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Battaglia di Sekigahara (1600)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Sekigahara, Prefettura di Gifu, Giappone
Data:
21 ottobre 1600
Forze in Campo:
Tokugawa Ieyasu, Giappone orientale contro Coalizione Toyotomi, Giappone occidentale
Esito:
Vittoria decisiva di Tokugawa Ieyasu, che grazie al successo avrebbe nel 1603 fondato lo shogunato
Comandanti:
Tokugawa Ieyasu, Giappone orientale:
Tokugawa Ieyasu - Coalizione Toyotomi, Giappone occidentale: Ishida Mitsunari

La battaglia di Sekigahara rappresenta per il Giappone un momento fondamentale sia nella storia politica sia militare. Con la vittoria riportata da Tokugawa Ieyasu sul suo avversario principale Ishida Mitsunari e sui suoi alleati il 21 ottobre del 1600, infatti, il Giappone usciva da un lungo periodo di divisioni e di debolezza inaugurando una fase di centralità feudale, sotto lo shogunato Tokugawa, in grado di dare al Paese una relativa stabilità. Dal punto di vista dell'evoluzione militare, il caso giapponese rappresenta poi un vero e proprio paradosso storico. Nel corso del secolo XVI nell'arcipelago la diffusione delle armi da fuoco aveva fatto passi da gigante. Sia la battaglia di Nagashino, combattuta nel 1575, che la stessa Sekigahara 25 anni dopo erano state in larga parte combattute e risolte dal fuoco dei moschetti. In Giappone infatti, a differenza con quanto era successo in Europa, lo sviluppo delle bocche da fuoco era andato più verso l'arma individuale che verso l'artiglieria e alla fine del secolo quasi tutti gli eserciti dei più importanti signori della guerra erano dotati di grossi reparti di moschettieri. Dopo la fine delle guerre per lo shogunato si assisté però ad un fenomeno del tutto particolare; gli shogun Tokugawa, che pure dei moschetti si erano serviti, e con efficacia, nei loro eserciti iniziarono una campagna di ritiro delle armi da fuoco associata ad una serie di proibizioni riguardo alla fabbricazione e la detenzione dei moschetti. In pochi anni il Giappone tornò allo stadio tecnologico precedente la rivoluzione della polvere da sparo, sebbene i segreti della fabbricazione di polveri e moschetti fossero ancora custoditi da pochi e sorvegliatissimi maestri artigiani nella corte shogunale. Per decreto, quindi, il Paese fece un passo indietro enorme; quali le ragioni di una scelta all'apparenza così singolare? In primo luogo bisogna dire che in quella fase l'impero giapponese non aveva, né vedeva all'orizzonte, nemici esterni capaci di portare una concreta minaccia alla sicurezza del Paese; quindi, non vi era la necessità di disporre di armi moderne per fronteggiare un'eventuale aggressione esterna. Bisogna poi tenere conto che i Tokugawa, come del resto tutti gli altri daimyo che si erano combattuti e che adesso formavano i quadri politici e militari dello shogunato, provenivano dalla casta militare dei samurai, i quali, maestri dell'arte della spada e fautori del modo "onorevole" di combattere, quello del corpo a corpo (vale a dire il loro), avevano visto con sfavore, diremmo quasi con disgusto, l'affermazione delle armi da fuoco, armi vili per eccellenza e che privavano dell'onore coloro che le usavano; era quindi in qualche modo comprensibile che non ne vedessero di buon occhio l'ulteriore diffusione. Anche le aristocrazie militari e cavalleresche d'Europa, del resto, avevano avuto una reazione simile di fronte ai moschetti: si pensi all'abontinioso ordigno dell'Ariosto. Ultima causa, ma forse la più importante, fu il carattere aristocratico della guerra con la spada; l'uso delle armi tradizionali richiedeva un'applicazione che iniziava da ragazzi e durava tutta la vita, consentendo solo a poche élite di padroneggiare i segreti e gli strumenti della guerra. Il moschetto invece era un'arma relativamente semplice e consentiva, in un tempo mediamente breve, di addestrare e di utilizzare sul campo grandi masse di uomini indipendentemente dalla loro nascita o casta di appartenenza. Si può quindi dire che l'azione degli shogun Tokugawa, che eliminò in pratica le armi da fuoco e la polvere da sparo dal panorama giapponese fino all'arrivo delle navi da guerra americane a metà del XIX secolo nella rada di Yokohama, fu anche, se non soprattutto, una precauzione, che funzionò contro ogni possibile evoluzione in senso democratico della società giapponese.

La Genesi:

Per tutto il XVI secolo il Giappone aveva visto al proprio interno una serie di violente lotte tra i daimyo, signori della guerra, per l'ottenimento ed il mantenimento del titolo di shogun, detentore del potere reale per conto dell'imperatore ormai ridotto a figura simbolica. Da queste lotte era emersa la figura di Toyotomy Hideyoshi, un grande condottiero che aveva tutte le capacità salvo la nascita per unificare il Giappone sotto il proprio dominio. Alla morte di Hideyoshi, che non aveva un erede in età da poter assumere il suo ruolo, le guerre tra i potenti daimyo si riaccesero fino a coagularsi attorno a due uomini: Tokugawa Ieyasu, che aveva la sua base nella città di Edo, l'odierna Tokio, e per quello il suo esercito era comunemente chiamato "esercito orientale", e Ishida Mitsunari, con grandi possedimenti nella parte occidentale nel Paese che aveva guadagnato alla sua armata il nomignolo di "armata dell'ovest". Attorno alle due figure principali si erano radunati quasi tutti i clan più importanti del Paese, rafforzando la potenza di entrambi gli schieramenti e rendendo decisiva la lotta tra loro. Al volgere del secolo lo scontro tra i due rivali era ormai divenuto inevitabile. La campagna che culminò nella battaglia di Sekigahara era iniziata mesi prima con una serie di manovre politiche; Ieyasu aveva portato il suo esercito verso il centro del Paese, per difendere i propri confini orientali dal potenziale pericolo di un nuovo alleato alla fazione di Ishida. Quest'ultimo, venuto a sapere della mossa del rivale, aveva subito riunito i suoi alleati per lanciare un attacco sul rovescio dell'armata Tokugawa. Ma Ieyasu non era un ingenuo e la sua organizzatissima rete di spie lo aveva informato delle intenzioni di Mitsunari; quindi, dopo una finta verso il nord, egli piombò con l'esercito sulla città di Sekigahara, importante nodo stradale, da cui poteva minacciare le linee di rifornimento del nemico e contemporaneamente chiudere a Ishida la via per Edo, capitale del potere Tokugawa. Con questa mossa a sorpresa, Ieyasu obbligava Ishida a dare battaglia su un terreno che non gli era favorevole e dove la sua superiore cavalleria avrebbe avuto poco spazio per manovrare: la stretta valle di Sekigahara, chiusa tra le montagne.

Le forze in campo:

L'armata orientale di Tokugawa Ieyasu poteva contare a Sekigahara su circa 74.000 uomini. Le forze occidentali di Ishida Mitsunari sono invece stimate attorno alle 85.000 unità.

La Battaglia:

Lo scontro si aprì con l'attacco dell'avanguardia delle forze orientali, comandata da Ii Namosa e Fukushima Masanori; mentre la nebbia lentamente si alzava dalla piana di Sekigahara le truppe di Ieyasu, in larga parte moschettieri, si scontrarono con il centro dell'esercito di Ishida dando inizio a quella che fu una vera e propria battaglia d'attrito. I due comandanti, infatti, continuarono a rinforzare la loro linea di battaglia fino a impegnare il grosso delle loro forze. I Tokugawa mandarono alcuni reparti verso il fianco meridionale delle linee, dove lo stesso Ishida Mitsunari aveva stabilito il suo posto di comando, ma la dura resistenza dei soldati occidentali, comandati in quella zona da Otani, uno dei più fedeli comandanti di Mitsunari, riuscì a tenere in scacco le truppe di Ieyasu offrendo la possibilità al campo occidentale di iniziare a mettere in crisi le linee nemiche. Il momento decisivo della battaglia giunse poco dopo mezzogiorno. Poco lontano dal campo di battaglia, non ancora impegnate in combattimento stavano le forze del clan Kobayakawa, alleate ad Ishida, che per tutta la mattina avevano osservato lo svolgersi dei combattimenti da una serie di posizioni sulle colline. Ishida, in realtà, aveva mandato una serie di frenetici segnali ai suoi alleati perché, scendendo dalle colline, intervenissero nella battaglia attaccando, dalla loro posizione favorevole, il retro e il fianco delle truppe di Ieyasu. Questo non solo avrebbe alleggerito la pressione sulle ormai esauste truppe di Otani ma, con ogni probabilità, avrebbe segnato in favore degli occidentali l'esito della battaglia. Ma Ieyasu aveva già giocato il suo asso nella manica. Da giorni le sue spie e i suoi emissari tenevano sotto pressione i Kobayakawa, cercando di convincerli ad un cambiamento di campo; evidentemente, il lavoro degli uomini dei Tokugawa unito alla prospettiva di associarsi al vincitore aveva convinto Kobayakawa perché, ad un segnale da parte dell'esercito orientale, le truppe che erano sulle colline si lanciarono all'attacco delle linee ormai provate del precedente alleato. Nonostante i reparti di Otani, che erano diventati ormai il punto cardine di tutta la battaglia, fossero pesantemente inferiori di numero, attaccati come erano anche dai nuovi arrivati, il coraggioso comandante riuscì a tenere le posizioni ancora per un certo tempo. Ma la notizia della defezione era corsa attraverso le file dell'armata occidentale e tra gli uomini di Ishida in molti gettarono le armi convinti ormai dell'inevitabilità della sconfitta. Lo stesso Ishida, vista persa la partita, si spogliò della propria armatura e cercò scampo nella fuga con molti dei suoi ufficiali; la via per Edo gli sarebbe stata rimasta preclusa per sempre mentre per Tokugawa leyasu si apriva quella per il potere.

Le Conseguenze:

A seguito della vittoria Tokugawa leyasu ottenne lo Shogunato che cinque anni dopo, alla sua morte, passerà al figlio, e con la carica il potere reale su tutto il Giappone. Ishida fu catturato tre giorni dopo la battaglia, nonostante avesse cercato di travestirsi, e un mese dopo fu giustiziato a Kyoto. I Tokugawa instaurarono un sistema di governo accentrato che riuscì ad evitare il ritorno del caos feudale dei secoli precedenti. l daymio persero i loro poteri di signori feudali e furono via via associati al governo del Paese come funzionari di corte. Anche i samurai, intesi come casta, non furono più quella scheggia impazzita nella storia giapponese che erano spesso stati. Divenuti funzionari imperiali, si trasformarono ben presto in una classe di burocrati o di soldati al servizio del potere.

I Samurai:

I samurai, membri della classe dei guerrieri in Giappone, fecero la loro comparsa come classe organizzata nel XII secolo, quando vennero loro demandate le funzioni di governo effettivo delle province, nominalmente assegnate alla responsabilità di cortigiani residenti a Kyoto. Organizzatisi in casta militare tra il XV e il XVI secolo, i samurai acquisirono un potere tale da svuotare quello di ogni altra autorità centrale superiore, sino a condurre il Giappone all’anarchia. Dopo che lo shogunato dei Tokugawa ebbe ripristinato l‘ordine e ridato vita a un governo stabile, i samurai si trasformarono in una casta di funzionari imperiali regolata da un rigido codice etico (bushido) incentrato sui valori di disciplina, onore e lealtà; persa l’originale funzione guerriera durante il periodo Edo, i loro compiti furono essenzialmente burocratico-amministrativi. Il declino iniziò con l’avvento della restaurazione Meiji nel 1867, quando l’abolizione dello shogunato si accompagnò alla cancellazione di tutti i loro privilegi; nel 1871 lo smantellamento del sistema feudale e la restituzione delle terre dei daimyo all’imperatore portò all’abolizione della casta dei samurai, i cui membri vennero inquadrati nella nuova classe shizoku (della piccola nobiltà).

Lo Shogun:

Gli Shogun furono dittatori militari che ressero il Giappone tra il XII e il XIX secolo. Il titolo di Shogun (letteralmente “capo contro i barbari”) fu coniato nel periodo Nara (710-794) e conferito ai generali inviati a combattere contro le tribù ribelli della zona nord-orientale del Paese. Fu riutilizzato dal ribelle Minamoto Yoshinaka quando conquistò la capitale Kyoto e sottomise l’autorità imperiale (1183,); alla morte di questi, nel 1192, l’imperatore insigni del titolo di Shogun il suo difensore Minamoto Yoritomo, cui delegò di fatto il potere reale. Il capo del clan Minamoto ottenne il titolo di Shogun a vita e lo trasmìse ai discendenti, mentre all’imperatore non rimase che il rango di guida spirituale del Paese. Il dominio fu conosciuto come shogunato Kamakura, dal nome della città in cui Yoritomo stabilì il governo.

I Daimyo:

I daimyo furono signori feudali che dominarono il Giappone tra il XII e il XVII secolo. Provenivano per lo più dalla classe militare dei samurai. Nel 1192 uno di essi, Minamoto Yoritomo, acquisita la carica di Shogun instaurò una dittatura militare, continuata dalle dinastie Shogun Hojo e Ashikaga che ricompensarono i seguaci concedendo loro parte delle proprietà nobiliari e creando una nuova classe di guerrieri-proprietari, appunto i daimyo. Tra il XV e il XVI secolo i daimyo più importanti e potenti, diseonoseiute le autorità dell’impero e dello sliogunato, si costituirono in veri e propri stati-guerrieri (daimyo sengoku) in lotta fra loro. L’unità giapponese fu ristabilita da Oda Nobunaga e dai suoi successori Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, che fondò lo shogunato Yokugawa nel 1603. Gli ormai oltre 300 daimyo, virtualmente autonomi all’interno delle loro proprietà, tornarono a essere sottomessi alla rinnovata autorità dello Shogun, e vennero obbligati tra l’altro a lasciare le loro famiglie in ostaggio a Edo (Tokyo). La classe dei daimyo fu abolita nel 1871, contestualmente alla definitiva abolizione dello shogunato.

 
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