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Battaglia di Salamina (480 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Stretto di Salamina

Data: Settembre del 480 a.C.
Forze in Campo:
Polis Greche contro l'Impero Achemenide
Esito:
Vittoria Greca
Comandanti:
Polis Greche:
Temistocle e Euribiade - Impero Achemenide: Serse I

"... resta il muro di legno ... dato da Zeus, il signore degli spazi, come unico modo per rompere gli assalti. Servirà a te, ai tuoi figli. ... devi ritirarti, voltar la schiena. Un giorno, credimi, finirai per fare fronte." Queste le parole che, dal santuario di Delfi, la Pizia, oracolo di Apollo, aveva man-dato agli Ateniesi che, spaventati dalla ormai certa vendetta persiana, avevano interpellato il dio su quale fosse il modo per salvare loro città. Il responso suonava così confortante per la politica di sviluppo navale sostenuta da Temistocle, da far pensare che l'argento degli Alcmeònidi non fosse stato del tutto ininfluente all'ottenimento del responso stesso. Che altro, infatti, avrebbero potuto essere le mura di legno se non la flotta delle triremi che lo stratego ateniese stava da tempo propugnando? La battaglia di Salamina, primo grande scontro navale ampiamente documentato della storia, è importante anche per le conseguenze che ebbe sulla politica e sulla stessa civilizzazione greca nel secolo seguente. Rispetto alla città che dieci anni prima aveva vinto a Maratona, l'Atene che uscì vittoriosa dalla battaglia di Salamina e dalla campagna terrestre che la seguì era una città profondamente diversa. La costruzione della flotta di triremi aveva spostato il baricentro della politica estera della polis ateniese dalla ricerca tradizionale di un equilibrio agricolo in Attica, verso l'espansione commerciale lungo le rotte marittime, embrione di quella talassocrazia che costituirà il tratto saliente della storia dell'Ellade nei decenni successivi. Cosa più importante ancora, dal punto di vista della politica interna alla città-stato, la costruzione della flotta, con la sua folla di marinai e rematori per la prima volta coinvolti nella difesa della città, al di là della tradizionale classe oplitica di proprietari terrieri, aveva definitivamente spostato gli equilibri di classe nella formazione del potere cittadino. Le basi di un ampliamento della democrazia ateniese erano tutte inscritte nelle conseguenze della battaglia ingaggiata dalla flotta nello stretto tra l'isola di Salamina e la costa dell'Attica quel 23 settembre del 480 (almeno secondo la datazione più accettata dagli storici). Ma anche la crisi del modello classico del sistema delle poleis, che sarebbe esploso di lì a poco nella terribile guerra del Peloponneso, poteva essere intravista in quei fatti. I dissidi, strutturalmente insanabili, tra una strategia terrestre e difensiva dei Peloponnesiaci e dei Lacedemoni in particolare, e la decisione di Temistocle di cercare la soluzione militare nella battaglia navale, prefiguravano l'ulteriore divaricazione dei modelli di sviluppo, spartano ed ateniese. Il primo ancora legato ai valori tradizionali della terra, e di per se stesso condannato a replicare schemi di governo oligarchici; il secondo aperto ad orizzonti più ampli, di com-mercio ed egemonia che talvolta, in seguito, sconfinarono in una sorta di "protocolonialismo" democratico. Questa divaricazione, in ultima analisi, non poteva non portare che alla guerra e, con essa, alla caduta della potenza greca, alla fine della libertà ellenica, ma anche al superamento della classicità, che si riprodusse ( dopo le conquiste di Alessandro, liquidatore del tradizionale nemico persiano ) mutata ma forse ancora più vitale nell'ampio orizzonte del mondo ellenistico.

La Genesi:

Dopo la sconfitta subita dalla spedizione punitiva di Dario, nel 490, per l'impero persiano la questione ellenica era diventata il perno attorno a cui ruotava la politica estera. Non solo la sconfitta subita richiedeva una pronta riparazione, pena la perdita di credibilità del sistema di potere del gran re verso le popolazioni soggette, ma la nascente politica di espansione marittima ateniese poneva problemi di egemonia nel bacino egeo che, soprattutto dopo la repressione della rivolta ionica negli anni precedenti Maratona, era considerata dai Persiani come area di loro esclusiva presenza commerciale e militare. La morte di Dario, avvenuta nel 486 a.C., aveva lasciato sulle spalle del figlio e successore, Serse, la responsabilità di chiudere una volta per sempre i conti coi Greci della madrepatria. Appena salito al trono, Serse iniziò subito i preparativi per una nuova e finalmente definitiva operazione militare in Grecia. Seguendo i consigli dello zio Artabane, Serse comprese che stavolta più che ad una semplice operazione punitiva si doveva ricorrere ad una vera e propria invasione; l'amministrazione persiana si mise in moto con efficienza, raccogliendo ai quattro angoli dell'impero una vera e propria moltitudine di uomini, dalle etnie più disparate, per formare l'esercito che avrebbe dovuto colpire la Grecia. Secondo Erodoto, Serse mise insieme un esercito formato da milioni di uomini; storici contemporanei quali Hanson stimano a due o tre centinaia di migliaia di soldati la forza messa assieme da Serse, mentre le stime di Delbruck, per solito accurate, fanno ammontare il numero totale dei combattenti a disposizione del gran re ad un massimo di 75.000 uomini. Credo che una stima credibile delle forze persiane possa arrivare attorno ai 200.000 combattenti, molti dei quali comunque servivano sulla flotta d'accompagnamento formata da almeno 800 triremi oltre alle navi ausiliarie e da trasporto. Si trattava comunque di una forza molto considerevole, in particolare per le capacità degli eserciti dell'epoca e, in ogni caso, decisamente superiore a quella che gli Elleni erano, nella migliore delle ipotesi, in grado di mettere in campo: circa 10.000 opliti per Sparta, tra i 7.000 e gli 8.000 per Atene, molti meno dalle città più piccole; la sola nota di ottimismo per i Greci veniva dalla grande flotta messa assieme dal lavoro di Temistocle che, come abbiamo detto, aveva dotato Atene di una consistente marina militare. Anonimo oplita nei ranghi della falange a Maratona, infatti, Temistocle non si era rassegnato, negli anni immediatamente seguenti, a veder svanire il proprio disegno di dotare Atene di una flotta da guerra degna di questo nome. Secondo lui, infatti, era questo il solo mezzo pos-sibile per cercare, con reali possibilità di vittoria, di risolvere una volta per tutte il problema costituito dalla minaccia persiana. Temistocle ebbe bisogno di tempo per raggiungere il proprio scopo; in una Atene sotto l'influenza della politica filo-aristocratica di Milziade egli dovette usare un falso scopo. La costruzione definitiva della flotta iniziò infatti col pretesto di una guerra contro la vicina isola ellenica di Egina: per convincere i propri concittadini, la bramosia e l'invidia per la ricchezza commerciale cginate furono uno strumento più forte della minaccia persiana. I problemi che Atene dovette affrontare per dotarsi di una flotta furono, in verità, enormi. Atene e l'Attica non disponevano, in effetti, di nessuna delle numerose materie prime necessarie per le costruzioni navali su grande scala: il legname doveva provenire dalla Tracia o dalla Macedonia, i cordami dalla Gallia o dall'Iberia, la pece per le calafatature addirittura dall'Asia in mano al nemico persiano. Atene possedeva però una risorsa inestimabile: le miniere d'argento del monte Laurion, nelle quali un nuovo filone, recentemente scoperto, aveva permesso al tesoro cittadino di incamerare 200 talenti (un talento attico valeva circa 35 kg) di buon argento. Ai cento più ricchi cittadini fu concesso un prestito di un talento, con lo scopo di costruire e mantenere una trireme, mentre gli altri cento talenti furono offerti a 50 naucrarie, gruppi di cittadini meno abbienti, ognuna delle quali avrebbe dovuto occuparsi di due triremi. Ecco dunque che con la ricchezza delle miniere d'argento e una struttura organizzativa capace di mobilitare tutte le ener-gie cittadine, senza distinzione di censo, Temistocle riuscì a dotare la patria di una flotta militare permanente di almeno 200 triremi; per la media produttiva e organizzativa dell'epoca si trattò di un vero e proprio record. Il passo successivo per Temistocle fu cercare di creare un'alleanza in grado di sostenere l'urto del colosso persiano; ma in questo il risultato fu inferiore alle aspettative. Tutta la Grecia a nord dell'Attica, salvo Tespi e la fedele Platea in Beozia, si consegnò per paura nelle mani dei Persiani. Con le isole dell'Egeo già da tempo in mano al gran re, non rimase che una confederazione di 31 città: Sparta, Atene, Megara, Corinto, Egina (con cui alla fine, nel bisogno, gli Ateniesi si allearono), Calcis e altre venticinque città per nulla importanti sul piano militare. Era con questa tutto sommato esigua forza che l'Ellade attendeva Serse, il gran re dell'impero persiano. Il piano di operazioni persiano era semplice e lineare: il gran re in persona si mise alla testa dell'esercito che, gettato un ponte sull'Ellesponto, iniziò a scendere lungo la costa della Tracia e della Tessaglia appoggiato da vicino dalla flotta. I Greci decisero di provare a bloccare la progressione persiana all'altezza del passo delle Termopili, nella Locride Opunzia, dove il re spartano Leonida giunse con 7.000 opliti, tra cui 300 spartiati. La flotta dal canto suo, forte di 300 triremi, 200 delle quali ateniesi, si piazzò nello stretto di Artemisio tra la costa dell'Eubea settentrionale e il continente. Era una posizione ben scelta: le due forze, quella navale e quella terrestre erano in grado di appoggiarsi a vicenda, mentre lo stretto pas-saggio delle Termopili consentiva alla falange greca di sfruttare la propria maggior potenza d'urto togliendo ai Persiani, almeno in una prima fase, il vantaggio del numero enormemente superiore. In realtà la manovra sarebbe stata efficace se i dissidi e le diverse visioni della strategia generale in seno alla Lega Ellenica non ne avessero, fin dal principio, minato le basi strategiche. Gli Spartani, con tutti i Peloponnesiaci, erano convinti che l'unica soluzione fosse ritirarsi dietro l'istmo di Corinto, nel Peloponneso, e qui attendere il nemico; si trattava di una visione miope che avrebbe lasciato in mano ai Persiani due terzi dell'Ellade, compresa Atene e tutta l'Attica. Di fronte alle proteste di Temistocle, che arrivò a minacciare il ritiro delle navi ateniesi dalla flotta, Sparta accondiscese alla spedizione di un contingente alle Termopili, ma lo scopo non dichiarato era più quello di ottenere il comando generale della flotta per lo spartiate Euribiade, come effettivamente successe, che quello di difendere efficacemente l'Attica. Rifiutando rinforzi e sostegno a Leonida e i suoi, gli Spartani condannarono la manovra al fallimento e segnarono il destino di Leonida e dei suoi trecento omoioi
(uguali) spartani. All'inizio sembrò che la doppia posizione delle Termopili e dell'Artemisio fossero difendibili a tempo indefinito; mentre Leonida respingeva numerosi assalti nemici, infliggendo gravi perdite e subendone di relativamente leggere, la flotta diede battaglia ai vascelli persiani, sfidando un rapporto di forze di uno contro due, riu-scendo ad affondarne parecchi. In effetti, però, la situazione era strategicamente insostenibile. Leonida, privo di rinforzi, non era in grado di parare le manovre persiane aggiranti lungo la dorsale sulla propria sinistra e Temistocle non potendo difendere entrambi i lati dell'isola Eubea rischiava l'accerchiamento da parte della flotta persiana che, con un contingente abbastanza forte, avrebbe potuto facilmente doppiare l'isola da oriente. Secondo la tradizione Leonida, venuto a conoscenza che un traditore locride aveva indicato a Serse una via lungo la montagna per aggirare il passo, comunicò a Temistocle l'intenzione di rimandare indietro il grosso degli opliti rimanendo coi suoi Spartani per un ultimo, disperato combattimento sul passo. Temistocle dal canto suo sapeva che anche la sua posizione non era più sostenibile; le triremi elleniche si erano battute bene, aumentando la fiducia nei mezzi della flotta, ma restare ancora così a nord sarebbe stato un rischio del tutto inutile. Dopo aver tentato a lungo di convincere Leonida a ritirarsi assieme alle forze alleate, Temistocle, che non aveva mai lasciato il comando effettivo della flotta al superiore nominale Euribiade, decise di ritirarsi a sud dell'Attica, lasciando a malincuore il re spartano ad affrontare la sorte che, fin dall'inizio, la patria spartana gli aveva assegnato. Dopo la ritirata della flotta e dell'esercito delle città coalizzate, tutte le poleis della Beozia, compresa Tebe, furono costrette ad aprire le porte all'armata del gran re. Dopo una settimana di marcia Serse penetrò infine in Attica pronto a vendicare, una volta per tutte, l'onore di suo padre. All'avvicinarsi del grande esercito persiano Atene fu costretta a ricorrere a misure radicali: la difesa della città era da escludere a priori poiché a quel tempo Atene non era nemmeno cinta da mura; su proposta di Temistocle, da molti non solo in Atene visto come l'ultima speranza dell'Ellade, l'intera cittadinanza fu trasferita dalla flotta sulle isole di Salamina e di Egina, mentre la flotta si schierava tra l'isola di Salamina e la costa dell'Attica. Solo pochi irriducibili si rinchiusero nell'acropoli, sperando di resistere in un ultimo baluardo fortificato, ma Serse, dopo aver fatto bruciare la città deserta, mise fine all'ultima resistenza massacrando tutti i difensori della fortezza nell'acropoli.

La Battaglia:

Mentre il destino di Atene si compiva, Temistocle doveva ancora fronteggiare nel consiglio di guerra degli alleati coloro i quali, ora più che mai, consideravano folle dare battaglia alla flotta o all'esercito del gran re e ritenevano che l'unica possibilità per i Greci fosse tentare una resistenza sull'istmo di Corinto. Temistocle, che dobbiamo pensare fosse quasi alla disperazione, agì su due piani. Da una parte quasi ricattò gli alleati, minacciando di nuovo di lasciare la Lega: "Atene potrebbe lasciare la coalizione" così Erodoto ci riporta le parole dello stratego ateniese "per andare a fondare una nuova patria da qualche parte. Gli Ateniesi hanno ancora una città, che oggi è forse la più grande dell'intera Ellade: le loro 200 triremi!". Dall'altra riuscì a convincere il consiglio di guerra, contro il parere di Corinzi e Spartani, che solo dando battaglia nelle strette acque del canale di Salamina gli Elleni potevano annullare il vantaggio del numero e della maggior esperienza marinara di navi e equipaggi persiani, come dimostrato dallo scontro dell'Artemisio. Restava il problema di convincere Serse a dare battaglia alle condizioni dei Greci. Qui sorge un problema di interpretazione storica; guardando semplicemente una carta della Grecia appare evidente anche a chi fosse del tutto digiuno di strategia navale che Serse, approfittando della netta superiorità navale di cui disponeva, avrebbe benissimo potuto impegnare le navi nemiche con una parte della flotta e far sbarcare una parte dell'esercito, col resto dei vascelli, sulla costa del Peloponneso, prendendo sul rovescio il dispositivo difensivo ellenico. Secondo la tradizione degli scrittori antichi, Temistocle mandò dal gran re un proprio fedelissimo schiavo che, fingendo di voler defezionare, avvisò Serse che la flotta greca stava per ritirarsi. In realtà pare improbabile che un semplice schiavo abbia potuto rivolgersi direttamente al re; più verosimile sembra il fatto che Temistocle, in qualche maniera, sia riuscito a far girare nel campo avversario questa voce, contando sul fatto che, come era successo all'Artemisio, i Persiani confidas-sero talmente nella loro superiorità navale da non prendere nemmeno in considerazione l'ipotesi di manovre aggiranti. Lo stratagemma, se di stratagemma si può parlare, ottenne comunque due risultati importanti: da un lato spinse i Persiani a forzare la battaglia, costringendoli a combattere sul braccio di mare scelto da Temistocle dove, a causa della ristrettezza delle acque ( il canale di Salamina ha una larghezza che va dagli 800 ai 2.000 metri ) avrebbero perso il vantaggio del numero e della maggior abilità di manovra dei loro equipaggi; dall'altro convinse Serse ad inviare più a sud una parte della flotta, la squadra egiziana, per tagliare una ipotetica via di ritirata alle triremi elleniche, riducendo considerevolmente il vantaggio numerico persiano. I Persiani erano convinti, a torto, di sorprendere i Greci e di ottenere una facile vittoria su un nemico già demoralizzato; per questo Serse aveva fatto installare il proprio trono d'oro su una collina vicina al braccio di mare dove si sarebbe combattuta la battaglia, per poter gustare al meglio la rivincita sul nemico ellenico. I Persiani si schierarono ( secondo le valutazioni più accreditate era il 23 di settembre ) con la flotta divisa in tre squadre: a destra, presso la riva attica, le navi fenice di Sidone, Tiro e Arad, sotto il comando del persiano Megabazo; a sinistra, dalla parte di Salamina, le triremi di Caria, Ionia e Ponto al comando di Ariabigne; mentre le navi di Licia, Cilicia e il resto della squadra egizia occupavano il centro sotto il comando del fratellastro del re Achmene. I Greci facevano fronte con Euribiade sulla sinistra al comando delle navi lacedemoni e corinzie; Temistocle comandava il resto della flotta, con al centro i vascelli di Megara e Calcis e sulla sinistra, verso la riva dall'Attica, il contingente omogeneo delle triremi ateniesi. Mentre i Persiani, che cercando di forzare lo stretto si erano trovati in un vero e proprio imbottigliamento, cercavano di recuperare un minimo di allineamento, le due ali greche si gettarono sul nemico colpendo duramente le triremi del gran re. Nello stretto spazio a disposizione, affollato da centinaia di navi, gli esperti equipaggi al servizio dei Persiani non furono in grado di mettere a frutto il loro superiore addestramento e le loro maggiori qualità nautiche. Nella grande confusione un gran numero di navi persiane finirono per essere speronate e, una volta a distanza ravvicinata, i contingenti di opliti imbarcati sulle triremi elleniche si rivelarono un'arma assolutamente vincente. I soldati persiani, stimolati anche dalla presenza del loro re, combattevano bene, ma la situazione tattica era assolutamente favorevole ai Greci; sempre più imbottigliate, incapaci di manovrare, le triremi persiane una ad una cadevano sotto i colpi degli speroni greci o, se abbordate, subivano l'attacco della fanteria pesante imbarcata. Le perdite furono molto alte: circa 200 triremi persiane affondate, mentre i Greci lamentarono la perdita di soli 42 vascelli. Il braccio di mare era ormai ricoperto di rottami galleggianti tra cui cercavano scampo i superstiti degli equipaggi persiani. Gli Ateniesi, resi furiosi dalla distruzione della loro città, si distinsero nella lotta non concedendo quartiere nemmeno ai marinai persiani che cercavano scampo tra i relitti. In breve tempo la battaglia si trasformò in una carneficina, e solo poche delle navi persiane impegnate riuscirono a trovare scampo nella fuga. Serse non rimase a vedere fino in fondo la propria sconfitta, una volta divenuto chiaro che l'esito dello scontro sarebbe stato disastroso per la propria flotta lasciò il suo trono in collina e rientrò, forse già meditando il suo ritorno in patria, al campo persiano. Nella prima grande battaglia navale della storia il genio tattico e l'acume politico di Temistocle avevano assicurato alla coalizione ellenica una vittoria davvero decisiva; privata dell'appoggio della flotta e in continua crisi di rifornimenti la sorte dell'invasione persiana era ormai segnata.

La Trireme:

Nave di linea classica dell'epoca remiera, la trireme o triere ebbe origini molto antiche; si ritiene che sia lo sviluppo, pare invenzione dei Corinzi, della nave a due ordini cui era stato aggiunta una piattaforma fuori bordo per appoggiare il terzo ordine di remi, e si affermò particolarmente nelle marine greca e romana. Fu caratterizzata dai tre ordini di remi sovrapposti. Aveva, in genere, un albero con vela quadra, ma talvolta anche due e, più raramente, un bompresso (in Grecia). Ai lati della poppa stavano due remi-timone e, a poppa estrema, un padiglione per gli ufficiali. Tutte le navi da guerra impegnate nella battaglia di Salamina erano navi di questo tipo. La principale arma della trireme era uno sperone in quercia posto a prua, sul prolungamento della chiglia, talvolta laminato di bronzo. Mentre i Persiani facevano conto sulla manovrabilità delle loro triremi, che trasportavano gruppi di arcieri per bersagliare di frecce il nemico, gli Ellenici a Salamina adottarono una tattica più brutale, cercando il contatto con le navi avversarie per sfruttare, dopo lo speronamento, i contingenti di opliti imbarcati. Talvolta sulle triremi erano installate anche macchine da guerra per il lancio di pietre o di pesanti giavellotti contro le navi avversarie.

Le Conseguenze:

Sconfitto e umiliato, a Serse non rimaneva che prendere la via del ritorno in patria. Lo fece quasi subito, conscio come era che dopo una tale battuta d'arresto la sua presenza al centro dell'impero era necessaria. Le varie parti del potere persiano, infatti, non potevano rimanere a lungo senza la guida del re, specie se indebolito dalla sconfitta, pena la disgregazione dell'impero stesso. In Grecia il re lasciò l'esercito al comando del generale Mardonio, col progetto di passare l'inverno e riproporre una campagna terrestre l'anno dopo. Mentre la flotta rientrava in disordine verso l'Asia Minore, il re cautamente riguadagnava l'Ellesponto, che attraversò dopo un mese, portandosi tutto l'esercito, salvo i Persiani e i ledi che Mardonio scelse di tenere con sé, circa 50.000 combattenti. In verità, come dicevamo, per quanto ancora pericolosa, la presenza persiana nel cuore della Grecia era destinata al fallimento: senza rifornimenti, la flotta ellenica ormai aveva assunto il controllo dell'Egeo, e Mardonio fu costretto ad accettare battaglia la primavera seguente a Platea, dove fu sconfitto e ucciso. Dopo quell'anno, il 479 a.C., i Persiani non minacceranno più direttamente la libertà delle poleis greche. Sarà la Grecia stessa, col venire alla luce dei conflitti che la minaccia persiana aveva solo apparentemente sopito, a dilaniarsi in una guerra fratricida che mise in ginocchio la struttura stessa delle poleis. Dopo la guerra del Peloponneso, gli Elleni dovranno subire la dominazione di un re, ma si tratterà di un re di lingua ellenica nato al nord, tra i monti della Macedonia.

 
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