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Battaglia di Maratona (490 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Maratona, Grecia
Data:
490 a.C.
Forze in campo:
Atene e Platea contro l'Impero Persiano
Esito:
Vittoria dei Greci
Comandanti: Greci:
Milziade , Callimaco di Afidna , Aristide e Arimnesto di Platea - Impero Persiano: Ippia , Artaferne e Dati

Il 10 agosto dell'anno 490 avanti Cristo, in una piccola piana affacciata sul mare, nei pressi di un villaggio ad una quarantina di chilometri da Atene, si è svolta una delle battaglie simbolo della storia europea ed occidentale. Il nome di quel villaggio è rimasto e rimarrà per sempre nella memoria collettiva di questo continente, anche molto al di là del valore reale che ebbero i fatti. Il nome di quel villaggio era Maratona. Fu lì, in quella piccola pianura, chiusa da un lato dalla spiaggia e dal mare Egeo e da tre lati dalle aspre colline dell'Attica, che un piccolo esercito di opliti ateniesi con un esiguo contingente di alleati plateesi sconfisse, fermandone il tentativo di invasione, l'esercito persiano del gran re Dario I, il quale aveva fatto varcare il mare alla sua flotta per punire l'arroganza di quelle fastidiose città greche. Come vedremo più avanti la battaglia in sé non fu gran cosa, circa 10.000 Elleni sconfissero in poco più di un'ora circa 30.000 soldati asiatici, di varie etnie, sotto il comando del generale Artaferne. Che cosa allora rende così importante questa battaglia fino al punto da farla diventare elemento comune dell'immaginario intellettuale di un continente? Certamente il mito del piccolo esercito di cittadini liberi ( anche se poi sull'idea e sui limiti della libertà nell'Atene del V secolo si potrebbe discutere ) che combatte contro un esercito più numeroso, al soldo di un tiranno, per difendere la libertà ha affascinato generazioni di uomini e donne. E la retorica del piccolo gruppo disciplinato, che con la forza del coraggio sconfigge l'orda immensa, rappresenta un archetipo sempre presente nella cultura, non solo militare, dell'Occidente. Credo che il termine chiave di questa riflessione sia però proprio la parola Occidente, inteso nel senso delle cose che conosciamo, contrapposto ad un altro, l'Oriente in questo caso, alieno e pericoloso. Secondo Victor Davis Hanson, storico della letteratura greca e delle cose militari classiche, il modo di combattere tipico dell'Occidente, o quantomeno l'autopercezione che l'Europa ne ha o ne ha avuto, nasce proprio da questo momento. La formazione degli opliti, decisi a risolvere tutto in un'unica battaglia, che si lancia correndo contro i Persiani impostando un tipo di guerra, ravvicinata e risolutiva, che fa dire ai generali di Dario di aver avuto a che fare con degli Elleni pazzi, rappresenterebbe, per l'Hanson, la nascita di quello schema ideologico, tutto occidentale, che coniuga battaglia campale, guerra totale e momentum risolutivo, che diverrà nei secoli successivi la sovrastruttura fondante del successo militare europeo. Senza arrivare a generalizzazioni di questo tipo, probabilmente eccessive, resta fuor di dubbio che gli eventi di quel 10 di agosto, nella pianura di Maratona hanno creato un epos, hanno assunto una capacità evocativa tale da poterci far affermare che il nostro modo di essere, di pensare e di comportarci, in quanto cittadini di un'Europa moderna e democratica, in qualche misura discende anche da quei 10.000 opliti che, correndo, si scagliarono contro un nemico quasi sconosciuto.

La Genesi:

Le ragioni e forse le necessità della prima guerra persiana vanno ricercate in Ionia, vale a dire in quell'area di antica colonizzazione greca che comprende le coste della penisola anatolica e le isole che nel mare Egeo sembrano quasi formare un ponte tra l'Asia e le coste della Grecia. Attraverso questo ponte i coloni greci ave-vano raggiunto le coste dell'Asia Minore e, già dalla fine dell'VIII secolo, ricreando la struttura politica delle patrie avevano fondato numerose città, sfruttando le insenature e i porti naturali che la costa dell'Asia Minore offriva loro. Seppur politicamente del tutto indipendenti, le colonie asiatiche mantenevano ancora forti legami con le città madri e, soprattutto, mantenevano forte la coscienza della loro ellenicità, che consentiva loro di sentirsi pienamente parte della koinè politica e culturale di chi si esprimeva in greco. Le città della costa asiatica, Focea, Efeso, Mileto e quelle delle isole come Samo, si erano rapidamente arricchite sfruttando le ricchezze del suolo fertile e la posizione commerciale, agli sbocchi mediterranei delle vie carovaniere provenienti dal Medio e dal lontano Oriente. A partire dal VI secolo, però, le città della Ionia avevano dovuto subire le attenzioni, poco gradite, di un vicino potente e ingombrante, l'impero persiano. I Persiani, forti della loro enorme superiorità militare, erano riusciti ad installare, con la forza o con l'inganno, tiranni da loro controllati in tutte le città, le quali, seppure ancora parte di una Lega Ionica formalmente indipendente erano sottoposte all'autorità del satrapo di Sardi al quale erano costrette a versare un oneroso tributo annuo. La situazione era però instabile, dato che i cittadini mal sopportavano l'egemonia di tiranni sottomessi al potere di un" barbaro", quale essi consideravano il gran re. La catena di eventi che porterà alla piana di Maratona inizia nel 499 a.C., quando il tiranno di Mileto, Aristagora, proclamò nella sua città l'isonomia (uguaglianza davanti alle leggi) incoraggiando a fare lo stesso nelle altre città della costa. La Lega Ionica parve riprendere forza e, in previsione di un'inevitabile reazione persiana, fece appello alle città madri, nel continente. Atene ed Eretria furono le uniche città greche a rispondere all'appello, portando alle forze della Lega 25 triremi complete di opliti. La vittoria parve in un primo tempo arridere ai Greci; messa in fuga una squadra navale fenicia, nel 498 gli Elleni indirizzarono una puntata audace e risoluta contro la stessa capitale della satrapia di Sardi, che presero e bruciarono, senza però riuscire mai ad impossessarsi della cittadella. La vittoria militare, se da un lato sollevò l'entusiasmo degli Ioni, ebbe anche un aspetto negativo. Dario il gran re giurò di far pagare a quegli insolenti Greci l'umiliazione e fece muovere verso le coste dell'Asia Minore un grande esercito. Le fortune della guerra mutarono ben presto parte: dopo una sconfitta ad Efeso, gli Ateniesi in tutta fretta, anche per problemi di politica interna, lasciarono la Lega, così la ribellione si trasformò in breve tempo in un disastro. Nel 494 i Persiani presero Mileto e la saccheggiarono, vendendo tutti gli abitanti come schiavi; di lì a poco la flotta greca subì una definitiva sconfitta nell'Egeo. Dopo una prima fase in cui sembrò che Dario avesse intenzione di usare una vera e propria politica di terrore alle città ioniche furono concesse condizioni relativamente miti, limitandosi il re a pretendere la consegna, il processo e l'esecuzione per i soli leader politici e militari che avevano capeggiato la rivolta. Ma il gran re non aveva dimenticato l'offesa ricevuta: per rinforzare la sua posizione militare spedì in Tracia un esercito al comando di Mardonio per impossessarsi di Tasos e delle sue miniere d'argento. Da quel momento il suo occhio fu fisso sulle città della Grecia continentale, le quali, Atene ed Eretria in particolare, capirono di trovarsi ormai in prima linea. Senza più lo scudo, o almeno il cuscinetto, delle città ioniche gli Ateniesi si sarebbero presto pentiti del modo in cui avevano abbandonato al proprio destino Mileto. Tra l'impero persiano e l'Ellade la guerra era ormai vicina e inevitabile.  

La Battaglia:

Dopo la repressione della rivolta in Ionia l'interesse della politica d'espansione persiana era fissato sulla Grecia continentale. In quanto gran re e imperatore Dario considerava, dal punto di vista culturale, ogni paese ed ogni terra del mondo conosciuto come qualcosa che gli appartenesse di diritto. L'impero persiano, come estensione terrena del dio del bene Ahura-Mazda, non riusciva a concepire una politica di parità e di dialogo con nessun'altra struttura nazionale. Per questo, fiducioso della forza dell'impero e favorito dalla situazione strategica, dopo la distruzione della flotta ionica e le conquiste in Tracia di Mardonio, Dario si dedicò all'organizzazione di una flotta in grado di garantire il trasporto e l'appoggio ad un consistente corpo di spedizione. In realtà i Persiani non avevano ben chiara la forza delle città greche e neppure capivano la complessa dialettica politica interna alla polis e tra le poleis stesse che contraddistingueva le relazioni tra stati in Ellade. In ogni caso, dopo aver dovuto ricostruire una seconda volta la flotta, distrutta nel 492 da una grande tempesta nell'Egeo, Dario aveva messo a punto un piano semplice ed aggressivo. Movendo dalla Cilicia le forze persiane avrebbero dovuto piombare sulle città di Eretria e di Atene e, dopo la loro distruzione, sottomettere tutta la Grecia, facendone una satrapia europea del grande impero; per Atene Dario aveva una soluzione a portata di mano: Ippia, che era stato estromesso dal potere ed esiliato dagli Ateniesi, era a bordo della flotta persiana che muoveva guerra alla sua patria. Anche ad Atene però in qualche modo ci si preparava ad uno scontro che si sapeva inevitabile; nel 493 era stato eletto all'arcontato Temistocle, di origine nobile ma di parte democratica, il quale subito fece iniziare una serie di lavori al porto del Pireo per dotarlo di solide difese e renderlo il porto militare della città. Temistocle, inoltre, promosse la costruzione di una flotta da guerra, il cui personale sarebbe stato costituito in larga parte dalle classi inferiori della società ateniese, i teti. La possibilità per questi ultimi, in quanto marinai della flotta, di avere un maggior peso nelle decisioni politiche provocò la reazione dell'aristocrazia, la quale richiamò in patria Milziade, ex tiranno del Chersoneso, da dove era stato espulso dall'avanzata persiana in Tracia. Milziade divenne stratego nel 490 a.C., esattamente nel momento in cui Dario faceva salpare la flotta verso le rive della Grecia, al comando del nipote Artaferne e del generale Dati. Senza una vera e propria opposizione in mare, la flotta ateniese era ancora in fase di allestimento, i Persiani riuscirono facilmente a sottomettere le isole dell'Egeo e sbarcarono in Eubea, davanti ad Eretria. La piccola città non ebbe alcuna possibilità di resistere all'esercito imperiale e, una volta presa, Eretria fu metodicamente rasa al suolo, men-tre tutti i suoi abitanti furono ridotti in schiavitù. Ripreso il mare, la flotta persiana attraversò il braccio di mare tra Eubea ed Attica e, doppiato il capo Sunio, prese terra nella baia di Maratona, a circa 40 chilometri da Atene. Gli Ateniesi erano terrorizzati; un messaggero, secondo la tradizione quello stesso Fidippide che dopo la battaglia fece la famosa corsa per annunciare la vittoria alla città, fu mandato a Sparta per chiedere aiuto, ma gli Spartani nicchiarono, dicendo di non potersi muovere prima della conclusione di una loro celebrazione religiosa. Arrivato a Maratona, Milziade fece disporre le proprie truppe sulle colline ad ovest della pianura, col fianco destro appoggiato al mare, in modo da tagliare ai Persiani la via per Atene. A questo punto è forse il caso di fare un po' di chiarezza riguaido agli effettivi che i due eserciti ebbero a disposizione per la battaglia. Le fonti antiche, in genere, sono da prendere con molta cautela a questo riguardo, essendo l'esagerazione, anche notevole, la regola in questo campo. Erodoto ci parla di 10.000 opliti ellenici e, in questo caso, la cifra non deve essere troppo lontana dal vero: secondo Hans Delbrnek, storico tedesco e grande esperto della valutazione degli effettivi nelle battaglie dell'antichità, la struttura organizzativa dei demi ateniesi, in quel periodo, era in grado di mobilitare tra i 5.000 e gli 8.000 opliti e sembra ragionevole pensare che l'esercito di Milziade disponesse di 6.000 o 7.000 opliti ateniesi e di un migliaio di plateesi; a questi vanno aggiunti le truppe leggere, che non ebbero alcun ruolo nella battaglia, e i non combattenti per arrivare a un massimo di 10.000 o 12.000 uomini. Più complicato è il discorso per l'armata persiana. Rigettate senz'altro le valutazioni degli scrittori antichi che ci parlano di molte decine di migliaia di armati, il Delbriiek stima, secondo le possibili dimensioni della flotta, in circa 25.000 uomini la forza persiana complessiva. Questa cifra, però, è comprensiva dei marinai e dei rematori della flotta; inoltre, il piano di Artaferne, che lasciate a terra le forze di Dati progettava di attaccare Atene anche dal mare, presuppone che una parte dei combattenti fossero ancora imbarcati. Valutato lo spazio fisico che la piana di Maratona consentiva agli eserciti e il modo di schierarsi, in formazioni aperte, dei Persiani, credo si possa correttamente valutare in 8.000 o 9.000 fanti e circa 2.000 cavalieri la forza realmente impiegata dai Persiani a Maratona, e questo farebbe cadere uno dei primi miti che hanno avvolto questo episodio: la vittoria dei pochi contro i tanti. Gli eserciti contendenti si fronteggiarono, accampati, per tre lunghe giornate, in cui non successe praticamente niente. Questo probabilmente conferma un relativo equilibrio di effettivi sul campo e il piano di Dati di trattenere Milziade a Maratona mentre Artaferne, con la flotta, compiva un movimento aggirante verso la città. Dopo tre giorni Dati, probabilmente in concomitanza con l'avvicinarsi della flotta ad Atene, decise di dare battaglia. Miliziade, dal canto suo, decise di assumere l'iniziativa tattica: fece schierare la falange in linea di combattimento con la precauzione di rinforzare le due ali, temendo, sprovvisto di cavalleria come era, una manovra aggirante dei cavalieri persiani, e attaccò decisamente lo schieramento nemico. Erodoto ci dice che gli opliti condussero l'attacco a passo da "ginnasio", cioè di corsa, per otto stadi (circa 1.500 metri); come ha fatto notare nei suoi lavori Victor Davis Hanson, questo è decisamente improbabile data la pesantezza dell'equipaggiamento oplitico; più realistico pare pensare che le due armate si siano mosse l'una contro l'altra e che gli Ateniesi abbiano completato il movimento con una carica, vigorosa ma breve. Lo scontro fu comunque molto violento e i Persiani, non abituati alla lotta ravvicinata data la loro tattica usuale fatta di lancio di dardi e di giavellotti, ne subirono alla lunga le conseguenze. Infatti, mentre il centro ateniese, meno numeroso, cedeva lentamente al numero degli avversari, senza sbandarsi, le ali adeguatamente rinforzate bloccavano le manovre della cavalleria nemica, e sfondato lo schieramento persiano, iniziarono a chiudere la tenaglia sul grosso del nemico. I Persiani, sentendosi circondati e quindi vicini alla disfatta, ruppero lo schieramento e si dettero alla fuga verso le navi, voltando la schiena agli opliti elleni. Fu in quel preciso momento, come succedeva sempre nelle battaglie dell'antichità, che lo scontro si trasformò in un massacro. Inseguiti, solo pochi dei combattenti asiatici riuscirono a prendere il mare verso la salvezza. Secondo gli Ateniesi 6.400 morti persiani furono raccolti sul campo, cifra forse un po' esagerata ma probabilmente non lontanissima da vero. Dal canto loro, gli Ateniesi non ebbero da contare che 192 morti, tra questi anche il polemarca Callimaco; cifra che può sembrare molto bassa, ma che considero realistica dato che il grosso delle uccisioni avvenne dopo la rottura dello schieramento e durante la fuga dei Persiani. Quel che conta è che, per la prima volta, un'armata greca aveva sconfitto un esercito persiano in campo aperto. La vittoria era totale e Fidippide, oplita e messaggero, fu spedito ad Atene lungo i celebri 42 chilometri e 195 metri di strada, per annunciare la vittoria. Anche Milziade si mosse subito con l'esercito verso la città e, raggiuntala dopo sole otto ore di marcia, schierò gli uomini sulle mura in modo da dissuadere da ogni tentativo offensivo la flotta persiana. Prendendo atto della sconfitta, Artaferne si riunì con i super-siti della battaglia e, insieme con loro, fece vela per le coste dell'Asia.

Le Conseguenze:

La sconfitta dei Persiani rilanciò il prestigio di Atene, ma questo suscitò anche risentimento e gelosie nelle altre poleis greche. Del resto, anche di fronte alla minaccia persiana non vi era stata in Ellade nessuna "unione sacra"; anzi, gli Spartani di fatto avevano temporeggiato: solo qualche giorno dopo la battaglia i 2000 opliti lacedemoni avevano raggiunto il campo e, del resto, nemmeno Atene aveva mosso un dito per portare aiuto alla sfortunata Eretria. Gli Ateniesi comunque approfittarono della vittoria per continuare la loro politica di potenza. La costruzione della flotta andò avanti e si raggiunse il rilevante numero di 3000 triremi, mentre le fortificazioni del Pireo furono completate. Atene non rinunciò nemmeno alle proprie divisioni interne: un anno dopo Maratona Milziade cadde in disgrazia e, condannato al pagamento di una sanzione di 50.000 talenti che non poté versare, fu chiuso in carcere dove, poco dopo, morì. L'impero persiano, da parte sua, sentì la sconfitta come una grande umiliazione, maggiore anche di quella subita col saccheggio di Sardi da parte della Lega Ionica. La mente di Dario rima-se sempre occupata dal pensiero della rivincita; le risorse dell'impero erano immense come immense erano le forze militari che il gran re poteva mobilitare. La prossima volta i Persiani avrebbero preso più sul serio quegli strani, folli arroganti Elleni e gli avrebbero scagliato contro tutta l'enorme potenza dell'Asia. Ma non toccò a Dario mettere in atto questi propositi: la morte lo colse, ancora afflitto dalla sconfitta, nel 486; nell'eredità che lasciò al figlio Serse c'era anche l’obbligo morale di punire il nemico di oltre Egeo.

La Falange Greca:

Il passaggio dallo stile di combattimento eroico a quello organizzato della falange oplitica avvenne a cavallo dei secoli XI e VIII nelle nascenti città stato dell'Ellade. Secondo la maggior parte degli studiosi a determinarne la nascita fu l'evoluzione della panoplia, cioè l'insieme delle armi offensive e difensive. Lo scudo rotondo, oplon, in legno rivestito di bronzo a doppia impugnatura; la corazza prima in bronzo poi in lino pressato; la lunga lancia in frassino; il pesante elmo; gli schinieri di bronzo; tutto l'equipaggiamento necessitava per essere sfruttato la disciplina dello schieramento chiuso. La falange oplitica si schierava sul campo con un corpo di fanti pesantemente corazzati disposti su varie file: gli uomini stavano spalla a spalla riparandosi dietro i grandi scudi. La pesantezza della panoplia rendeva lenti i movimenti degli opliti e gli scontri consistevano in un faticoso avvicinamento seguito da una breve carica che si concludeva in un urto frontale; gli opliti delle file retrostanti appoggiavano allora lo scudo sulle schiene dei compagni che li precedevano per spingerli avanti nel tentativo di travolgere a viva forza lo schieramento nemico.

L'esercito Persiano:

L'esercito persiano era lo specchio fedele dell'impero che difendeva, nel senso che ne rispecchiava la forza e la debolezza composto com'era da contingenti di etnia, cultura, lingua e tecnica militare molto diversa. Il cuore dell'esercito era composto da una fanteria professionale, di buona qualità, reclutata tra le popolazioni persiane e mede dell'impero. A questa si aggiungevano contingenti provenienti dai popoli soggetti, nei loro esotici costumi e con le loro tradizioni di combattimento. Per tutti le armi principali erano l'arco e il giavellotto leggero, mentre la protezione era fornita da un qualche tipo di corazzatura e da un leggero scudo, talvolta di vimini. Anche la cavalleria pesante era di buona qualità: i reparti persiani o ela-miti erano formati dalla aristocrazia terriera dell'impero. Armata di giavellotto e di arco la cavalleria persiana, pochissima della quale Dario inviò in Grecia, era probabilmente l'arma più efficace a disposizione dei generali del gran re.

 
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