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Battaglia di Roncisvalle (778 d.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1 a.C. al 1000 d.C.

Luogo: Sconosciuto. Probabilmente non lontano dal porto di Ibañeta, vicino Roncisvalle, Pirenei
Data:
15 agosto 778
Forze in Campo:
Franchi contro gli Vasconi
Esito:
Sconfitta dei Franchi
Comandanti: Franchi:
Carlo Magno e Orlando - Vasconi: Sconosciuto

L'età carolingia è ormai considerata, da tutti gli storici del Medioevo, come un momento chiave dell'evoluzione storica che dalla società susseguente alla caduta dell'impero romano portò alla maturità dell'era feudale. Il rinnovamento economico, la crescita di una forma statale meno rudimentale e la rinascita dal punto di vista culturale dell'idea d'impero universale, propria dell'azione politica di Carlo Magno, contribuirono ad un clima complessivo di rinnovamento rispetto alla quasi stagnazione dei due secoli precedenti. Sul piano dell'organizzazione militare le cose non potevano essere diverse. Le armate che consentirono a Carlo ed agli altri imperatori carolingi, suoi discendenti, di espandere il potere franco fino a far parlare di nuovo impero romano erano in verità molto diverse dalla vecchia oste franca che aveva garantito la sicurezza del regno dei Merovingi. Con ogni probabilità furono le mutate necessità strategiche ad indurre al cambiamento del sistema militare; da questo punto di vista si può vedere una sorprendente analogia con le riforme che l'imperatore Diocleziano operò sull'esercito romano nel IV secolo. Come in quel caso, le minacce esterne erano diventate più pericolose e più improvvise: la pressione araba, che seppure fermata sui Pirenei continuava ad essere fortemente presente, le incursioni vichinghe e, infine, le invasioni da est dei popoli della steppa, Avari e Ungari, richiedevano agli eserciti carolingi una mobilità e una rapidità di schieramento e d'azione per cui il vecchio esercito franco, composto di tutti i liberi, in grandissima parte appiedati, che ogni primavera si riunivano sul Campo di Marte per preparare la tradizionale spedizione militare estiva contro uno dei vicini, non era più strumento adeguato a rispondere alle nuove minacce. Del resto l'accresciuta, relativamente all'epoca, macchina dello stato non poteva più mantenersi soprattutto coi bottini delle brevi campagne, com'era stato in precedenza, e necessitava un maggior controllo e un assoggettamento reale dei territori conquistati. Progressivamente il nucleo principale dell'esercito fu formato da guerrieri professionisti, montati e corazzati, capaci di mobilitarsi rapidamente e di intervenire in tempi relativamente brevi sui teatri operativi dove la minaccia di volta in volta si presentava. Il mantenimento di una forza permanente di cavalieri corazzati era però una fonte di costi molto alti: infatti un cavallo da guerra o una brogne, l'usbergo di maglia o di scaglie di ferro portato dai cavalieri, costava quanto diverse paia di buoi, in un'economia che solo allora iniziava a fare i primi passi verso un'apprezzabile crescita. In una società dove le vie comunicazione erano ancora del tutto insufficienti, essendo la rete delle vie militari romane caduta in disuso, era inoltre molto difficile spostare le risorse, anche quelle alimentari, là dove si trovavano i guerrieri. La soluzione che si trovò era probabilmente obbligata: i guerrieri a cavallo, con i loro alti costi, furono via via insediati sul territorio, assegnando loro un certo numero di mansi, poderi, che ne permettessero il mantenimento. In breve tempo si trovò ovvio e comodo affidare a questi soldati, legati al regno da termini di quasi funzionariato, anche ruoli amministrativi, di controllo e di gestione del territorio che avrebbero ricoperto in associazione con la funzione militare. Con l'indebolirsi dei poteri centrali verso la fine dell'età carolingia e con l'usurpazione delle cariche che da funzionariali tesero sempre più a diventare ereditarie, trasformandosi in titoli di pretesa nobiltà, quello che in principio era solo un modo di mantenimento di un esercito permanente divenne la base strutturale su cui, nei due secoli successivi, si basò la cultura dell'epoca feudale.

La Genesi:

Per quanto l'espansione araba fosse stata fermata a Poitiers, nel 732, la costituzione di un robusto stato musulmano appena al di là dei Pirenei, il califfato umayade, costituiva una minaccia permanente per il confine meridionale dei possedimenti franchi. A più riprese Carlo intraprese campagne oltre la catena pirenaica per tentare di allontanare la pressione araba con la costituzione di un cuscinetto franco in terra spagnola. Nel 778, nel 797 e infine nell'809 l'esercito franco attraversò il confine montagnoso e, con una serie di vittorie sugli Umayadi, riuscì ad imporre il proprio controllo sul paese basco e sulla Catalogna formando oltre i Pirenei una marca di confine, la Marca spagnola. Di tali campagne, probabilmente molto confuse, ci è giunto assai poco. Grazie ad un componimento poetico, la Chanson de Roland, scritto probabilmente un paio di secoli dopo i fatti, conosciamo relativamente bene un piccolo episodio accaduto durante il passaggio delle montagne mentre l'armata franca, nel 778, si dirigeva verso Pamplona per stabilire con le armi una frontiera col mondo musulmano lungo il fiume Ebro. Al passo di Roncisvalle, o nei suoi immediati dintorni, un piccolo contingente franco, probabilmente al comando del conte palatino e marchese di Bretagna Hruotland, il Rolando della Chanson e l'Orlando dell'Ariosto, subì un'imboscata da parte delle tribù montanare basche e fu annientato. L'episodio, di per sé insignificante, grazie alla mediazione letteraria divenne uno dei miti fondanti della cultura europea. Ai Baschi, nella canzone, si sostituirono i Saraceni e il valore del paladino diventò, per tutta la cristianità, un simbolo della lotta contro gli infedeli.

La Battaglia:

Quasi nulla di quello che successe esattamente in quel 778 su quel disagevole e remoto passo ci è noto. Le tribù basche, sebbene probabilmente cristiane, avevano stabilito una rete di buoni rapporti coi potentati musulmani della pianura e, sicuramente, non vedevano di buon occhio la formazione di un potere franco a sud dei Pirenei. I Franchi, una volta insediati fino all'Ebro, a differenza di quanto facevano gli Arabi, avrebbero dovuto esercitare uno stretto controllo sui passi montani, che avrebbero costituito l'unica via di rifornimento per la marca ultrapirenaica; i capi baschi temevano che ciò avrebbe limitato la secolare autonomia e indipendenza delle tribù delle montagne. Per questo, o forse semplicemente per desiderio di bottino, i guerrieri baschi, per-fetti conoscitori dell'ambiente e del tutto a proprio agio nel terreno montagnoso col loro armamento leggero, piombarono addosso al gruppo di cavalieri condotto da Rolando. Quello che successe non è difficile da immaginare; sotto una pioggia di frecce, giavellotti e pietre, i cavalieri franchi, impacciati dalle cavalcature e dalle pesanti armature, non furono in grado di opporre che una breve resistenza. Isolati o in piccoli gruppi caddero uno ad uno sotto i colpi dei guerrieri della montagna. La canzone dice che Rolando cadde per ultimo: per salvaguardare il suo onore rifiutò di soffiare nel corno che poteva richiamare sul campo i rinforzi e, dopo aver spezzato contro una pietra la sua spada Durlindana, soccombette alla furia del nemico.

Le Conseguenze:

La battaglia di Roncisvalle, essendo un episodio minore di una lunga serie di campagne combattute da Carlo contro i musulmani di Spagna, non ebbe grossa influenza sulla situazione politica e militare di quell'angolo d'Europa. La sconfitta di Rolando però potrebbe avere avuto almeno una conseguenza. A giudicare dai documenti, ma soprattutto da quanto accadde dopo, è probabile che Carlo Magno in qualche modo sia dovuto venire a patti coi capi delle tribù basche, che avevano dimostrato il loro controllo sui passi dei Pirenei occidentali. Solo così infatti si spiega come, una volta formata la Marca spagnola, i Franchi siano stati in grado di far valicare le montagne ai loro contingenti militari e soprattutto ai convogli di rifornimento, senza più avere grossi problemi con gli abitanti. Se accordo ci fu, oggi possiamo dire che le garanzie di autonomia e di libertà che l'imperatore franco garantì ai Baschi contribuirono a mantenere viva, come è viva ancora oggi, una delle culture e delle lingue più antiche d'Europa.

I Cavalieri Carolingi:

La cavalleria pesante, formata da cavalieri pesantemente corazzati, divenne rapidamente la componente centrale dell'esercito di Carlo Magno e dei suoi suc-cessori. I cavalieri, nobili e bene addestrati in quanto votati all'uso delle armi fin dall'adolescenza, che vivendo dei prodotti delle terre loro assegnate dovevano preoccuparsi solo di essere pronti alla chiamata del re, prefiguravano nella struttura sociale ( se non nelle modalità tattiche ) la cavalleria nobile dell'età feudale. Ogni cavaliere montava in battaglia un cavallo da combattimento, di grande taglia e molto costoso, e indossava una corazza, detta brogne e più tardi hauberk, usbergo, fatta da una tunica di cuoio su cui erano cuciti anelli o scaglie di ferro. ispetto all'armamento difensivo del periodo immediatamente precedente, questa copertura rivelava forti influenze del mondo bizantino o arabo e, certamente, migliorava molto le capacità di combattimento del cavaliere. L'arma principale dei cavalieri era la lancia, che però veniva ancora usata sopra mano, cioè impugnata dall'alto, dato che le selle basse, prive di arcione, impedivano la carica con la lancia sotto braccio, o in resta, tipica della cavalleria medievale. Completava l'armamento la spada, che pian piano assunse un valore, anche simbolico, sempre maggiore nella panoplia del cavaliere. Non è da escludere che, ancora sotto un'influenza arabo-bizantina, i cavalieri portassero in battaglia anche un arco, per quanto la lunghezza dell'arco europeo, quasi doppia rispetto all'arco composito orientale, ne escludesse l'uso dalla sella. In battaglia i cavalieri erano organizzati in piccole unità, forse 300 o 400 uomini, chiamate scarae. I combattenti migliori erano inquadrati in veri e propri reparti d'élite, detti scholae, termine mutuato dalla nomenclatura militare del tardo impero romano. Probabilmente furono proprio i membri di queste scholae a far nascere il mito dei paladini, che ancora oggi resta indissolubilmente connesso con l'esercito di Carlo Magno.

 
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