo ministro sardo Camillo Benso conte di Cavour ad un ultimatum austriaco, che chiedeva al Piemonte il disarmo immediato, determinò lo scoppio della guerra, dichiarata dall'imperatore Francesco Giuseppe il 28 aprile e iniziata con l'improvviso ingresso in Piemonte delle truppe austriache al comando del generale Gyulai. L'esercito piemontese schierò 63.000 soldati, mentre i Francesi inviarono un corpo di spedizione di 120.000 uomini, con artiglieria e servizi, che furono trasferiti rapidamente al fronte grazie alla rete ferroviaria e si posizionarono nel Piemonte meridionale attorno al 30 aprile. Lo stesso Napoleone III assunse il comando dei due eserciti. Alla mossa offensiva austriaca, che portò all'occupazione di Biella e di Vercelli, rispose una manovra alleata su tre direttrici con lo scopo di costringere le truppe di Gyulai a ripiegare a sud e ad est: Garibaldi con i Cacciatori delle Alpi occupò Varese e Como; Napoleone III trasferì il grosso delle truppe a Novara, mentre le forze piemontesi coprivano il centro dello scacchiere occupando Palestro, in Lomellina, nei pressi di Pavia. Il primo scontro fu a Montebello il 20 maggio e vide respinta un'offensiva degli Austriaci che poco dopo, il 30 e il 31 maggio, furono respinti anche a Palestro, battaglia che vide il battesimo del fuoco dell'esercito sardo, rinnovato dopo i disastri del 1848. La prima vera grande battaglia fu combattuta il 4 giugno a Magenta: gli Austriaci, ancora sconfitti, dovettero ripiegare verso le fortezze del Quadrilatero, mentre Napoleone III e Vittorio Emanuele II facevano ingresso a Milano l'8 giugno e Garibaldi con i suoi uomini liberava Como, Bergamo e Brescia. Francesco Giuseppe, che aveva esonerato Gyulai e assunto il comando diretto dell'esercito austriaco, coadiuvato dal generale Hess, si accinse a nuovi scontri sul campo. Le due ultime sanguinose battaglie si combatterono il 24 giugno: a San Martino i Piemontesi e a Solferino i Francesi ebbero la meglio sugli Austriaci che ripiegarono al di là del Mincio, sulla linea di difesa dell'Adige. Napoleone III giunse a cingere d'assedio Peschiera. Intanto nell'Adriatico una flotta franco-piemontese si avvicinava a Venezia.

Le Forze in Campo:
La battaglia di Solferino-San Martino, dopo le guerre napoleoniche, fu la più grande per numero di uomini impegnati. I Franco-piemontesi misero in campo 150.000 uomini di cui 35.000 piemontesi, con almeno 350 cannoni. Gli Austriaci schierarono sul campo 160.000 uomini, tutto il loro esercito in Italia, e più di 500 cannoni.

La Battaglia:
Dopo l'ingresso trionfale di Napoleone III e Vittorio Emanuele II a Milano, l'8 giugno, i comandi alleati non si aspettavano di trovare resistenza da parte degli Austriaci se non dopo il Mincio, nel Quadrilatero. Così al mattino del 24 giugno gli alleati, che si erano messi in marcia subito prima dell'alba, non si aspettavano di dover combattere una grande battaglia. Da parte austriaca regnava la stessa ignoranza nei confronti delle intenzioni e delle posizioni, che credevano ancora attorno a Milano, dell'esercito franco-piemontese. La battaglia di Solferino, con lo scontro secondario di San Martino, per questi motivi fu una battaglia d'incontro, nella quale l'iniziativa rimase sempre in mano agli alleati che, essendosi mossi molto prima degli Austriaci fin dal mattino, si trovarono ad impegnare il nemico sulle posizioni che questi aveva assunto la sera precedente. A nord l'esercito sardo, muovendo da Desenzano, fin dalle prime ore del mattino aveva impegnato l'8° corpo austriaco del generale Benedek tra Pozzolengo e San Martino; dopo che le prime due divisioni erano state messe in difficoltà dal nemico, l'arrivo di una terza divisione aveva consentito ai Sardi di stabilizzare il fronte portando durante la giornata una serie di attacchi che inchioderanno sul posto Benedek impedendogli di intervenire nello scontro principale. A sud il 3° corpo francese di Carombert aveva attaccato verso le sette Castel Goffredo e impegnato il nemico verso Medole; con il 2° corpo Mac Mahon aveva puntato da Castiglione verso Cavriana incontrando gli Austriaci davanti al villaggio; infine sul centro Baraguey d'Hilliers col 1° corpo, muovendo verso Solferino, si era scontrato col 5° corpo austriaco di Stadion riuscendo ad occupare il monte Fenile proprio davanti al paese. Dopo il primo successo, Baraguey fu però fermato dalla resistenza austriaca che si andava indurendo e Mac Mahon, dalla sua destra, fu costretto a obliquare a sinistra, lasciando un buco nello schieramento francese che fu riempito dal sopraggiungente 4° corpo del generale Niel. Alle 9 del mattino Napoleone III si stabilì, col suo comando, sul monte Fenile, da dove diresse l'attacco di Baraguey e Mac Mahon su Solferino. Francesco Giuseppe dal canto suo, ancora a Volta nelle retrovie, diresse su Solferino il 1° e il 7° corpo, Clam Gallas e Zobel, per dar man forte ai malconci reparti di Stadion. Sulla sinistra austriaca, attorno a Guidizzolo, il 3° corpo d'armata di Schwartzenberg doveva far fronte ai corpi francesi di Niel e Carombert. Lo scontro decisivo della battaglia è però al centro, tutto concentrato attorno all'abitato di Solferino. I sobborghi occidentali della cittadina furono persi e ripresi più volte dai Francesi mentre un attacco a sud dell'abitato da parte di una divisione della guardia riuscì a far arretrare gli Austriaci. Attorno alle 12 un attacco della brigata dei volteggiatori della guardia riuscì a sloggiare gli Austriaci dalle posizioni che difendevano dal mattino nei sobborghi e lo scontro si spostò in pieno centro abitato. La chiesa, il cimitero, il castello si trasformarono in ridotte difese con accanimento dai fanti austriaci mentre i combattimenti si fecero sempre più duri e le perdite più elevate. Verso le due del pomeriggio due batterie di cannoni rigati francesi, portati in posizione per battere la zona del cimitero, fecero però pendere la bilancia dalla parte alleata; la precisione di tiro dei cannoni rigati iniziò a fare a pezzi le batterie austriache e alle 15, dopo un ennesimo attacco della guardia francese, gli Austriaci, minacciati di aggiramento, abbandonarono la città, lasciando in mano francese 1.500 prigionieri e 14 cannoni. Per cercare di recuperare la situazione, l'imperatore d'Austria ordinò a questo punto un attacco della sua prima armata, 3°, 9° e 11° corpo, verso Medole, ricacciando i Francesi di Niel e Carombert. Sul piano, l'artiglieria francese mostrò tutta la sua superiorità e le colonne austriache erano colpite ancora prima di riuscire a spiegarsi in linea di battaglia. Tuttavia i Francesi erano in inferiorità numerica, due corpi contro i tre austriaci e le brigate francesi furono costrette a lanciare una serie di sanguinosi contrattacchi per guadagnare tempo in attesa di rinforzi. Preoccupato dalla resistenza francese su Medole, Francesco Giuseppe ordinò di spostare l'asse d'attacco su Castiglione, più a nord. Il peso dell'attacco passò, quindi, all'8° corpo di Zobel che dopo un iniziale successo fu fermato dall'intervento di due divisioni di cavalleria, tra cui una brigata di Cacciatori d'Africa che lo costrinsero ad assumere un atteggiamento difensivo. Alle 16 sul campo di battaglia si scatenò un violentissimo temporale, che fu considerato il segnale della fine della battaglia dai due eserciti stanchissimi e dai comandi ormai al limite della tensione nervosa. Temendo un aggiramento da nord da parte dei Piemontesi, che nel frattempo avevano sloggiato Benedek dalle sue posizioni, Francesco Giuseppe ordinava la ritirata all'interno del Quadrilatero, lasciando il campo nelle mani di Napoleone III. Si concludeva così una battaglia sanguinosa che aveva visto impegnati dalle due parti più di 300.000 uomini e che i comandi dei due eserciti non mostrarono mai di essere in grado di controllare completamente. Nel corso dei confusi combattimenti della giornata gli Austriaci avevano perduto più di 19.000 uomini, mentre gli alleati avevano lasciato sul campo 12.000 Francesi e quasi 6.000 Piemontesi.

Le Conseguenze:
Le vittorie di San Martino e di Solferino sembravano offrire buone prospettive perché la campagna si concludesse con una vittoria decisiva degli alleati. Il 5 luglio, tuttavia, Napoleone III decise di ritirarsi dal conflitto, preoccupato sia per le perdite subite, sia per le sollevazioni guidate da gruppi liberali e democratici in Toscana, nei Ducati di Parma e Modena e nello Stato Pontificio, che gli facevano intravedere un esito della guerra troppo vicino alle aspettative dei "democratici" italiani, sia infine per timore di una discesa in guerra dell'esercito prussiano a fianco dell'Austria. Senza preavvisare Cavour, incaricò il suo aiutante in campo, il generale Fleury, di aprire negoziati per un armistizio con Francesco Giuseppe. I due imperatori si incontrarono a Villafranca, nel Veronese, tra l'8 e l'11 luglio, accordandosi sui preliminari della pace, firmata a Zurigo il 10 novembre 1859. In base a questi accordi la Lombardia veniva ceduta alla Francia, che successivamente l'avrebbe consegnata al Piemonte; si prevedeva inoltre che si formasse una confederazione di stati italiani presieduta dal papa e che a Parma e in Toscana tornassero i legittimi sovrani. Le ultime due clausole non ebbero seguito, perché le popolazioni emiliane e toscane insorte chiesero l'annessione al Piemonte, che Napoleone finì per accettare in cambio di Nizza e della Savoia. Il progetto unitario venne poi rilanciato per iniziativa dei democratici e portato a compimento con la spedizione dei Mille di Garibaldi, che nel 1860 avrebbe portato alla liberazione del Sud dalla dominazione borbonica. I plebisciti per l'annessione al Regno sabaudo e l'intervento di quest'ultimo con l'occupazione di parte dello Stato Pontificio sfociarono nella costituzione del Regno d'Italia, proclamato il 17 marzo 1861 dal Parlamento unitario, eletto nel gennaio dello stesso anno.

Il Quadrilatero:
Il Quadrilatero era l'apparato difensivo del Regno Lombardo-Veneto costruito dagli Austriaci negli ultimi decenni del XVIII secolo. Era imperniato sulle fortezze di Peschiera, Mantova, Legnago e Verona, e protetto dai fiumi Mincio, Po e Adige, così da costituire un ostacolo all'avanzata degli eserciti nella pianura padana. Intorno al Quadrilatero si svolsero le battaglie decisive della prima campagna napoleonica in Italia, 1796, e delle guerre d'indipendenza italiane.

 
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