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Battaglia di Rivoli (1797)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Rivoli Veronese, attuale Veneto
Data:
14 - 15 gennaio 1797
Forze in Campo:
Prima Repubblica Francese contro il Sacro Romano Impero
Esito:
Vittoria Francese
Comandanti:
Prima Repubblica Francese:
Napoleone Bonaparte , Andrea Massena e Barthélemy Joubert - Sacro Romano Impero: Joseph Alvinczy e Vitus Quosdanovich

Gli eventi militari che si susseguirono in Val Padana tra il 1796 e il 1797 stupiro-no il mondo. Il nuovo esercito rivoluzionario francese, per la prima volta comandato da un generale in grado di comprenderne le potenzialità e dominarne le caratteristiche, mostrò cosa sarebbe stato in grado di fare per i venti anni seguenti. Questo giovane ufficiale, che nella prima campagna d'Italia compì il proprio noviziato militare, era Napoleone Bonaparte. Quando assunse il comando dell'armata d'Italia, nella primavera del 1796, il giovane generale Bonaparte era praticamente uno sconosciuto. Anzi, a Parigi molti mormorarono che solo il matrimonio con la bella Joséphine Beauharnais, ex amante del membro del Direttorio Barras, avesse consentito al giovane còrso di ottenere un comando. Del resto non si trattava certo di un comando principale: i piani della Repubblica per quell'anno erano di portare lo sforzo principale in Germania, dove le armate di Jourdan e Moreau avrebbero dovuto ottenere il successo decisivo per porre fine alla guerra con l'Austria. All'armata d'Italia era affidato solo il compito, secondario, di creare una diversione nella pianura padana per tenervi inchiodate quante più forze austriache possibile. Le cose andarono in modo completamente diverso. Con una serie di manovre ardite ed efficaci Bonaparte sconfisse prima, a Dego, l'armata austro-piemontese e poi, attraversati il Po e l'Adda prese Milano, sconfisse tutti i generali che Vienna gli aveva mandato contro e, attraversate le Alpi, giunse fino a minacciare la stessa capitale imperiale, prima di ottenere a Campoformio (Udine) un trattato vantaggiosissimo per la Francia. Tutto questo mentre Moreau e Jourdan, con i loro eserciti ben più numerosi ed equipaggiati, segnavano il passo non riuscendo a conseguire nemmeno uno degli obiettivi loro affidati. La prima campagna di Napoleone Bonaparte, quella del cosiddetto apprendistato, contiene in sé già molti degli elementi strategici che caratterizzeranno le successive campagne napoleoniche. Certamente il giovane Napoleone commise anche degli errori; tale certamente fu farsi troppo ipnotizzare dalla piazza di Mantova, in cui il generale austriaco Wurmser si era rinchiuso con l'esercito, rischiando di essere colto sul rovescio dagli Austriaci in discesa lungo la Val d'Adige, o anche una certa indecisione nello sfruttare il successo dopo Arcole. Ma certamente la manovra per il varcamento del Po, in faccia ai venticinquemila Austriaci di Beaulieu, o lo sfruttamento durante tutta la campagna della posizione centrale, o ancora la manovra che gli permise di sconfiggere, una ad una, le colonne austriache a Rivoli, rappresentano, forse in embrione, tutti gli elementi strutturali del sistema napoleonico, che durante le campagne dell'impero si spiegherà in tutta la sua folgorante potenza. V'è poi da dire che, nel corso della prima campagna d'Italia, Bonaparte non fu mai in controllo dell'intera macchina bellica francese: anche quando l'evolversi delle cose trasformò il teatro italiano da secondario a principale, Napoleone dovette ancora sottostare alle decisioni del Direttorio, non potendo contare che su rinforzi e rifornimenti inviati col contagocce e dovendo, spesso, fare i conti con le gelosie dei suoi colleghi generali che erano a Parigi. Con tutto ciò, la prima campagna d'Italia fu come uno squillo di tromba. Le armate francesi, formatesi dopo Valmy dalla fusione tra i volontari e il vecchio esercito reale, si erano trasformate in uno strumento bellico di formidabile efficacia, perfettamente adatto al tipo nuovo di guerra che si stava delineando. Una volta incontrato il genio napoleonico, le baionette francesi in vent'anni avrebbero ridisegnato il volto d'Europa.

La Genesi:

Quando nel marzo del 1796 il generale Bonaparte assunse il comando dell'armata d'Italia, allora concentrata lungo la costa ligure, più o meno tra Savona e Nizza, la situazione tattica e logistica dell'esercito francese in Liguria era, a dir poco, disastrosa. Privi di ogni rifornimento ( Bonaparte, tra i suoi primi provvedimenti, fece fucilare un paio di fornitori civili che lucravano sulla consegna dei rifornimenti ) e maldisposti lungo la costa, i reparti francesi più che pensare ad operazioni offen-sive si preparavano a respingere, in qualche modo, un'offensiva nemica verso la Provenza che sembrava inevitabile. L'arrivo del giovane comandante fu come una frustata per le demoralizzate truppe dell'armata d'Italia. Subito Bonaparte si diede a riorganizzare lo schieramento delle sue divisioni immaginando e mettendo in atto subito dopo un'ardita operazione per varcare l'Appennino e piombare sulla pianura piemontese. Dividendo in due le sue forze Bonaparte attaccò sulle direttrici di Ceva e di Montenotte, riuscendo a frapporsi tra Austriaci e Piemontesi e sconfiggendo questi ultimi a Dego. Col Piemonte fuori causa, temendo un aggiramento strategico sulle proprie linee di rifornimento, al comandante austriaco Beaulieu non rimase che ritirarsi dietro il Po, certo che il grande fiume avrebbe formato una linea difensiva invalicabile. Il valicamento di un grande fiume, difeso da un esercito nemico in piena efficienza, rappresenta uno dei problemi più complessi che la strategia militare possa porre ad un comandante. Ma il giovane Bonaparte non si perse d'animo, anzi, mise in atto un'operazione che sarebbe stata il modello di uno schema operativo usato molto spesso in seguito, durante le campagne dell'impero: la cosiddetta maneuvre sur les derrières, o aggiramento strategico. Per prima cosa Napoleone concentrò il grosso delle forze davanti a Valenza, fingendo di voler attraversare in quel luogo; una volta certo che le forze nemiche si sarebbero concentrate a monte della confluenza col Ticino, Bonaparte fece muovere rapidamente le divisioni di Massena, Augereau, Laharpe e Dallemmagne verso Piacenza, mentre la cavalleria di Beaumont stendeva un velo di copertura sulla riva destra del Po per nascondere al nemico il movimento. La manovra riuscì quasi perfettamente: mentre la divisione di Sérurier fingeva un attacco al ponte di Valenza il grosso della fanteria era già a Piacenza e solo un rallentamento del movimento permise a Beaulieu di sfuggire, con una precipitosa e disordinata ritirata, al rischio di rimanere circondato dietro la linea dell'Adda. La via di Milano era aperta e l'armata d'Italia entrò nella capitale lombarda, dopo aver attraversato di forza l'Adda a Lodi, il 15 maggio. Da Milano i Francesi misero subito in piedi un attacco sulla linea del Mincio, dove si era nel frattempo ritirato l'esercito austriaco e, forzata la difesa a Borghetto, costrinsero Beaulieu a ritirarsi col grosso delle forze verso il lago di Garda e il Tirolo, mentre un distaccamento di quattromilacinquecento Austriaci si rinchiuse nella piazzaforte di Mantova. Nel giugno del 1796 i Francesi sembravano ormai padroni della situazione, ma in realtà Bonaparte aveva ancora diversi problemi. Per prima cosa c'era l'assedio di Mantova, reso complicato dalla mancanza di un parco di artiglieria d'assedio e dalle marcite che circondavano le mura della piazza; in alcune delle città occupate, poi, erano esplose delle rivolte, fomentate dalla nobiltà e dal clero, che Bonaparte represse con grande durezza; infine un nuovo esercito austriaco, formato da cinquantamila uomini, e al comando del veterano conte di Wurmser era pronto a scendere lungo la valle dell'Adige, mentre in Friu-li un altro generale austriaco, l'Alvinczy, stava radunando truppe per minacciare i Francesi da est. In questa fase della campagna Bonaparte mise in atto un altro dei sistemi strategici che in seguito sarebbero diventati motivo di studio in tutte le accademie militari del mondo. Mantenendo nella zona tra Mantova e il lago di Garda le sue truppe, Napoleone si assicurò la cosiddetta "posizione centrale", cioè la posizione che gli consentiva, di fronte a due minacce diverse e complessivamente superiori per numero alle proprie forze, di manovrare per linee interne concentrando il suo esercito prima contro l'una poi contro l'altra offensiva nemica. Per far questo Bonaparte dovette concentrare, nella forza di movimento, fino all'ultimo soldato, anche se questo volle dire togliere, di fatto, l'assedio a Mantova, affidata ad uno snello corpo d'osservazione. Napoleone affrontò per primo il Wurmser che, sconfitto a Lonato e a Castiglione nei primi giorni di agosto e ancora a Bassano in settembre, fu costretto a rinchiudersi nella fortezza mantovana, che aveva sperato di liberare. Rimesso l'assedio a Mantova, anche grazie agli scarni rinforzi giunti dalla Francia, Bonaparte si rivolse contro le forze dell'Alvinczy che sconfisse, costringendolo al ritiro verso nord, nella lunga e confusa battaglia di Arcole, il 15 e il 16 novembre del 1796. Ricacciate per il momento le minacce, Bonaparte poteva adesso, grazie anche ad alcuni pezzi d'assedio graziosamente concessigli dal Direttorio, dedicarsi all'assedio della piazza di Mantova. All'interno della fortezza la situazione andava facendosi sempre più difficile. A corto di viveri ( la presenza dei resti dell'armata del Wurmser aveva sovraffollato la città ) il generale austriaco, attorno alla fine dell'anno, fece sapere a Vienna che non era in grado di resistere che poche settimane e che poi, in mancanza di soccorso, sarebbe stato costretto ad accettare la resa. Ai primi di gennaio del 1797, il Consiglio Aulico ( l'organo che da Vienna dirigeva i generali sul campo ) affidò ancora una volta un esercito di ventottomila uomini al generale Alvinczy per scendere, dal Tirolo, lungo la valle dell'Adige e liberare la piazza di Mantova. Avvisato del pericolo Bonaparte fece di nuovo muovere le sue divisioni verso nord per parare la minaccia. Marciando lungo il Mincio e l'Adige, gli stanchi fanti delle demi-brigades francesi sapevano che avrebbero dovuto combattere un'altra battaglia: l'ultima, speravano, di questa interminabile campagna d'Italia.

Le Forze in Campo:

Con le tre divisioni di Joubert, Massena e Rey, Bonaparte ebbe a disposizione per la battaglia di Rivoli circa 20.000 uomini, anche se per quasi tutta la mattina in linea furono solo i 10.000 fanti di Joubert. A questi si devono aggiungere i 6.000 uomini di Victor che arrivarono sul campo solo in un secondo momento. Il generale Alvinczy schierò sul campo circa 28.000 uomini che, divisi in varie colonne d'assalto sui due versanti del monte Baldo e sulle due rive dell'Adige, non riuscirono praticamente mai a combattere come un esercito organico.

La Battaglia:

Approfittando della sua posizione centrale, Bonaparte era riuscito a dispiegare un piano d'operazioni in grado di permettergli di parare il colpo austriaco da qualsiasi parte esso venisse. Così, quando nella notte tra il 12 e il 13 gennaio al comando francese giunsero notizie di movimenti austriaci su varie linee d'attacco, una da Trento, una direttamente sulla destra di Verona e una ad ovest del lago di Garda, Bonaparte poté permettersi di attendere ancora tutto il giorno 13 per avere la certezza su quale fosse l'asse offensivo principale del nemico, prima di dare le disposizioni di movimento finali alle sue divisioni. Quando, durante la giornata, arrivarono notizie che le demi-brigades di Joubert erano state attaccate da ingenti forze nemiche e che la divisione era ripiegata su Rivoli, Bonaparte comprese il piano di Alvinczy, che cercava di aggirare l'ala sinistra francese, e ordinò all'esercito di convergere verso l'altopiano di Rivoli dove pensava di poter affrontare gli Austriaci. La conformazione del terreno aveva costretto il generale austriaco a suddividere la propria armata in sei colonne d'attacco: quattro di fanteria scendevano lungo le vallate che sboccano da nord sull'altipiano, mentre due, composte di cavalleria, fanteria e artiglieria, muovevano lungo la valle dell'Adige, sulle due rive. Entrambi i comandanti si apprestavano a combattere una battaglia disegnata sui loro piani di campagna. Le divisioni austriache di Lusignan e Vukassovich avrebbero dovuto avvolgere i fianchi delle divisioni francesi mentre le truppe di Lpitay, Koblos e Ocksay dovevano impegnare il centro nemico. Bonaparte dal canto suo aveva tutta l'intenzione di approfittare della posizione centrale di Rivoli per sconfiggere separatamente le colonne nemiche man mano che queste sboccavano dalle valli alpine. Il primo movimento della giornata fu francese. Per riprendere la posizione di San Marco, abbandonata da Jourdan il giorno prima la brigata Vial (quarta e diciassettesima demi-brigade) rioccupò, alle cinque del mattino, il terreno e, quando la reazione si estese a tutta la linea austriaca, Joubert fece avanzare il resto della sua divisione per arrestare l'avanzata delle colonne austriache. Col grosso dell'esercito ancora in marcia la situazione andava facendosi difficile per i Francesi. Con Joubert fortemente impegnato al centro, Bonaparte vide il rischio che la colonna di Quasdanovitch potesse sboccare sull'altopiano dal varco della gola di Osteria dietro San Marco, cogliendo sul rovescio la linea francese. Bonaparte mandò allora i suoi aiutanti di campo alla ricerca di Massena che con la sua divisione stava marciando verso il campo di battaglia; alle nove del mattino le demi-brigades di Massena che avevano marciato tutta la notte arrivarono sull'altopiano: subito il generale francese divise la sua divisione, mandandone una metà sulla sinistra per bloccare l'avanzata di Lusignan e una metà a destra per arrestare il movimento di Quasdanovitch. Attorno alle undici la situazione era parzialmente recuperata. Ma la situazione tornò a essere difficile quando le brigate di Vukassovich, che erano avanzate sulla riva sinistra dell'Adige, cominciarono a gettare un ponte sul fiume, all'altezza di Ceraino, per attaccare le retrovie francesi. Verso mezzogiorno la situazione si fece, di nuovo, critica; minacciata da Vukassovich la destra francese si trovò a dover fronteggiare anche uno sfondamento, lungo la gola di Osteria, da parte delle truppe di Quasdanovitch. Solo un ulteriore contrattacco delle ormai spossate demi-brigades di Joubert, rafforzate dai primi reparti della divisione di Rey sopraggiunta nel frattempo, riuscì a fermare gli Austriaci. Disordinate dall'avanzata in terreno difficile, e anch'esse sfinite, le trup-pe austriache non ressero all'urto delle cariche alla baionetta francesi e in breve le brigate di Quasdanovitch furono in rotta. Il momento fu decisivo. L'armata austriaca, provata, non riusciva più a progredire; sulla sinistra francese Lusignan stava indietreggiando di fronte alle truppe di Massena mentre a destra Vukassovich aveva rinunciato ai tentativi di attraversare il fiume, visto il disastro austriaco sull'altra riva e si stava preparando a ordinare la ritirata. Con un ultimo sforzo francese sul centro, l'indecisione austriaca si trasformò in ritirata. La battaglia era stata durissima e le perdite ingenti da entrambe le parti ma l'armata austriaca che avrebbe dovuto liberare Mantova si stava ritirando disordinatamente lungo le valli alpine per riguadagnare la sicurezza del Tirolo. Era tempo. Alle quattro del pomeriggio a Bonaparte giunse la notizia che la colonna Provera, una delle colonne secondarie di Alvinczy, aveva sfondato la linea dei distaccamenti francesi a Legnago e stava marciando su Mantova. Ancora una volta Bonaparte diede prova di grande energia: organizzato rapidamente l'inseguimento del nemico in fuga il còrso fece fare un immediato dietro-front alla divisione di Victor, appena arrivata a Rivoli, rimandandola indietro per unirsi ad Augereau e intercettare Provera, il quale isolato sarà costretto a capitolare due giorni dopo. La vittoria tattica ma soprattutto strategica del giovane Bonaparte era stata, dopo tre giornate di frenetici movimenti, assoluta e totale.

La Lezione Tattica:

La manovra e la battaglia di Rivoli rappresentano un esempio classico della relazione tra momento tattico e momento strategico in campo militare. Mostrano, inoltre, come la preparazione, il movimento e il concentramento di forze condizionino spesso lo svolgimento della battaglia. In poche parole la battaglia altro non è, nella concezione complessiva di un grande comandante, che un elemento integrato del più generale movimento strategico che la precede e talvolta la segue. Partendo dalla posizione centrale assunta dal suo esercito già dall'autunno 1796, Bonaparte combatté una battaglia su posizione centrale e integrando in modo mirabile il concetto strategico e quello tattico riuscì a trarre gli elementi per una vittoria totale che nei mesi precedenti gli era sempre sfuggita. Anche la battaglia combattuta da Alvinczy fu frutto della sua impostazione strategica: ma in questo caso si trattò di un'impostazione sbagliata. Ipnotizzato dalla possibilità di avvolgere sulle due ali l'armata d'Italia, il generale austriaco sul piano strategico suddivise il suo esercito su troppi fronti d'attacco e su quello tattico permise che le sue colonne fossero battute dai Francesi una alla volta. Concludendo, si può dire che l'Alvinczy, pur un ottimo professionista della guerra, aveva trovato un avversario tanto superiore a lui da finire completamente surclassato.

La Demi-Brigades:

Dopo le insperate vittorie del 1792 i vari governi repubblicani misero mano alla riforma dell'esercito francese. L'obiettivo che si perseguì fu quello di integrare, in un unico esercito nazionale, la vecchia armata reale e i numerosi volontari e guardie nazionali che erano accorsi sotto le bandiere nei mesi della patria in pericolo. Per far questo fu promossa l'amalgame, amalgama, un decreto dell'assemblea nazionale, che scioglieva i vecchi reggimenti dell'esercito del re, con le loro definizioni provinciali, e li sostituiva con le nuove demi-brigades, mezze brigate, numerate in ordine progressivo e formate da due battaglioni di volontari o di guardie nazionali e da un battaglione regolare. L'operazione di riorganizzazione fu coronata da un grande successo, e già nella prima campagna d'Italia le demi-brigades, da cui sarebbero poi nati i reggimenti dell'epopea napoleonica, si mostrarono unità solide e animate da uno spirito combattivo ben superiore a quello del nemico.

Le Conseguenze:

La vittoria di Rivoli volle dire per Bonaparte il trionfo definitivo in Italia. Privo ormai di speranze per un soccorso in tempi ragionevoli, il generale Wurmser si arrese, il 3 febbraio, con trentamila uomini, di cui solo sedicimila ancora in condizione di combattere, cedendo la fortezza di Mantova ai Francesi. Nel corso del 1797 Napoleone entrò in Veneto, mettendo definitivamente fine alla storia della repubblica di Venezia, e in Friuli, attraversando quindi le Alpi e minac-ciando la stessa Vienna. Nel frattempo, però, il Direttorio aveva iniziato le trattative di pace con la corte imperiale e l'offensiva francese in Carinzia si arrestò. Il 17 ottobre 1797 la Francia repubblicana e l'Austria firmavano una pace, a Campoformio, secondo cui la Lombardia rimaneva sotto il controllo della Francia, che vi installò una serie di repubbliche di ispirazione liberale, mentre all'Austria toccavano, come compensazione, i territori della scomparsa repubblica di Venezia. Sebbene il trattato provocasse più di un mugugno negli ambienti liberali e patriottici italiani, esso mise fine alla guerra e permise la nascita di stati italiani indipendenti, per quanto satelliti della Francia, che sarebbero stati, in seguito, luogo ideale per la nascita delle idee di libertà e indipendenza in questo Paese.

 
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