Battaglia di Morat (1476) - MondoStoria

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

Battaglia di Morat (1476)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1000 d.C. al 1500 d.C.

Luogo: Morat, Svizzera
Data:
22 giugno 1476
Forze in Campo:
Borgogna contro il Ducato di Lorena e la Vecchia Confederazione
Esito:
Sconfitta Borgognona
Comandanti: Borgogna:
Duca Carlo I di Borgogna - Ducato di Lorena e Vecchia Confederazione: Duca Renato II di Lorena

Nella seconda metà del XIV secolo si assisté ad un interessante fenomeno di rinascita degli studi e delle analisi militari un po' in tutta Europa. Nel quadro generale di una società che si avviava al recupero delle proprie radici culturali attraverso la riflessione sulla classicità, anche la scienza militare, intesa come applicazione dei professionisti della guerra, siano essi monarchi dinastici, titolari di signorie o semplici comandanti mercenari, recuperò uno slancio che per tutti i secoli precedenti sembrava perduto. La ritrovata importanza delle fanterie sul campo, la centralità delle armi da tiro, gli archi lunghi ma anche le nascenti armi da fuoco, assieme alla specializzazione che avevano preso le varie parti della cavalleria (gendarmi pesantemente corazzati, cavalieri più leggeri e balestrieri montati), furono tutti elementi che contribuirono ad una visione quasi razionalistica dell'arte della guerra: per mettere insieme un esercito vincente si ritenne necessario utilizzare ognuna delle specialità nazionali, che in diverse regioni e diverse situazioni si erano dimostrate efficaci. Ecco allora eserciti e armate formati come grandi punte in cui le varie tessere si sarebbero dovute incastrare alla perfezione, offrendo reciproco sostegno e copertura alle tessere vicine, nelle varie situazioni tattiche. L'armata che Carlo il Temerario, duca di Borgogna, aveva creato e con la quale mosse guerra alla Confederazione dei Cantoni svizzeri era il punto d'arrivo di questa riflessione. Picchieri all'italiana, arcieri all'inglese muniti d'arco lungo, gendarmi e la cavalleria nobile alla francese costituivano il nucleo dell'esercito borgognone che poteva anche contare su reparti di pétardier, fanti addestrati a combattere in ordine aperto e armati di una forma arcaica d'archibugio. La realtà della guerra e in special modo della guerra contro gli Svizzeri si rivelò molto amara per quest'esercito e per il suo duca. Nelle battaglie di Granson e di Morat (l'odierna Murten), nel 1476, e ancora alla battaglia di Nancy combattuta l'anno seguente, la raffinata armata borgognona col suo bilanciamento tra le componenti e la sua sottile organizzazione fu sbaragliata dalla tattica aggressiva, semplice e brutale, dei quadrati di picchieri e archibugieri svizzeri. Senza le sofisticazioni razionalistiche dei nemici, gli Svizzeri schierarono sui campi di battaglia delle guerre burgundiche le loro densissime formazioni di fanteria, che facevano del mero peso fisico di migliaia di uomini e dell'aggressività le chiavi di volta del successo, mostrando quale poteva essere la potenza d'urto di una fanteria decisa, ben guidata e fortemente motivata. Dopo le sconfitte ( l'ultima a Nancy gli costò la vita ) tramontò per sempre il sogno di Carlo il Temerario di costruire un grande stato borgognone incuneato in mezzo all'Europa le cui frontiere andassero dal Mare del Nord all'Engadina. Iniziava invece un secolo di predominio sul campo delle fanterie svizzere, i cui servigi da quel momento sarebbero stati richiestissimi in tutti gli eserciti europei, e dei loro diretti eredi, i Lanzichenecchi tedeschi.

La Genesi:

Quando salì al trono del ducato di Borgogna Carlo, detto il Temerario, aveva già sviluppato un progetto politico ben preciso. Approfittando della debolezza della Francia, appena uscita dalla devastante guerra dei Cent'anni contro l'Inghilterra, e delle difficoltà dell'imperatore nel controllare i suoi riluttanti feudatari renani, Carlo tentò di costruire un nuovo stato col baricentro nei possedimenti borgognoni, che si estendesse dalle Fiandre fino ai passi alpini che separavano l'Italia dal mondo tedesco e francese. Per far questo decise di dotarsi di uno strumento militare moderno e potente. Imbevuto d'ideali cavallereschi, ma anche di spirito del proprio tempo e quindi sensibile alle tendenze razionalistiche, Carlo creò un'armata che teoricamente comprendeva quanto di meglio l'arte militare avesse offerto nel corso del secolo precedente. Gendarmi, picchieri, arcieri, fanti e cavalieri leggeri furono riuniti in unità, le ordinanze, in grado di muoversi sul campo e di sostenersi a vicenda in qualsiasi momento della battaglia. Negli anni delle campagne condotte da Carlo tra il 1467 e il 1474 sembrò che il nuovo esercito borgognone, che il duca aveva anche molto ingrandito assumendo mercenari da ogni parte d'Europa, si comportasse molto bene; con una serie di guerre, rapide e poco dispendiose dal punto di vista umano, Carlo si assicurò il controllo della Lorena, delle Fiandre e della costa tra Calais e la foce del Reno completando la prima fase della costruzione del suo nuovo stato. Per concludere il suo progetto doveva però vincere le resistenze della Confederazione dei Cantoni elvetici che da due secoli si erano sottratti alla dominazione feu-dale dell'arciduca d'Austria e che, fieri della loro indipendenza, si opponevano con le armi alle sue mire espansionistiche. Certo di ottenere la vittoria su quei rozzi montanari col suo modernissimo esercito, Carlo mosse guerra agli Svizzeri, che nel frattempo si erano alleati con Strasburgo e altre città renane anch'esse preoccupate dalla crescita borgognona, reagendo nel 1475 ad alcuni attacchi portati dai Confederati contro alcune piazze sul confine tra la Svizzera e la Franca Contea. Alla fine dell'inverno del 1476 Carlo mosse con decisione in territorio elvetico, con l'obiettivo di espugnare le città lungo la riva del lago di Neuchàtel; tuttavia, attaccato da un esercito svizzero formato in gran parte di picchieri e alabardieri, fu gravemente sconfitto il 2 marzo nei pressi di Granson, dove l'esercito borgognone era caduto in un'imboscata. Ritiratosi su Losanna per riorganizzare l'esercito, Carlo mosse ancora a nord alla fine di maggio e, raggiunte le rive del Murtensee, pose sotto assedio la città di Morat (Murten), posizione strategica per aprirsi la via di Berna. Avvertito dell'arrivo di un esercito di soccorso confederato, che comprendeva anche alcuni cavalieri lorenesi sotto il comando del duca Renato, spodestato dal Temerario l'anno precedente, Carlo aveva fatto preparare il terreno con trincee e palizzate in modo da poter sfruttare al meglio la grande superiorità di tiro; i Borgognoni avevano con sé anche alcuni pezzi d'artiglieria da campagna, di cui il suo esercito disponeva. Certo che stavolta il suo esercito non sarebbe stato colto di sorpresa, Carlo si accinse a ricevere l'urto dei quadrati svizzeri.

Le Forze in Campo:

Sotto le mura di Morat Carlo il Temerario aveva a disposizione circa 20.000 uomini, ma quando fu lanciato l'attacco svizzero solo poco più di metà di questi furono in grado di intervenire; tra loro c'erano non più di 2.000 cavalieri. I Borgognoni avevano schierato anche una decina di cannoni da campagna. Le forze dei coalizzati svizzeri ammontavano a 25.000 fanti tra balestrieri, alabardieri e picchieri e a 1.200 cavalieri dagli alleati renani o lorenesi.

La Battaglia:

Col suo esercito disperso attorno alle mura di Morat Carlo, pur essendo stato avvisato dell'approssimarsi di un'armata svizzera di soccorso, per ricevere la quale aveva fatto costruire delle fortificazioni campali, quasi incredibilmente non aveva previsto un servizio di ricognizione né aveva disposto picchetti d'osservazione lungo la più probabile linea di avvicinamento del nemico. Fu così che quando nella tarda mattinata del 22 giugno 1476 le serrate formazioni della fanteria svizzera uscirono dal Birchenwald, la foresta a nord-est della città, l'armata borgognona fu colta praticamente di sorpresa. Approfittando della copertura offerta dalla foresta, infatti, gli Svizzeri praticamente non visti avevano portato il loro esercito a meno di un chilometro dalle linee nemiche. A causa della sua sventatezza, Carlo in quel momento sul ristretto campo di battaglia non poteva contare che su poco più della metà del suo esercito. Gli altri soldati al soldo del Temerario erano sparsi, infatti, attorno alle mura della città e molti si trovavano dalla parte opposta, nel campo borgognone, intenti al desinare. L'esercito svizzero si era disposto nella sua tradizionale formazione: davanti l'avanguardia, Vorhut, formata da 5.000 uomini, metà balestrieri e archibugieri in ordine sparso e metà picchieri; subito dietro il corpo principale Gewalthut, con 12.000 alabardieri; ancora più indietro, infine, la retroguardia Nachhut, che con-tava altre 8.000 alabarde; le ultime due formazioni, disposte in enormi quadrati, erano in grado di mettere in campo una terribile forza d'urto, come presto si sarebbe visto. A fianco dei picchieri dell'avanguardia stavano i cavalieri lorenesi. L'esercito borgognone, colto alla sprovvista, non aveva in linea che 10.000 uomini, dei quali solo 300 ebbero il tempo di montare a cavallo. Mentre dalle altre posi-zioni della linea d'assedio borgognona i soldati cercavano di raggiungere, in disor-dine, il punto minacciato, agli uomini in linea non restavano che quindici minuti (tanto era il tempo necessario agli Svizzeri per coprire i circa 800 metri che li dividevano dal nemico) per mettersi in linea di combattimento: non furono sufficienti. Mentre solo pochi dei cannoni di Carlo riuscirono a mettersi in batteria e a sparare qualche colpo contro il nemico, i quadrati svizzeri, protetti dagli schermagliatori e dalla cavalleria, accelerarono il passo e, incitati dal suono dei tamburi e dei flauti, si gettarono sugli sbigottiti nemici. Fu un massacro. L'esercito borgognone, incapace di una qualsiasi reazione (in un caso come questo l'eccessiva sofisticazione mostrò tutti i propri limiti), fu letteralmente fatto a pezzi: prima le truppe che in qualche modo si erano messe in linea, poi man mano quelli che isolati o a piccoli gruppi ancora arrivavano sul luogo dello scontro. Con le spalle al lago i Borgognoni non avevano nessuna speranza: in due ore di battaglia l'esercito di Carlo perse 10.000 uomini, la metà degli effettivi, le artiglierie e tutto il parco d'assedio. Anche il secondo tentativo del Temerario di invadere la Svizzera era fallito.

Il Sistema Militare Svizzero:

Se già dal XIV secolo le fanterie avevano riconquistato un posto importante soprattutto in chiave difensiva sul campo di battaglia, furono gli Svizzeri nel secolo successivo a restituire ai combattenti appiedati quel ruolo offensivo che avevano perduto fin dal declino delle legioni di Roma. Il sistema svizzero, se vogliamo continuare col paragone classico, metteva assieme l'elasticità della legione romana, tramite la suddivisione in tre corpi e l'adozione della formazione quadrata, e la potenza della falange macedone. Il recupero della picca e l'uso offensivo dell'alabarda, arma d'asta dotata di una pesante lama, fornirono ai fanti svizzeri degli strumenti per incanalare in modo vittorioso la loro determinazione e la loro aggressività. Divisi in tre divisioni: Vorhut, avanguardia, Gewalthut, il corpo principale e Nachhut, la retroguardia, gli eserciti svizzeri sul finire del XV secolo ottennero tali risultati sul campo e colpirono talmente gli osservatori di cose militari che praticamente tutti gli stati europei per i loro eserciti presero a reclutare mercenari di fanteria tra i Cantoni di montagna della Confederazione. Dal punto di vista militare, il secolo XVI sarebbe stato chiamato a buon diritto "il secolo svizzero".

Le Conseguenze:

Il disastro di Morat non solo significò per Carlo il definitivo fallimento della sua politica aggressiva nei confronti della Svizzera, ma anche un indebolimento fatale della Borgogna come potenza europea. L'anno seguente, infatti, un'armata composta di Svizzeri e dai loro alleati antiborgognoni avanzò all'interno del ducato, minacciando le città più orientali e mettendo sotto assedio Nancy. Carlo, con un esercito radunato in fretta e furia per sostituire quello perduto a Morat, si diresse verso la città per soccorrerla e il 5 gennaio del 1477, sotto una tormenta di neve, Svizzeri e Borgognoni erano di nuovo di fronte poco lontano dalle mura della città. Ancora una volta la potenza della fanteria svizzera, combinata questa volta con un aggiramento del fianco sinistro nemico, ebbe la meglio. L'esercito borgognone fu di nuovo messo in rotta e stavolta lo stesso Carlo restò sul campo gelato; si dice avesse il volto devastato dalla lama di un'alabarda. Con Carlo il Temerario, il cui corpo semidivorato dai lupi fu trovato in un canale ghiacciato solo qualche giorno dopo la battaglia, moriva anche il sogno di uno stato borgognone forte e indipendente.

 
Torna ai contenuti | Torna al menu