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Battaglia di Poltava (1709)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Poltava, Ucraina
Data:
8 luglio 1709
Forze in Campo:
Regno russo e cosacchi contro l'Impero svedese e cosacchi ribelli
Esito:
Vittoria russa
Comandanti:
Regno Russo:
Pietro I di Russia , Boris Petrovič Šeremetev e Aleksandr Danilovič Menšikov - Impero Svedese: Carlo XII di Svezia , Carl Gustav Rehnskiöld e Adam Ludwig Lewenhaupt

Per secoli nell'immaginario collettivo europeo l'est è stato associato allo sconosciuto, al pericoloso, al nemico. Da est sono venute praticamente tutte le invasioni che l'Europa ha conosciuto. I Germani, sotto la spinta ancora più orientale degli Unni, si sono riversati sull'impero romano da est; da est sono venuti i popoli di cavalieri che per tutto il Medioevo, a varie riprese, hanno terrorizzato i popoli d'Europa: Avari, Ungari e infine, nel XIII secolo, i Mongoli. Anche dopo la fine delle grandi invasioni, l'est era rimasto un qualcosa di indefinito, di incognito. La Russia, il grande impero che faticosamente, combattendo con Mongoli, Tartari e Turchi, era riuscito a dominare il grande spazio che dalla frontiera polacca andava fino agli Urali, ancora negli ultimi anni del XVII secolo era più uno stimolo per la fantasia che un Paese con cui immaginare rapporti normali, di vicinato, come gli altri Paesi europei. L'autocrazia degli zar, per quanto spesso invidiata dai sovrani occidentali, era nota più per le stravaganti crudeltà che per la sua capacità di governare l'immenso Paese. La stessa religione, con la pretesa moscovita di essere la terza Roma, dopo la caduta di Costantinopoli, sembrava approfondire il solco che già lo scisma d'Oriente aveva scavato all'interno della cristianità. Quando lo zar Pietro ( che poi diverrà Pietro il Grande ) nel 1689 salì al trono di Russia ebbe subito chiaro che se voleva portare il suo Paese a giocare un ruolo di potenza nella politica dell'epoca la prima cosa da fare era abbattere questo muro di diversità che lo divideva dal resto d'Europa. Subito Pietro avviò una politica di modernizzazione e di occidentalizzazione del Paese che, se lo mise in urto con strati importanti della società russa, quali la Chiesa e una parte della nobiltà, gli consentì di lasciare ai suoi eredi una Russia diventata potenza, temuta e rispettata in tutte le corti d'Europa. Lo strumento che Pietro capì di dover prima di tutto adeguare ai tempi fu l'esercito. La strana commistione di tradizioni militari medievali e asiatiche che costituivano l'armata degli zar, prima dell'avvento di Pietro, non era certo in grado di rivaleggiare coi moderni eserciti europei, che dall'ultimo quarto del XVII secolo si erano andati evolvendo verso la forma dell'esercito professionale basato sulla tria-de di uniformità, addestramento, potenza di fuoco. Pietro costruì un esercito sul modello occidentale, introducendo l'uniforme (il verde scuro che avrebbe contraddistinto i soldati russi per due secoli), chiamando addestratori dalla Germania e cercando di formare un corpo di ufficiali devoti alla corona ma anche capaci di comprendere i problemi della guerra moderna. Nei primi anni del XVIII secolo il processo di riforma militare era completato. A Pietro ora serviva una vittoria che mostrasse al mondo la potenza russa e la bontà del suo progetto. Questa vittoria giunse il 27 di giugno del 1709 contro uno degli eserciti più quotati del tempo, comandato da uno dei migliori generali: l'armata svedese del giovanissimo re Carlo XII. Il campo di battaglia di Poltava fu il punto di partenza per l'avventura politica e militare russa in Europa: da allora, nessuno ha più potuto pensare una politica estera senza fare i conti coi governanti che si sono succeduti al Kremlino.

La Genesi:

La potenza svedese sulle rive del Baltico non poteva più essere tollerata da Pietro il Grande se voleva davvero affermare il ruolo egemonico della Russia sulle rive di quel mare. Lo zar riuscì, quindi, a mettere assieme una coalizione antisvedese della quale oltre alla Russia facevano parte anche Danimarca, Polonia e Sassonia. La risposta svedese non si fece attendere. Nel 1700, il giovane re svedese Carlo XII non poté non entrare in guerra occupando la Danimarca e mettendola in condizione di dover uscire dall'alleanza; riuscì ad infliggere una grave sconfitta ai Russi nella battaglia di Narva; infine, nel 1702, ebbe la meglio sul re polacco Augusto il Forte nella battaglia di Kliszow. A questo punto, a fronteggiare il vittorioso Carlo XII rimaneva solamente la Russia, con il suo zar Pietro il Grande. Carlo XII, nella primavera del 1708, iniziò l'invasione della Russia muovendo inizialmente su Smolensk nella speranza di arrivare a Mosca. Carlo, infatti, si aspettava di trovare lo zar Pietro il Grande con il suo esercito appena entrato in Russia, ma Pietro non difese la frontiera. Nella sua avanzata nell'immensa pianura russa, Carlo s'imbatté in decine di villaggi abbandonati dagli abitanti con tutti i loro beni. La tattica della terra bruciata adottata dai Russi cominciava ad indebolire l'armata svedese sempre più a corto di rifornimenti. Con le truppe spossate dal caldo dell'estate russa e dalla sete, Carlo si rese conto che l'obiettivo di occupare Mosca non era più realisticamente raggiungibile. L'esercito svedese fece allora una conversione verso sud, tornando sui propri passi per ricongiungersi con un nuovo alleato trovato proprio in Russia. Si trattava di Ivan Stepanovic Mazepa, capo di una parte dei cosacchi ucraini, contrari allo zar. Nell'autunno del 1708, Mazepa offrì agli Svedesi di alloggiarli nei quartieri invernali in Ucraina e di fornire loro gli approvvigionamenti necessari. Nella primavera del 1709 l'esercito di Carlo XII, che contava a quel punto soltanto su meno di trentamila uomini, riprese la marcia. Il generale Lewenhaupt, che seguiva l'armata del re, si era riunito al grosso, ma aveva dovuto subire una grave sconfitta a Lesnaya e seimila dei suoi sedicimila soldati erano stati uccisi. Nel mese di aprile del 1709, il sovrano svedese giunse a Poltava, nel centro dell'Ucraina: una vecchia città, poco fortificata, occupata da una guarnigione di set-temila uomini.

Le forze in campo:

L'esercito svedese sul campo di Poltava era una forza ormai esausta da quasi due anni di campagna. Carlo poteva contare su poco più di 24.000 uomini, con 34 cannoni drammaticamente a corto di polvere da sparo. Pietro il Grande portò un esercito di 80.000 uomini, dei quali però solo 40.000 intervennero sul campo di battaglia, in soccorso alla guarnigione di Poltava che contava 7.000 soldati. I Russi disponevano di 100 cannoni ben serviti ed equipaggiati di munizioni.

La Battaglia:

Nel mese di maggio del 1709 l'esercito svedese di Carlo XII era impegnato nell'assedio della piazza russa di Poltava. Carlo aveva bisogno di prendere la città, le cui vecchie mura, rafforzate da numerose ridotte scavate dai Russi, erano difese da settemila uomini; i magazzini russi erano, infatti, pieni di quei rifornimenti di cui il re svedese aveva disperatamente bisogno per continuare la campagna. Ma l'abile sovrano svedese sperava anche di riuscire, con la minaccia alla città, ad attirare il grosso dell'armata di Pietro il Grande e di poterla affrontare in una grande battaglia decisiva. Memore della vittoria svedese di Narva, Carlo era infatti convinto di poter avere ancora la meglio, col suo sperimentato esercito, sulle truppe russe. Pietro non si tirò indietro e alla fine di maggio si presentò nei pressi della città assediata con un grande esercito. Attraversato il fiume Vorskla con 40.000 uomini, lo zar fece costruire un grande campo fortificato, in faccia al nemico, e da lì iniziò una serie di azioni di disturbo contro l'armata nemica. Durante una di queste scaramucce, lo stesso Carlo il 17 giugno fu ferito ad un tallone da una palla di moschetto e da allora fu costretto a dirigere il suo esercito da una barella. Stanco degli scontri inconcludenti che si erano susseguiti per un mese e messo di fronte alla necessità di ottenere una vittoria decisiva prima che la mancanza di rifornimenti mettesse definitivamente in crisi il suo esercito, Carlo decise un attacco generale alle posizioni russe il 27 giugno. Il piano di battaglia svedese era ingegnoso: mentre il grosso dell'esercito avrebbe impegnato il nemico sul fronte, con un attacco alle ridotte russe, un movimento aggirante dell'ala sinistra, al comando del generale Roos, attraversando un bosco avrebbe dovuto piombare sul campo russo tagliando al nemico la via della ritirata e impedendo ai rinforzi russi di attraversare il fiume. L'attacco principale svedese fu sferrato nella tarda mattinata, avanzando su quattro colonne di fanteria e sei di cavalleria. Gli Svedesi, che erano appoggiati solo da una decina di cannoni ( la mancanza di polvere aveva reso inutilizzabili gli altri ) riuscirono a superare il primo e il secondo campo trincerato russo, occupando le ridotte ed eliminando ogni resistenza nemica nella zona. Nel frattempo l'ala del generale Roos attraversava un bosco di betulle per cadere sulle retrovie nemiche. Da subito però, una certa mancanza di coordinazione tra le varie componenti delle colonne svedesi rallentò l'avanzata, e i Russi riuscirono a guadagnare minuti preziosi inchiodando gli Svedesi davanti alla terza linea di ridotte, con il tiro concentrato dei loro 100 cannoni. Anche il generale Roos, rallentato dal terreno, non riuscì a giungere sul proprio obiettivo nei tempi previsti. Pietro aveva guadagnato almeno 30 minuti preziosi: fatte uscire le proprie truppe dal campo trincerato, le schierò in ordine da battaglia. Pietro aveva ancora trentamila uomini freschi e perfettamente armati i quali, appoggiati da cento cannoni che non cessavano di sparare, si trovarono a fronteggiare due corpi di svedesi, in totale non più di quindicimila uomini stanchi, divisi e scoordinati. Mentre le truppe di Roos isolate si trovarono presto circondate, le colonne d'assalto principali che avevano perso il loro slancio si trovarono sotto un diluvio di fuoco che apriva vuoti paurosi tra le loro file. Attaccati dalla fanteria russa, tormentati da sciami di cavalieri cosacchi che, con le loro cariche, sconvolgevano le formazioni, anche i meravigliosi soldati di Carlo XII iniziarono a cedere. La fanteria fu quasi annientata sul posto e la cavalleria dispersa; lo stesso Carlo fu issato su un cavallo, dalla barella su cui si trovava, e con Mazepa e millecinquecento uomini, metà dei quali cosacchi ucraini, riuscì a fatica a rifugiarsi nella Moldavia ottomana. Le truppe di Roos, accerchiate, si bat-terono con furia e, alla fine, il comandante con qualche malconcio reparto riuscì a sfondare le linee russe. Pietro il Grande aveva avuto la vittoria che serviva alla sua politica, l'esercito dello zar era, e lo aveva mostrato sul campo a prezzo di soli duemila caduti, un esercito moderno ed efficace che sarebbe stato lo strumento della politica di potenza degli zar per i prossimi secoli. Gli Svedesi avevano lasciato sul campo settemila morti e quindicimila prigionieri su un esercito di ventiquattromila, a dimostrazione dell'enormità del successo russo.

Le Conseguenze:

La Svezia usciva da Poltava totalmente e indiscutibilmente sconfitta. Carlo XII negli anni seguenti cercherà di riprendere le posizioni perdute con una serie di campagne che continueranno fino alla sua morte, avvenuta nel 1718. La Svezia però non potrà più riprendere il suo ruolo di potenza egemone nel Baltico, venendo definitivamente relegata alla sua marginalità scandinava. La Russia, al contrario, dal trampolino della vittoria in Ucraina iniziò la sua ascesa al ruolo di grande potenza europea prima e mondiale poi. La costa del Baltico fino alla Prussia orientale divenne, da allora, dominio degli zar, mentre il governo russo iniziò ad occuparsi della politica europea. Dopo Poltava nessuna cancelleria del vecchio continente avrebbe più potuto evitare di tener conto del parere dei ministri dello zar.

La Baionetta:

Sebbene nell'esercito svedese che combatté la grande guerra del Nord fossero ancora presenti reparti di picchieri, la picca come arma a sé stante per la difesa dagli attacchi della cavalleria era, nei primi anni del XVIII secolo, virtualmente scomparsa dalla panoplia degli eserciti europei. L'invenzione di un semplice congegno che consentiva di fissare una lama alla canna di un moschetto, la baionetta, aveva improvvisamente reso obsoleta non solo la picca come arma, ma anche la distinzione tra picchieri e moschettieri. L'adozione della baionetta, che proprio in quegli anni era passata dal tipo a pressione nella canna a quello ad anello (che consentiva il fuoco mentre era inastata), aveva infatti dato a tutti i reparti di fanteria un'arma per difendersi dalla cavalleria. Quest'arma, associata alle formazioni serrate come la colonna chiusa o il quadrato, si era dimostrata molto efficiente, senza ridurre la potenza di fuoco dei reparti. Attraverso varie evoluzioni, la baionetta è giunta fino agli eserciti dei giorni nostri.

 
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