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Battaglia di Lepanto (1571)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Golfo di Corinto
Data:
7 ottobre 1571
Forze in Campo:
Lega Santa contro l'Impero Ottomano
Esito:
Vittoria della "Lega Santa"
Comandanti:
Lega Santa:
Don Giovanni D'Austria - Impero Ottomano: Müezzinzade Alì Pascià

La battaglia di Lepanto, combattuta in una baia all'imboccatura del golfo di Corinto il 7 di ottobre del 1571, rappresenta sicuramente il punto di massimo splendore e, allo stesso tempo, l'inizio della crisi della guerra navale, tipicamente mediterranea, condotta con navi da combattimento propulse dalla forza dei remi. Al di là delle evoluzioni tecniche, quali l'introduzione delle artiglierie a polvere, il modo di combattere, nel bacino del Mediterraneo, non era praticamente mutato nel corso di più di venti secoli. Le galee cristiane o turche che si batterono a Lepanto erano le eredi dirette delle triremi che avevano combattuto, non molto lontano di lì, a Salamina. Snelle, di basso pescaggio, veloci, quasi prive di carico utile, le galee del XVI secolo erano legate ad un modo di condurre le campagne e conseguentemente le battaglie che affondava le sue origini nella tradizione atavica del bacino interno. Per la loro fragilità e per la scarsezza di rifornimenti che erano in grado di trasportare, nonostante dovessero imbarcare tra marinai, soldati e rematori equipaggi molto numerosi, le flotte di galee erano costrette a movimenti di cabotaggio lungo le coste, con solo rari e spesso pericolosi tentativi di traversate. La fragilità della costruzione, sacrificata alla velocità e all'agilità, obbligava poi gli ammiragli del tempo a pianificare le campagne solo nella bella stagione, che nel Mediterraneo sudorientale va da maggio a ottobre, conducendo quel tipo di guerra navale stagionale che aveva, ad esempio, caratterizzato le flotte della talassocrazia ateniese. Questo modo di combattere sul mare, arcaico ed affascinante, scandito da ritmi millenari che i popoli rivieraschi del Mediterraneo conoscevano benissimo era, al tempo di Lepanto, già indirizzato verso la propria fine. Gli sviluppi della tecnica navale stavano già dando i loro frutti, specialmente nei cantieri degli stati atlantici e nordeuropei. Il mutamento tecnico avrebbe portato di lì a poco alla scomparsa o, almeno, alla perdita di potere militare delle flotte di galee, contribuendo allo spostamento del potere politico, militare ed economico dai centri di commercio mediterranei a quelli atlantici. Nei due secoli seguenti i Paesi mediterranei continuarono a costruire galee ma di fronte ai galeoni, e poi ai vascelli, capaci di portare fiancate di pesanti cannoni, figli della tradizione navale atlantica, sempre più furono relegate ad un ruolo marginale, fino a diventare solo la testimonianza di un periodo, lunghissimo e splendido, ormai per sempre tramontato.

La Genesi:

L'attacco che nel 1570 la flotta turca aveva portato all'isola di Cipro, importante possedimento veneziano, centro di commerci e avamposto militare nel Mediterraneo orientale, costrinse le potenze cristiane affacciate sul mare interno a riflettere su come arrestare l'avanzata ottomana verso occidente. La penisola balcanica era ormai diventata stabilmente un possedimento turco e se la flotta del sultano fosse riuscita ad ottenere basi stabili al centro del teatro mediterraneo la situazione, dal punto di vista strategico, si sarebbe fatta difficilmente sostenibile per gli stati cristiani. Venezia in particolare, che sempre aveva tentennato di fronte ad un'alleanza cristiana generale in funzione antiturca, si vide costretta a rivedere le proprie posizioni. Certo, i Veneziani non vedevano di buon occhio nemmeno un eccessivo potere spagnolo ma con l'attacco a Cipro, che metteva in pericolo anche l'altro importante possedimento veneziano di Creta, la politica di sostanziale equidistanza tra ottomani e cristiani, che aveva caratterizzato l'azione della repubblica di San Marco fino allora, non poteva più essere perseguita. L'avvicinamento alle coste cristiane delle basi turche, inoltre, avrebbe certamente portato ad un ulteriore aumento delle scorrerie e delle incursioni che i corsari saraceni portavano lungo le coste italiane e spagnole, provocando forse una recrudescenza delle ribellioni da parte delle popolazioni moresche che ancora vivevano nella Spagna del re asburgico Filippo II. Per tutti questi motivi, quando il papa Pio V nel 1571 si adoperò per la formazione di una Lega, che poi fu detta Santa, col preciso scopo di fermare e se possibile far arretrare la marea turca, ottenne un successo al quale forse nemmeno lui all'inizio credeva. Mettendo ( come si vedrà, solo per un momento ) a tacere le loro divisioni e i loro divergenti interessi, la Santa Sede, Venezia, la Spagna di Filippo, i Cavalieri di Malta, Genova e vari stati italiani approntarono una flotta in grado di affrontare e, si auguravano, di sconfiggere quella del sultano. Al comando della flotta della Lega fu posto don Giovanni d'Austria, soldato valoroso e fratellastro di Filippo II. La scelta si sarebbe rivelata azzeccata. Il concentramento delle navi cristiane avvenne a Messina da dove dopo molte discussioni tra i capi dei vari contingenti si decise di muovere il 16 settembre su Corfù e, dopo aver imbarcato altri soldati lungo le coste calabresi, si raggiunse una posizione dalla quale si potevano ben controllare le mosse della flotta turca. Venuto a conoscenza che Alì, l'ammiraglio in comando della flotta del sultano, aveva fatto dar fondo alle sue navi nel golfo di Lepanto, don Giovanni fece muovere la flotta verso la baia di Gomenizza, che si apre nelle coste albanesi, e il 4 ottobre andò ad ancorarsi nel porto di Fiscardo, da dove poi ripartì il 6 ottobre, verso il golfo di Lepanto che, ormai era evidente, sarebbe stato il teatro della grande battaglia che Giovanni e i coalizzati cristiani cercavano.

Le forze in campo:

La flotta cristiana a Lepanto era formata da un totale di 209 galee oltre alle sei pesanti galeazze venete, 1.805 cannoni, 28.000 soldati, 12.920 marinai e 43.500 rematori. La flotta ottomana di Alì poteva, invece, disporre di 222 galee 60 galeotte, 750 cannoni, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 40.000 rematori. E da tener conto che le galee turche erano mediamente più piccole di quelle cristiane e che gli equipaggi, ma soprattutto i soldati ottomani imbarcati, erano probabilmente meno addestrati e peggio armati dei loro avversari cristiani.

La Battaglia:

Al mattino del 7 ottobre 1571 la flotta alleata giunse in vista dell'imboccatura del golfo di Lepanto, e subito l'armata ottomana uscì e si schierò in ordine di battaglia per far fronte al nemico. Lo schieramento dell'armata alleata aveva un'ampiezza di circa cinque chilometri, al centro era una squadra di 61 galee, quasi al suo fianco quella Reale di Spagna guidata da don Giovanni d'Austria comandante della flotta, la Capitana pontificia comandata da Marcantonio Colonna, la Capitana di Savoia al comando del Provana, la Capitana di Venezia con Sebastiano Venier e la Capitana di Genova con Ettore Spinola ed Alessandro Farnese; all'ala destra stava una squadra di 53 galee genovesi capitanate da Gian Andrea Doria, alla sinistra altrettante navi veneziane sotto il comando di Agostino Barbarigo; di riserva erano 35 navi comandate dal marchese di Santa Cruz, don Alvaro de Bazan; di avanguardia, a un miglio a mezzo circa dalla linea frontale, stavano sei galeazze, navi molto più pesanti delle normali galee e in grado di portare il triplo dei cannoni, che Venezia per la prima volta portava in battaglia, al comando di Francesco Duodo. Per quanto riguarda la flotta ottomana, il centro era comandato dall'ammiraglio supremo Alì, mentre l'ala destra era comandata da Mehemet Sciaurak, Scirocco per gli italiani, viceré d'Egitto, la sinistra dal bey d'Algeri Ulugh Alì, capo dei corsari algerini. Mentre molto grande era la determinazione dei Turchi che, pur essendo forniti di minor numero di cannoni, si affidavano al maggior numero delle loro navi e alla buona conoscenza di quelle acque, non meno grande era l'ansia di battersi degli alleati, i quali erano confortati da una folla di frati che, con il crocifisso in mano, davano notizie delle indulgenze promesse dal pontefice. La battaglia fu ingaggiata verso mezzogiorno. Per prime entrarono in combattimento le sei galeazze di Francesco Duodo le quali, vedendo la flotta ottomana avanzare a semicerchio con lo scopo evidente di avvolgere quella cristiana, aprirono un fuoco violentissimo rompendo l'ordine serrato dello schieramento nemico. A quel punto lo scontro si accese contemporaneamente su tutti i punti del fronte divenendo una mischia generalizzata. Al centro, l'ammiraglia turca si lanciò contro la Reale di Spagna, assieme ad altre galee ottomane; in aiuto della capitana spagnola accorsero altre navi cristiane. Questo durò a lungo, con un accanimento straordinario; fin quando Alì fu colpito gravemente da una palla di cannone e la sua nave con la ciurma nel panico presto venne fatta prigioniera. Con altrettanta violenza si combatté sull'ala sinistra, dove in un primo tempo i cristiani furono quasi sopraffatti anche perché il Barbarigo aveva riportato una gravissima ferita, che il giorno dopo doveva causargli la morte. Ma i Veneziani non tardarono a risollevarsi: un impetuoso assalto dato alla nave di Mehemet Sciaurak cambiò la sorti della battaglia e anche Scirocco cadde, come Alì, sotto i colpi di Giovanni Contarini, il suo legno fu colato a picco e la sua squadra, in preda al panico, fu completamente sbaragliata. Diversamente procedettero le cose all'ala destra. Gian Andrea Doria sembrò non essere troppo intenzionato a dare battaglia, forse per obbedienza agli ordini di Filippo II, che avrebbe voluto che la flotta anziché contro i Turchi andasse contro Tunisi; o forse, più probabilmente, perché erano in corso trattative tra la Spagna e Ulugh aventi lo scopo di staccare quest'ultimo da Costantinopoli. A sua volta Ulugh Alì cercava di evitare il combattimento mosso dalle medesime ragioni, oltre che per il desiderio di mantenere intatta la flotta, unica garanzia di difesa per il suo regno algerino. L'uno e l'altro pertanto, dopo una serie di inconcludenti evoluzioni, presero il largo; ma una parte della squadra del Doria, formata di Veneziani, pontifici, Piemontesi e Maltesi, desiderosi di combattere, si staccò dal resto della flotta genovese e assalì la navi nemiche. Questa squadra, sopraffatta dal numero dei legni avversari, si trovò a mal partito; in suo soccorso si mossero allora don Giovanni d'Austria e Marcantonio Colonna, che abbandonarono il centro dello schieramento; lo stesso Gian Andrea Doria, a questo punto, si vide costretto a rivolgersi contro gli Algerini. Ulugh Alì, temendo di essere accerchiato, abbandonò il combattimento e le galee che aveva catturate e, con venticinque galee e venti galeotte, se ne fuggì a Costantinopoli. A parte il comportamento del Doria, la vittoria cristiana fu completa. Centodiciassette galee ottomane e circa venti galeotte furono catturate; cinquantasette colate a picco durante la battaglia, cinquanta altre, schiantate contro gli scogli, furono saccheggiate e incendiate; quarantamila Turchi tra soldati e marinai furono uccisi, ottomila fatti prigionieri e circa diecimila schiavi cristiani furono liberati. Dei capitani nemici, oltre Ali e Sciaurak, trovarono la morte parecchi pascià e il comandante dei giannizzeri. Ma la vittoria fu pagata a caro prezzo: settemila e cinquecento cristiani perirono, dei quali duemila e trecento Veneziani fra cui il Barbarigo e ventisei gentiluomini; quindici galee andarono perdute; i feriti ammontarono a oltre settemilasettecento e tra questi c'era Miguel de Cervantes, che sarà l'autore del Don Chisciotte.

La Galea Mediterranea:
Alla fine del XVI secolo le galee che navigavano e combattevano nel Mediterraneo erano il frutto di venticinque secoli di tecnica navale. Esse, infatti, attraverso il dromone bizantino e medievale, discendevano direttamente dalle triremi che avevano combattuto a Salamina. In questo periodo la galea, o galera, era una nave mossa principalmente dai remi, ma dotata anche di uno o due alberi con velatura latina, delle dimensioni medie di una sessantina di metri fornite di almeno venti banchi di voga su ogni fiancata. Sul castello di prua, dalla fine del Quattrocento, erano istallati fino a cinque cannoni. Le galee però erano soprattutto navi pensate per l'attacco diretto, lo speronamento e l'abbordaggio del nemico tanto che a Lepanto, per aumentare il potere di fuoco della flotta, i Veneziani schierarono sei galeazze, un ibrido tra galea e nave tonda, capaci di portare una pesante e numerosa artiglieria. Le galee, oltre alle funzioni militari, svolgevano anche ruoli di mercantili veloci per merci molto preziose; inoltre i musulmani usavano galee più piccole, fuste o galeotte, per la guerra da corsa.

Le Conseguenze:

Finita la battaglia, la flotta vittoriosa si rifugiò nel porto di Petala per sfuggire ad una tempesta che stava per scatenarsi; non essendo possibile tentare altre imprese per la stagione inoltrata e per le condizioni delle navi, il consiglio di guerra stabilì di far vela verso ponente e il 10 ottobre la flotta entrava nel porto di Santa Maura, poi si recò a Messina. La vittoria fu salutata con grande entusiasmo in tutta la cristianità, salvo in Francia dove era ancora in vigore l'alleanza col sultano, ma i risultati reali della campagna non erano così decisivi come si pensò in un primo momento. Due anni dopo i Turchi erano ancora in grado di portare una grande flotta in Mediterraneo, e anni dopo anche Creta cadrà in mani ottomane. Aveva ragione quindi il visir del sultano, Mehemet Sokolli, a dire al legato veneto Barbaro: "Lepanto ci ha solamente tagliata la barba; essa crescerà più folta di prima; Venezia con Cipro ha perso un braccio e questo non cresce più". Infatti gli Ottomani, con la sconfitta di Lepanto, non subivano perdite territoriali; quanto ai danni materiali subiti questi, date le immense risorse dell'impero, erano facilmente riparabili. Per il campo cristiano, e in particolare per gli stati mediterranei, le conseguenze di Lepanto furono addirittura negative, almeno nel lungo periodo. Le finanze spagnole si erano esaurite nel tentativo di ricacciare la minaccia turca e la Spagna non fu in grado, nei decenni seguenti, di rispondere alla sfida politica ed economica che le venne dalle potenze atlantiche, Francia e Inghilterra in primo luogo. Anche Venezia uscì spossata dalla guerra e, di lì a poco, iniziò a vedere le grandi rotte di commercio sfuggirle dalle mani, spostate in Atlantico, facendo iniziare quel dorato declino che sarebbe continuato fino alla fine della Serenissima Repubblica nel 1797.

I Cavalieri di Malta:

Con il nome di Cavalieri di Malta sono conosciuti i membri dell'ordine religioso-militare degli Ospedalieri, ovvero dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, a partire dal 1530, anno in cui presero possesso dell'isola. Scacciati da Rodi nel 1522 in seguito all'espansione ottomana, gli Ospedalieri ottennero Malta come loro territorio e base d'operazioni dall'imperatore Carlo V e nel 1565 riuscirono a difendere Malta da un tentativo della flotta turca di occupare l'isola; dopo una dura lotta la valorosa resistenza dei Cavalieri convinse, infatti, il sultano a rinunciare all'impresa. Quando Malta venne occupata da Napoleone, il loro convento fu dapprima trasferito a Trieste, poi a Roma, sul colle Aventino, mentre le proprietà che l'ordine conservava in Russia vennero confiscate. Oggi, come molti altri ordini cavalleresco-religiosi, svolge funzioni di assistenza in numerosi Paesi del mondo.

 
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