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Battaglia di Pavia (1525)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Pavia
Data:
24 febbraio 1525
Forze in Campo:
Francia e Regno di Navarra contro il Sacro Romano Impero e la Spagna
Esito:
Decisiva vittoria imperiale e spagnola
Comandanti:
Francia e Regno di Navarra:
Francesco I di Francia , Francesco di Lorena , Enrico II di Navarra , Jacques de La Palice e Louis de la Trémoille - Sacro Romano Impero e Spagna: Carlo di Lannoy, Antonio de Leyva, Carlo III di Borbone-Montpensier , Georg von Frundsberg e Fernando Francesco d'Avalos

Quando, nel 1525, gli eserciti del re di Francia Francesco I e del marchese di Pescara, al servizio dell'imperatore Carlo V, si scontrarono nel parco della villa di Pavia, le armi da fuoco sui campi di battaglia europei erano in uso già da almeno un secolo. Se quindi dovessimo cercare l'origine dell'impiego della polvere da sparo come arma da campagna, dovremmo volgere lo sguardo più indietro rispetto a quel febbraio del 1525. Ma se invece cerchiamo di comprendere quando l'uso dell'arma da fuoco, e in particolare di quella individuale, divenne non diciamo predominante ma in qualche modo, per la prima volta, decisivo, allora è proprio alla battaglia di Pavia che bisogna guardare. A Pavia, infatti, per la prima volta in una grande battaglia decisiva si assisté alla sconfitta di un corpo di cavalleria, la gendarmeria di Francia, cioè la migliore cavalleria pesante del tempo, da parte del tiro intenso e continuato di un corpo di fanti armati di archibugi: gli archibugieri del marchese di Pescara. L'Italia per la sua posizione geografica e la sua tradizione storica, tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, era un crocevia, anche teorico, delle riflessioni e dei cambiamenti che da cinquant'anni attraversavano l'arte militare. La presenza dei Francesi nelle guerre d'Italia d'inizio secolo, con la loro cavalleria e la migliore artiglieria d'assedio d'Europa, delle fanterie svizzere, che avevano conquistato pochi anni prima fama d'invincibilità, e dei loro fedeli imitatori, i mercenari lanzichenecchi, oltre che dell'armata spagnola, dotata della disciplina e dell'organizzazione migliore del tempo, resero i campi di battaglia italiani un luogo privilegiato ove le teorie e le tattiche che ne conseguivano furono messe alla dura prova della battaglia. Nel suo celebre saggio sulla rivoluzione militare, il professor Geodfrey Parker sostiene che il cambiamento che portò a sancire un'indiscussa superiorità militare delle potenze europee dalla fine del Seicento sia cominciato e abbia trovato organicità proprio in quei primi trent'anni del XVI secolo che insanguinarono l'Italia. Probabilmente ( almeno è mia opinione ) la datazione del fenomeno è da spostare di diverse decine d'anni in avanti, ma resta fuor di dubbio che l'esperienza militare delle guerre d'Italia contribuì a spazzar via dai campi di battaglia ogni avanzo del guerreggiare medievale e offrì a teorici militari e generali materiale su cui basare la riflessione che, in seguito, porterà al compimento, quello sì rivoluzionario, del processo verso il modo "moderno" di fare la guerra.

La Genesi:

All'inizio del XVI secolo la Francia si sentiva accerchiata dai possedimenti degli Asburgo. La Spagna, Napoli, le Fiandre, l'Austria formavano una cortina che minacciava di chiudere il regno in un anello di ferro, non solo impedendo ogni possibile espansione della potenza francese, ma anche rendendo insicura la stessa posizione della monarchia all'interno del Paese. Quando nel 1519 Carlo, duca di Borgogna, re di Spagna e arciduca d'Austria, salì al trono imperiale divenendo Carlo V, sembrò che i peggiori timori del re francese, Francesco I di Valois, dovessero realizzarsi. Per la Francia diventava essenziale rompere l'assedio che i territori dinastici degli Asburgo e i possedimenti spagnoli e imperiali stringevano attorno al Paese. Il campo di battaglia tra Valois e Asburgo sarebbe stato, com'era già successo nei decenni precedenti, l'Italia. Mentre gli Spagnoli tenevano il regno di Napoli, alla Francia era andato, dopo il trattato siglato a Noyon nel 1516, il ducato di Milano; per questo, quando gli Ispano-imperiali portarono un esercito in Lombardia occupando alcune piazzeforti, Francesco I scese in Italia, nell'ottobre del 1524, con un esercito forte di diverse decine di migliaia di uomini e di una potente artiglieria d'assedio. Inferiori di numero gli imperiali si ritirarono, nell'attesa di rinforzi, dietro la linea dell'Adda, lasciando guarnigioni in alcune piazze fortificate tra cui Pavia. Nello stesso mese Francesco entrò a Milano ove la popolazione, seppure in massima parte ostile ai Francesi, minata dalla peste, non oppose alcuna resistenza. Francesco I decise allora di volgersi contro Pavia, occupata ancora dagli Spagnoli, che con la sua posizione strategica per il controllo delle vie di comunicazione tra Milano e Genova, costituiva una spina nel fianco delle posizioni francesi. La guarnigione di Pavia era formata da circa 6.000 soldati, tra spagnoli, tedeschi e italiani, comandati da un vecchio ed esperto soldato, don Antonio de Leyva. Forte dell'enorme superiorità Francesco I decise di conquistare la città d'assalto, lanciando una serie di attacchi alle mura che, però, furono tutti respinti dalla guarnigione aiutata anche dalla popolazione che temeva il saccheggio che inevitabilmente sarebbe seguito alla caduta della città. Francesco si vide quindi costretto ad iniziare un vero e proprio assedio e, fatte preparare le batterie per i suoi cannoni pesanti, dispose le sue truppe attorno alla città. Dopo tre mesi per quanto al limite della fame la guarnigione ancora non aveva capitolato e un esercito imperiale forte di 25.000 uomini, al comando di Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, di Carlo di Borbone, ex connestabile di Francia, e di Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, giunse davanti alle mura della città mettendo il campo ad est dell'abitato. Subito Francesco, per parare la minaccia, fece spostare le truppe a nord-est delle mura, nella zona dove sorgeva il grande parco visconteo, con al centro il castello di Mirabello, vasta area cintata fatta costruire da Giangaleazzo Visconti.

Le Forze in Campo:

L'esercito spagnolo e imperiale disponeva a Pavia di circa 18.000 uomini; un massimo di 3.000 di questi potrebbero essere stati cavalieri italiani o spagnoli, gli altri erano lanzichenecchi tedeschi o reggimenti italo-spagholi formati di picchieri e archibugieri; al comando del marchese di Pescara vi erano, poi, 3.000 archibugieri leggeri. Le forze di Francesco I arrivavano a circa 20.000 uomini, anche se non si conosce esattamente il numero di quanti poterono essere effettivamente schierati in battaglia nel Parco Visconteo. Di certo si sa che i Francesi schierarono circa 5.000 cavalieri pesanti, la famosa gendarmeria, 4.000 lanzichenecchi tedeschi della Banda Nera e almeno 3.000 Svizzeri; inoltre Francesco disponeva di un discreto numero di cannoni da campo.

La Battaglia:

Dopo tre settimane di scaramucce e inconcludenti duelli d'artiglieria, i comandanti imperiali decisero di passare all'azione. I contingenti mercenari che formavano il loro esercito non erano più pagati da qualche tempo, quindi i generali di Carlo V temevano, di lì a poco, di perdere il controllo sui loro uomini. Il piano imperiale prevedeva un movimento sulla sinistra dello schieramento francese da dove, una volta occupato il castello di Mirabello nel Parco Visconteo, le forze ispano-imperiali avrebbero potuto minacciare i collegamenti con Milano, obbligando Francesco a togliere l'assedio a Pavia. Le milizie imperiali si mossero nella notte tra il 23 e il 24 febbraio, quando, dopo aver praticato tre brecce nel muro orientale, penetrarono di sorpresa nel parco. Protette dalla fitta nebbia che gravava sul terreno le avanguardie imperiali, circa 3.000 archibugieri, presero il castello, cacciandone le guardie francesi che corsero a dare l'allarme al campo di Francesco I. Colto di sorpresa, il re non perse comunque tempo; messosi personalmente al comando della sceltissima cavalleria schierò, all'interno del parco e in faccia agli imperiali, i lanzichenecchi della Banda Nera, e al loro fianco i quadrati della fanteria svizzera, mentre, dietro una linea di cannoni, si posizionò sulla destra assieme alla cavalleria. Anche l'esercito imperiale si dispose in ordine di battaglia, con la cavalleria al centro supportata dietro e sui fianchi dai lanzichenecchi e dai reggimenti spagnoli ed italiani, mentre gli archibugieri del marchese di Pescara rimasero sulla destra, tra l'esercito e il castello di Mirabello. La battaglia fu aperta da un deciso attacco della gendarmeria francese che riuscì facilmente a disperdere la cavalleria imperiale che le era uscita incontro. Mentre i gendarmi francesi si riorganizzavano, in attesa di lanciare l'attacco finale assieme alle fanterie, i cannoni francesi aprirono il fuoco sulle linee spagnole, dove gli uomini furono costretti a cercar scampo gettandosi nel solchi del terreno. Fu a questo punto che Francesco I, sentendosi ormai certo della vittoria, disse al signore di Lescun: "Monsignore, domani sarò il signore di Milano". In effetti, la situazione sembrava ormai compromessa per gli imperiali ma, approfittando della pausa, il marchese di Pescara aveva fatto scivolare i suoi archibugieri, che si muovevano in ordine aperto, nei boschetti ad ovest del campo di battaglia, e quando la cavalleria francese tornò all'attacco fu accolta da un micidiale fuoco di fianco. La cavalleria francese fu rapidamente decimata dal tiro degli archibugi e quando, in disordine, fu controcaricata dalla cavalleria spagnola, nel frattempo riordinatasi dietro le proprie linee, non poté opporre gran resistenza. Francesco si batté con valore ma, attorniato dai nemici, non poté evitare l'onta della cattura. La cattura del re non fu sufficiente a definire la vittoria imperiale. Al centro dello schieramento francese la Banda Nera (che sapeva non poter sperare quartiere poiché leggi imperiali definivano traditori i Tedeschi che servivano la Francia) mosse all'attacco delle linee nemiche ma fu anch'essa fermata dal tiro degli archibugi e,controcaricata dai picchieri italo-spagnoli, fu messa in rotta. Anche le fanterie svizzere avevano mosso in avanti, ma vista la situazione preferirono aprirsi un varco nella cinta occidentale per cercare scampo verso Milano. La battaglia era veramente finita, la vittoria imperiale era stata totale: i Francesi avevano perso, oltre al treno d'assedio, un numero di uomini che varia secondo le fonti dai 6.000 ai 10000, mentre gli imperiali lamentarono circa 1.000 perdite. Con Francesco prigioniero, il controllo dell'ltalia settentrionale passava a Carlo V.

La Lezione Tattica delle Guerre d'Italia:

Le guerre d’ltalia, e in particolare la battaglia di Pavia, segnarono il definitivo momento di passaggio verso la modernità nell’arte della guerra. Se nelle prime fasi delle guerre, come alla battaglia di Fornovo, era stata ancora la cavalleria corazzata, i gendarmi, ad essere il centro degli eserciti contrapposti, dopo Pavia era definitivamente la fanteria ad aver conquistato il ruolo di risolutrice delle battaglie. Anche le fanterie, dopo Pavia, dovranno però rivedere la loro composizione e le loro funzioni; gli attacchi della Banda Nera e degli Svizzeri erano stati fermati dal fuoco dei moschetti esattamente come era stata fermata la carica dei gendarmi francesi. Il segreto del successo tattico stava ormai in una miscela tra forza d’urto e potenza di fuoco, anche e soprattutto per i reparti di fanteria. La ricerca dell'equilibrio tra le due componenti sarà oggetto di tentativi e di sperimentazioni per tutto il secolo finché porterà, nel secolo seguente, al vero compimento della rivoluzione militare e al definitivo affermarsi dell’arma da fuoco come unica dominatrice dei campi di battaglia.

Le Conseguenze:

La prigionia di Francesco I in Spagna portò ad una sospensione della guerra tra Francia e Asburgo, con questi ultimi che avevano, di fatto, affermato il loro dominio sull‘Italia. La contesa riprese dopo la liberazione del re che riuscì, una volta tornato libero, a formare la Lega di Cognac che unì Francia, Venezia, Papato e Sforza contro Spagna e Impero. Seguirono ancora anni orribili, fatti di battaglie, saccheggi e violenze di ogni genere, dei quali fece le spese soprattutto la popolazione italiana. Il quadro strategico generale non subì però mutamenti rispetto a quello che si era creato dopo la battaglia del 1525 e così alla morte di Francesco II Sforza, nel 1535, il ducato di Milano diventò una provincia spagnola.

 
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