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Battaglia di Iwo Jima (1945)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1900 d.C. al 1945 d.C. > Seconda Guerra Mondiale (1939-1945)

Luogo: Iwo Jima, Giappone
Data:
19 Febbraio-26 Marzo 1945
Forze in Campo:
Stati Uniti contro l'Impero Giapponese
Esito:
Vittoria Statunitense
Comandanti:
Stati Uniti:
Raymond Spruance , Richmond Turner , Harry Hill , Holland Smith , Harry Schmidt , Clifton Cates , Keller Rockey e Graves Erskine  - Impero Giapponese:  Tadamichi Kuribayashi e Toshinosuke Ichimaru

Lo Scenario e i Piani:

Iwo Jima è un'isoletta vulcanica nell'arcipelago delle Bonin, lunga circa 8 km e larga 4 km, con pochi rilievi ed un'invidiabile posizione strategica: si trova proprio sulla rotta tra le Marianne e il Giappone, a 1.200 km dal Giappone. I Giapponesi vi avevano ricavato due aeroporti, un terzo era in costruzione, sui quali basavano aerei da caccia per intercettare i bombardieri americani che dovevano percorrere 1.500 miglia per arrivare sugli obiettivi. Inoltre la sua stazione radar garantiva un preavviso di due ore alla difesa aerea giapponese. Era ovvio che gli Americani avrebbero cercato di conquistarla, per neutralizzare una spina nel fianco e, soprattutto, per ottenere una serie di aeroporti dove far atterrare i B-29 danneggiati o in avaria e dove basare un consistente numero di caccia diurni Mustang e notturni Black Widow che avrebbero potuto così scortare i bombardieri nelle incursioni sul Giappone. La conquista di Iwo Jima rientrava quindi nella strategia dell'ammiraglio Nimitz, che prevedeva di conquistare solo le isole e le posizioni importanti occupate dai Giapponesi nel Pacifico, neutralizzando indirettamente le altre (il famoso "salto di rana"). Erano così state strappate al Giappone Tarawa e poi Guam, Saipan e Tinian nelle Marianne. Per i Giapponesi l'unico obiettivo consisteva nel prolungare la resistenza il più a lungo possibile, infliggendo agli Americani perdite elevate, senza poter contare su rinforzi aeronavali, visto che dopo la battaglia di Leyte la flotta giapponese non aveva più reali capacità operative. Proprio per questo, fin dal marzo del 1944 Tokyo aveva rinforzato le difese di Iwo Jima ed aveva provveduto ad evacuare la popolazione civile.

Le Forze in Campo:

L'attacco a Iwo Jima fu assegnato al V Corpo d'armata anfibio, con 3 divisioni dei marines, la 3a, 4a e 5a, complessivamente 70.000 uomini, considerando le unità di supporto. I comandi statunitensi speravano in realtà che la 3a divisione non sarebbe stata impiegata: due divisioni sarebbero probabilmente risultate sufficienti. Una valutazione del tutto sbagliata. Ad appoggiare direttamente e indirettamente le unità dei marines c'era un formidabile complesso di forze aeronavali, articolato in diverse Task Forces. Tra queste la TF 51 era la Joint Expeditionary Task Force, la TF 52 la Amphibious Support Force del contrammiraglio Blandy, incaricata di fornire il supporto di fuoco navale, la TF 53 era quella d'attacco, la TF 54 era la forza di supporto di fuoco diretto e copertura, la TF 56 quella con le truppe anfibie, il Task Group 56-1 la forza da sbarco, la TF 58 comprendeva le 16 portaerei veloci della 5a Flotta dell'ammiraglio Mitscher, accompagnate da 8 corazzate e 15 incrociatori. A difendere l'isola i Giapponesi schieravano un mix di unità della marina e dell'esercito. Le prime includevano unità d'artiglieria costiera, quattro reparti di difesa contraerea ed una serie di reparti di supporto. Le unità dell'esercito, più consistenti, includevano la 109a divisione, con 1 reggimento di fanteria, 1 reggimento carri, la 2a brigata mista, una brigata di artiglieria ed una unità di lanciarazzi. C'era poi il 145° reggimento di fanteria. Complessivamente poco più di 21.000 uomini, con una significativa dotazione di artiglieria (120 cannoni e 130 obici pesanti, 300 cannoni antiaerei, 70 rampe lanciarazzi e 20 mortai pesanti, 20.000 mitragliatrici e mitragliere, ma solo 60 cannoni anticarro di piccolo calibro) e persino mezzi corazzati, 27 sorpassati carri armati. Soprattutto, grazie all'opera del generale Kuribayashi, l'isola era stata trasformata in una fortezza, con rifugi sotterranei collegati da tunnel, casematte, postazioni protette per artiglieria e mitragliatrici, campi minati. Tutto studiato per resistere ai più pesanti bombardamenti aerei e d'artiglieria.

La Battaglia:

Per mettere piede a Iwo Jima i comandanti americani non hanno molte alternative: la geografia dell'isola impone di effettuare lo sbarco lungo una lunga striscia sabbiosa che si estende per oltre 3 chilometri tra il monte Suribachi, il cono di un vulcano inattivo ed una piccola baia. Si aspettano una forte resistenza giapponese (sottostimano però la presenza di soldati giapponesi in 13.000 unità, mentre sono più di 20.000), ma sono convinti che l'Operazione Detachment si concluderà nel giro di 10 giorni, liberando così forze aeronavali che si devono spostare sul prossimo obiettivo, Okinawa, il quale dovrà essere investito il 1 aprile. L'immensa flotta americana salpa da Saipan il 15 febbraio e viene subito avvistata dai ricognitori giapponesi. Le difese sono poste in allerta. Inizia il fuoco di preparazione. Il comandante dei marines, generale Schmidt, richiede 10 giorni di bombardamento aeronavale, ma il contrammiraglio Blandy della TF 52 ne conce-de solo 3, per di più ostacolati dalla scarsa visibilità. E il secondo giorno, quando l'incrociatore Pensacola prima e 12 cannoniere (LCI) poi si avvicinano troppo alle coste per appoggiare le operazioni degli uomini-rana, che preparano le spiagge e rimuovono ostacoli, c'è una prima reazione giapponese: 6 colpi sull'incrociatore, 17 morti, tutte e 12 le cannoniere centrate, così come il cacciatorpediniere Leutze che le soccorre (altri 7 morti). Il giorno del D-Day, il 19 febbraio, la visibilità è perfetta. Buona parte della flotta, 185 navi di ogni tipo, apre il fuoco sulle presunte posizioni giapponesi, poi inizia il perfezionato balletto dei mezzi e delle unità da assalto che devono riversare la prima ondata sulle spiagge. I marines arrivano a terra, accompagnati da 68 mezzi anfibi cingolati LVT(A) per il supporto di fuoco. Ma affondando nelle ceneri vulcaniche, uomini e mezzi si impantanano, si avanza a fatica e c'è anche un imprevisto terrapieno alto anche 3 metri. I Giapponesi sparano, ma non con grande intensità. Gli Americani pensano che questo sia l'effetto del fuoco di preparazione, in realtà Kuribayashi vuole che ci sia un bersaglio migliore prima di far aprire il fuoco. Ed è accontentato, una nuova ondata di marines arriva sulle spiagge ogni 5', come previsto, ma dato che le prime truppe sbarcate faticano ad avanzare le spiagge sono congestionate. Alle 10 i Giapponesi aprono il fuoco con tutte le armi. Le 7 spiagge dove sono concentrati i marines di 4 reggimenti (23°, 25°, 27°, 28°) sono sotto un torrente di colpi. Gli uomini provano comunque ad avanzare, metro dopo metro e subito incontrano una resistenza fanatica e violenta, appoggiata da armi automatiche ben posizionate, protette in casamatta e bunker. Per averne si usano granate, lanciafiamme e il fuoco di alcuni carri armati Sherman. Il 28° reggimento ha il compito di isolare e quindi conquistare il monte Suribachi. A sera, la fortezza naturale difesa da 2.000 giapponesi è circondata. Al centro i marines del 27° e 25° arrivano fino all'aeroporto numero 1. Gli obiettivi del primo giorno non sono raggiunti, i marines si trincerano attendendo il classico, disperato attacco suicida, banzai, notturno dei Giapponesi. Ma Kuribayashi ha proibito espressamente questi attacchi, meglio giocare in difesa, piuttosto che dissanguarsi in contro-attacchi inutili. L'indomani il 28° reggimento inizia a salire le pendici del vulcano, gli altri tre reggimenti avanzano faticosamente e a metà giornata controllano il primo aeroporto. I marines hanno espugnato il 25% dell'isola, anche grazie al possente supporto di fuoco navale ed aereo, ma la battaglia è solo all'inizio. Il copione si ripete il terzo giorno, ma appoggiati dai carri, almeno nel settore centrale i marines penetrano per quasi un chilometro. Nella notte c'è un attacco suicida giapponese, 200 uomini sono falciati prima di arrivare a contatto. La giornata vede anche uno dei primi attacchi aerei Kamikaze: 50 aerei si lanciano sulle navi americane, molti sono abbattuti, ma sono molti, troppi quelli che trovano il bersaglio: la portaerei di squadra Saratoga, centrata da 3 aerei, è messa fuori combattimento, deve rientrare a Pearl Harbor. Va peggio alla portaerei di scorta Bismarck Sea: colpita gravemente, si rovescia e affonda. Danneggiate anche altre tre navi. Sono 358 i marinai uccisi. I marines hanno già perso quasi 4.600 uomini tra morti e feriti. Il quarto giorno sbarca anche la 3a divisione marines, ma il maltempo ostacola le operazioni, fa freddo, la nuova unità guadagna appena 230 metri verso il secondo aeroporto, ci sono diversi contrattacchi giapponesi, respinti. Ci vuole però ancora una giornata prima che il 28° reggimento riesca a conquistare la vetta del Suribachi. L'immagine dei marines che sollevano l'asta della bandiera a stelle e strisce rimarrà come una delle fotografie più celebri di tutta la guerra. Ma l'eliminazione delle forze nemiche a sud non significa affatto la fine della lotta. Il sesto giorno porta alla conquista dell'aeroporto numero 2, ma solo dopo una disperata battaglia combattuta all'arma bianca, visto che i Giapponesi hanno neutralizzato i carri armati in supporto del 21° reggimento. I marines controllano metà dell'isola, ora concentrano gli sforzi verso nord ed affrontano il complesso di linee fortificate e colline che diventerà noto come il "tritacarne": il primo giorno l'avanzata è di appena 90 metri, al costo di 500 uomini tra morti e feriti. L'offensiva prosegue con combattimenti feroci, spesso condotti da piccole unità. Viene conquistato l'aeroporto numero 3, l'aeroporto numero 1 torna in attività, con il primo B-29 che vi effettua un atterraggio forzato. All'alba del tredicesimo giorno i marines hanno perso 16.000 uomini, dei quali 3.000 sono morti, ma i Giapponesi sono ridotti a poco più di 7.000 combattenti. Dopo 15 giorni di scontri la marina statunitense comincia a ritirare parte delle sue navi, sostituite dai caccia basati a terra che operano in numero crescente dagli aeroporti dell'isola. Nella notte del 17° giorno una consistente formazione giapponese, 1.500 uomini guidati dal generale Sendra e dal capitano di vascello Inouye, circondati ed isolati, con ormai scarse munizioni, tenta una sortita disperata intorno a mezzanotte, con l'idea assurda di rompere l'assedio, puntare a sud, distruggere gli aerei americani sugli aeroporti e riconquistare il Suribachi. Il generale Kuribayashi è furioso e proibisce l'attacco, ma i suoi subordinati disobbediscono. È un massacro, l'indomani mattina sono almeno 800 i corpi di soldati giapponesi uccisi, i marines subiscono 90 morti e oltre 250 feriti. Bisogna attendere fino al 10 marzo, 19° giorno, prima che una pattuglia della 3a divisione raggiunga il mare, superando la resistenza nell'area collinare e chiudendo le ultime forze giapponesi in tre sacche separate. Ma i soldati di Tokyo non sono disposti ad arrendersi ed anzi combattono fino all'ultimo. A Washington la durata e la ferocia dei combattimenti crea imbarazzi, il numero delle perdite è spaventoso e per ragioni "politiche" il 14 marzo l'isola viene ufficialmente dichiarata sicura. Ma ci vorranno ancora 12 giorni per aver ragione degli ultimi capisaldi. Le truppe del barone Nishi e del generale Senda si battono fanaticamente fino alla morte, poi resta da espugnare il comando di Kuribayshi. Il generale è asserragliato con i suoi ultimi soldati nella "Valle della morte", un complesso di strette valli, rocce, cave, grotte costellato di postazioni difensive: non è più grande di un fazzoletto di 300x640 metri, ma per conquistarlo i marines perderanno altri 1.700 tra morti e feriti. L'ultimo atto della tragedia è un tentativo disperato condotto da 200-300 Giapponesi che all'alba del 26 marzo si infiltrano nelle linee americane e attaccano verso sud. Si accende una mischia notturna, nella quale sono uccisi 262 Giapponesi, mentre 18 sono fatti prigionieri, ma 44 aviatori e 9 marines muoiono ed altri 120 sono feriti. Il corpo di Kuribayashi viene cercato a lungo, ma non sarà mai trovato, così come quelli dei suoi principali subordinati. Hanno tenuto fede alla promessa di non arrendersi e resistere il più a lungo possibile.

Le Perdite e le Conseguenze:

Iwo Jima fu una delle battaglie più sanguinose della guerra nel Pacifico. Gli Americani persero 275 ufficiali e 5.610 sottufficiali e marines uccisi, mentre 826 ufficiali a 16.446 sottufficiali e marines furono feriti; ci furono anche 2.650 vittime dello "stress da battaglia". A queste vanno aggiunte le perdite della marina e dell'aeronautica. Per i Giapponesi non ci sono dati definitivi, ma entro il 26 marzo ci furono poco meno di 20.000 morti e appena 216 prigionieri e nei successivi due mesi altri 1.600 soldati furono uccisi e 370 catturati negli scontri che portarono ad eliminare gruppi isolati di combattenti. Considerando la schiacciante superiorità numerica americana e l'assoluto dominio aeronavale, i Giapponesi condussero una eccellente battaglia difensiva. Sul piano strategico la conquista di Iwo Jima consentì all'Aeronautica statunitense di avere una preziosa base di appoggio dove prima della fine delle ostilità ben 2.251 bombardieri pesanti B-29 Superfortress compirono atterraggi di emergenza, evitando la perdita dei velivoli e dei relativi quasi 25.000 uomini di equipaggio, che altrimenti avrebbero dovuto compiere ammaraggi fortunosi in mezzo al Pacifico. Inoltre gli aeroporti di Iwo Jima diventarono sede di reparti di caccia diurni e notturni che potevano accompagnare i bombardieri fino al Giappone. Indubbiamente il prezzo di sangue pagato per Iwo Jima fu straordinariamente elevato... ma non c'erano alternative.

 
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