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Battaglia di Nicopoli (1396)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1000 d.C. al 1500 d.C.

Luogo: Nicopoli
Data:
25 settembre 1396
Forze in Campo:
Impero Ottomano contro la Francia ed il Regno d'Ungheria
Esito:
Vittoria dell'Impero Ottomano
Comandanti: Impero Ottomano:
Bayezid I -  Francia e Regno d'Ungheria: Sigismondo e Giovanni I

La battaglia di Nicopoli, combattuta nell'odierna Bulgaria tra un esercito turco al comando del sultano ottomano Bayazid I e un'armata crociata sotto il comando di Sigismondo di Lussemburgo, re d'Ungheria e in seguito imperatore del Sacro Romano Impero, rappresenta al contempo la conclusione definitiva del sogno di crociata in Occidente e l'apertura all'Islam della via alla conquista stabile dell'Europa sud-orientale. In seguito vi furono ancora spedizioni cristiane con il nome di crociata, per l'esattezza imprese portoghesi contro il regno marocchino, ma si trattò più di azioni proto-coloniali in senso stretto che di una ripresa del movimento e dello spirito crociato. Fu a Nicopoli che il sogno di riconquistare Gerusalemme e il Santo Sepolcro si spense per sempre di fronte alla cruda realtà dei fatti. Quello battuto a Nicopoli fu, sotto ogni aspetto, l'ultimo esercito crociato. Formato dal nucleo centrale dell'esercito ungherese di re Sigismondo, il corpo di spedizione cristiano aveva al suo interno numerosi grandi nobili francesi e dell'Europa centrale, un contingente di cavalieri fornito dall'Ordine Teutonico, col suo Gran Maestro Konrad von Jungingen, mentre una piccola flotta, varata sul Danubio, era stata messa a disposizione dei Cavalieri di San Giovanni da Venezia e da Genova, che temevano per le loro basi commerciali in Oriente. La crociata del 1396 però si distingue da tutte le altre per una caratteristica peculiare: fu una crociata eminentemente difensiva. Il papa (anzi i papi, giacché in quel periodo ve n'erano due, uno a Roma ed uno ad Avignone) aveva benedetto l'impresa in seguito all'appello dell'imperatore bizantino il quale, con i resti dell'impero ridotti a poco più delle mura di Costantinopoli, si vedeva sempre più minacciato dalla crescente ed in apparenza inarrestabile potenza ottomana. Alla crociata, oltre al re d'Ungheria e ai cavalieri francesi, aderirono i signori i cui feudi e territori lungo il Danubio o nei Balcani settentrionali erano più direttamente minacciati dall'avanzata turca verso nord. Anche se tra i cavalieri cristiani in marcia per incontrare l'armata di Bayazid si gridava che, sconfitto il sultano, si sarebbe attraversata l'Anatolia e si sarebbe presa Gerusalemme, era evidente che si tentava l'impresa, disperata, di sostituire lo scudo protettivo per l'Europa che era stato per secoli l'impero romano d'Oriente e che la sciagurata impresa della quarta crociata aveva per sempre messo in ginocchio centonovantadue anni prima.

La Genesi:
La rinascita dell'impero romano d'Oriente, sia pure molto ridotto dal punto di vista territoriale, attuata da Michele VIII Paleologo con la cacciata dei Latini da Costantinopoli, rappresentò indubbiamente il ripristino di una certa unità nazionale che doveva reggere sino al crollo dell'impero ad opera dei Turchi (1453). La riconquista dell'antica capitale sul Bosforo consentì a Bisanzio di tornare ad essere una grande potenza e divenire uno dei centri intorno a cui ruotava la politica degli Stati mediterranei. Proiettato nuovamente al centro di quel mondo orientale costituito da Greci, Slavi, Latini e Musulmani, l'impero voleva essere centro di unione, mentre per quei popoli rappresentava solamente una minaccia al loro fiero nazionalismo. Alla metà del XIV secolo il controllo bizantino si estendeva solo nella Tessaglia e nell'Epiro, che avevano cessato la loro esistenza come stati autonomi, in Tracia, in Morea e su qualche isola nell'Egeo. La minaccia ottomana, diretta verso la Tracia, costrinse l'imperatore Giovanni V Paleologo a fare appello al papa perché lanciasse una crociata contro gli infedeli, riprendendo la questione dell'unione delle due Chiese. Gli appelli del nuovo papa della "cattività avignonese", Urbano V, caddero nel vuoto: tra i nobili occidentali solo il conte di Savoia, Amedeo VI, intraprese una spedizione in Oriente. Nel frattempo gli Ottomani si erano insediati a Gallipoli, facendone una base formidabile per invadere la penisola balcanica. Con Murad I (1359-1389) tolsero ai Bizantini la Tracia, ponendo la loro capitale ad Adrianopoli (1365), zona strategica e da sempre campo di battaglia, per avanzare verso nord lungo la valle della Maritza ed in direzione dei passi dei Balcani aperti sul bacino danubiano, minacciando il grande regno slavo di Serbia. Questa era la seconda e forse più potente Bisanzio nel cuore dei Balcani: il suo impero, opera dello zar Stefano Dusan, si estendeva dal Danubio sino al golfo di Corinto e dalla costa adriatica fino all'Egeo. Forte militarmente e politicamente, il nuovo stato si eresse come antemurale contro la marea turca. Scomparso prematuramente il suo fondatore, l'impero greco-serbo si sgretolò in un variopinto mosaico di piccoli stati semi-indipendenti, rinfocolando le mire espansionistiche di Murad I. Nel 1371 un esercito serbo fu sbaragliato ad Adrianopoli dai Turchi, che in seguito alla vittoria poterono occupare tutta la Macedonia. La totale vittoria turca ridusse di fatto alla condizione di vassalli l'imperatore bizantino Giovanni V Paleologo ed il regnante bulgaro Giovanni Sisman. La definitiva conquista delle altre regioni balcaniche era solo questione di tempo. Proseguendo la loro inarrestabile avanzata, gli eserciti ottomani batterono ripetutamente i Serbi occupando Monastir (1382), Sofia (1385) e Nis (1386). La progressione ottomana verso nord trovò la sua definitiva affermazione il 15 giugno del 1389, quando nella pianura del Kossovo, detto dai Serbi "il campo dei merli", le forze di Murad inflissero una disastrosa sconfitta all'annata serba comandata dal principe Lazzaro Hrebeljanovic. Alla morte di Murad avvenuta poco dopo, il figlio Bayazid I che aveva assunto il titolo di sultano continuò la sua marcia vittoriosa verso nord battendo ad uno ad uno tutti gli avversari. La minaccia musulmana era ormai giunta alle porte del cuore d'Europa e la bandiera verde del Profeta sventolava ai confini d'Ungheria. Lo sgomento che questo provocò nella cristianità fu enorme, tanto da resuscitare quello spirito di crociata che sembrava ormai morto da tanto tempo. A capo della crociata, bandita dalla Santa Sede, si mise il re d'Ungheria Sigismondo di Lussembrugo, che in seguito sarebbe stato nominato imperatore. Radunato l'esercito, il re attese l'arrivo sul Danubio del corpo di spedizione crociato che si era formato in Europa centrale, anch'essa sotto la minaccia ottomana, comandato da Giovanni di Nevers, figlio del duca di Borgogna e nipote del re di Francia. L'accorto Sigismondo, che ben conosceva la ferrea disciplina ed il fanatismo dell'esercito turco e le capacità strategiche del giovane sultano, suggerì ai comandanti dell'armata cristiana di attirare il nemico in Ungheria per dare battaglia su posizioni scelte precedentemente. La sua proposta fu accolta con grida di indignazione da parte dei cavalieri crociati che fremevano al desiderio di battersi al più presto con gli infedeli e, dopo averli schiacciati, di avanzare attraverso l'Anatolia sino a riprendere i Luoghi Santi. Pressato, Sigismondo accondiscese a muovere contro i Turchi. Ai primi di agosto l'esercito cristiano avanzò baldanzosamente lungo la sponda sinistra del Danubio fino a Orsova, vicino alle Porte di Ferro, penetrando in territorio ottomano. Dopo alcuni facili successi iniziali contro i vassalli del sultano ottomano, l'armata cristiana arrivò a mettere sotto assedio la ben difesa piazza di Nicopoli, sul Danubio, ma le operazioni d'assedio furono condotte con lentezza e al mattino del 25 di settembre del 1396 Bayazid con un potente esercito di soccorso apparve a sfidare in campo aperto l'esercito crociato.

Le Forze in Campo:

Non è facile dire di quanti uomini disponessero gli eserciti a Nicopoli. Si disse che l'esercito crociato era arrivato quasi a 100.000 uomini al momento di lasciare Buda ma, più probabilmente, si trovarono a combattere sul campo non più di 50.000, metà dei quali cavalieri. I numeri dell'armata di Bayazid sono ancora più incerti; la propaganda cristiana, per giustificare la sconfitta, parlò di un esercito enorme, ma oggi si ritiene che gli Ottomani disponessero di un'armata più o meno delle dimensioni di quella cristiana. Il vero vantaggio dei Turchi, più che nel numero, fu nell'organizzazione di un esercito, moderno e disciplinato, che surclassò tatticamente i coraggiosi ma sprovveduti cavalieri occidentali.

La Battaglia:

Al mattino del 25 settembre i due eserciti, dunque, si schierarono fronteggiandosi in ordine di battaglia. Inutilmente Sigismondo aveva cercato di convincere i crociati a schierarsi dietro il suo esercito, diviso in tre sezioni, Ungheresi al centro, Valacchi a sinistra e Transilvani sulla destra, lasciando a queste sperimentate fanterie il compito di sostenere l'urto dell'attacco musulmano. I Francesi, furibondi, convinti che Sigismondo li relegasse volutamente in una posizione marginale per avocare a sé tutto il merito della vittoria, per orgoglio di casta e stupidità militare pretesero il privilegio di muovere per primi contro il nemico. In ciò, i Francesi erano pienamente appoggiati dagli altri capi occidentali e Sigismondo dovette cedere alla loro vanagloria lasciando disporre davanti alle sue fanterie tutto il contingente crociato agli ordini di Giovanni di Nevers. A tre chilometri di distanza l'esercito turco occupava saldamente un'altura che zappatori e genieri avevano fortificato in previsione di ricevere l'urto della cavalleria cristiana. La prima linea ottomana era composta da cavalleria leggera e da arcieri a piedi e montati, mentre più arretrata, al riparo di una selva di lance e pali aguzzi conficcati profondamente nel terreno, era schierata la fanteria, appoggiata al centro ed ai lati da contingenti di arcieri. La cavalleria sipahi, guidata da Bayazid in persona, era nascosta dietro la collina, unitamente ai numerosi reggimenti di giannizzeri. I cavalieri francesi e tedeschi, incapaci di immaginare altra tattica che non fosse una carica frontale, non attesero nemmeno il segnale di attacco e mossero al trotto, con le variopinte bandiere al vento, verso gli Ottomani, seguiti di slancio dalla cavalleria teutonica e dalle fanterie europee. La carica fu violenta e l'impeto dei crociati travolse la cavalleria leggera nemica, che fu quasi completamente massacrata. Al riparo, dietro la fitta siepe di lance e pali posta all'altezza dei petti dei cavalli, i Turchi cominciarono a scagliare centinaia di frecce sulla cavalleria crociata che, in parte, per aprirsi la strada verso l'altura dove era schierato il grosso dell'esercito turco si vide costretta ad avanzare a piedi, unendosi alle sopraggiungenti fanterie europee. Combattendo selvaggiamente, i crociati travolsero anche la fanteria pesante nemica, riuscendo a raggiungere la sommità della collina dove trovarono a fronteggiarli l'élite delle truppe ottomane, circa sessantamila uomini, i quali essendo freschi riuscirono a circondare l'esausto nemico. La battaglia infuriò per tre ore. Per i crociati, stanchi ed assetati, privi del soccorso di truppe fresche, quasi tutti senza più cavalli, soverchiati da forze numericamente superiori, il disastro fu ineluttabile. La vittoria così vicina si trasformò in una paurosa disfatta. Sigismondo, che aveva visto con sorpresa e con rabbia vanificato il proprio piano dalla carica degli Europei, era rimasto fermo sulle posizioni di partenza e, quando decise di intervenire, Valacchi e Transilvani si ritirarono frettolosamente per guadare il fiume, convinti che la battaglia fosse già persa. Tuttavia Sigismondo avanzò con la sua fanteria ungherese e con i contingenti dell'elettore di Baviera verso la cima della collina, dove si stava consumando il massacro delle truppe cristiane. I primi reparti turchi furono ricacciati, ma quando gli Ungheresi giunsero sul campo di battaglia la cavalleria del sultano li investì sui fianchi e malgrado una strenua resistenza furono ricacciati sino alla riva del Danubio. Sigismondo preferì non impiegare i modesti contingenti di riserva, che servirono a coprire la sua fuga su una delle galee veneziane che dal Mar Nero avevano risalito il Danubio, unitamente a navi genovesi, bizantine e dell'Ordine di San Giovanni. La disfatta cristiana era stata totale: l'armata crociata aveva perso almeno metà dei suoi uomini, compresi moltissimi dei nobili cavalieri europei, mentre le perdite turche dovettero essere sensibilmente inferiori.

Le Conseguenze:

Le conseguenze del disastro di Nicopoli furono pesanti. Il tentativo di alleggerire la pressione ottomana sull'impero bizantino era fallito completamente e, nel 1453, cinquantasette anni dopo la battaglia, gli Ottomani dopo un lungo assedio presero Costantinopoli facendone la loro capitale col nome di Istanbul. Anche per l'Europa il prezzo da pagare alla sconfitta fu pesante, giacché i Turchi poterono continuare, anzi accelerare, la loro espansione lungo la penisola balcanica, fino a farne un dominio musulmano incontrastato. L'arretramento delle posizioni occidentali, inoltre, provocò sia pure indirettamente la fine degli imperi commerciali in Anatolia e nel Mar Nero delle Repubbliche marinare italiane, che da secoli ormai detenevano il monopolio su quelle rotte. Di lì a non molti anni il Mediterraneo orientale sarebbe diventato un lago ottomano, mentre la bandiera verde dell'Islam avrebbe sventolato sotto le mura di Vienna.

L'Ordine dei Cavalieri Teutonici:

I Cavalieri Teutonici (il nome completo sarebbe Ordine dei Cavalieri dell'Ospedale di Santa Maria in Gerusalemme) erano un ordine religioso e militare fondato da crociati tedeschi nel 1190-1191 ad Acri, in Palestina, riconosciuto dal papa nel 1199. A differenza dei Templari e degli Ospedalieri, dei quali comunque mutuò le regole, l'Ordine era aperto solo ai membri della nobiltà tedesca. Tra il 1229 e il 1279 i cavalieri dell'Ordine, che col declinare degli stati crociati avevano spostato i loro interessi verso il Baltico, sconfissero gli Slavi pagani della Prussia, e nei territori conquistati costruirono numerose città e fortezze. Nel 1329 l'Ordine teutonico possedeva, come feudo papale, l'intera regione del Baltico, dal golfo di Finlandia fino alla Pomerania polacca, ma fu respinto dal principe russo Alessandro Nevskj nella battaglia del lago Peipus. Nel 1240 i Cavalieri Teutonici cercarono di fermare gli invasori mongoli nella battaglia di Leibnitz, ma subirono una disastrosa sconfitta. Nella parte meridionale del feudo l'Ordine venne abolito nel XVI secolo, in seguito alla riforma protestante: i suoi possedimenti furono secolarizzati e trasformati, nel 1525, nel ducato di Prussia, mentre Estonia e Lettonia, nella parte settentrionale, furono suddivise dopo il 1558 tra Polonia, Russia e Svezia. L'Ordine tuttavia sopravvisse nella Germania meridionale, finché venne sciolto da Napoleone nel 1809. Ripristinato in Austria nel 1834, conservò la propria identità nel corso del XIX secolo, limitandosi perlopiù ad opere di carità come gli altri ordini cavallereschi sopravvissuti. Nel 1918 la sua direzione venne affidata a un ecclesiastico e nel 1929 la disciplina religiosa venne completamente riformulata. Da allora, con l'eccezione degli anni della seconda guerra mondiale, l'Ordine teutonico ha mantenuto il carattere di con-fraternita dedita alla carità e all'attività ospedaliera. La sua sede è a Vienna, ma pos-siede numerose sedi anche nel resto dell'Austria, in Italia e in Germania.

 
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