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Battaglia di Isso (333 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Isso, Turchia
Data:
Novembre del 333 a.C.
Forze in Campo:
Regno di Macedonia contro l'Impero Persiano
Esito:
Vittoria Macedone
Comandanti:
Regno di Macedonia:
Alessandro Magno - Impero Persiano: Dario III di Persia

La calda estate del 333 a.C. volgeva ormai al termine quando l'esercito panellenico guidato da Alessandro il Grande raggiungeva la Cilicia, nell'Anatolia sud-orientale, con l'intenzione di forzare gli accessi montuosi alla Siria per colpire il cuore dell'impero persiano. Da appena un anno il giovane re di Macedonia aveva ripreso il sogno paterno di intraprendere quella che egli considera una "nuova guerra di Troia" ed era sceso in campo contro Dario III, il gran re dei Persiani. In mezzo all'Ellesponto aveva sacrificato un toro al fragoroso Poseidone dio del mare e, messo piede in terra d'Asia, era voluto salire fino a Troia per rendere omaggio ad Atena Iliade. Poi, sicuro del proprio valore e del favore degli dèi, si era avventato contro i satrapi dell'Asia Minore, vassalli del gran re, e si era impadronito dei punti chiave della penisola anatolica. Le città greche della costa lo avevano accolto come un liberatore. Ma ciò che adesso il giovane condottiero si apprestava a fare era audace e pericoloso perché si lasciava alle spalle truppe nemiche ancora in armi e la flotta persiana intatta.

La Genesi:

Per trent'anni le poleis greche avevano combattuto tra loro la guerra del Peloponneso (431-362 a.C.) e tutte ne erano uscite disgregate e vulnerabili, persino Sparta e Atene che ormai volgevano al declino. Dalla loro debolezza trasse vantaggio il piccolo regno settentrionale di Macedonia sul cui trono sedeva Filippo II Argèade. Messe in guardia dalle violente orazioni di Demostene, che da Atene tuonava contro l'arroganza di Filippo, le poleis greche si strinsero allora nella Lega Ellenica, che però fu battuta nel 338 a.C. a Cheronea, in Beozia, dalla cavalleria macedone: dalla Tessaglia al Peloponneso, la Grecia subiva il potere di Filippo II che, per provvedere alla pacificazione e al riordinamento del paese, promosse una Lega Panellenica, cioè una lega di tutti i Greci. Egli stesso ne assunse il comando e si propose come guida nella lotta che intendeva intraprendere contro la Persia, l'eterna nemica fin dai tempi di Maratona e di Salamina. L'esercito panellenico era praticamente in marcia, e alcune avanguardie si trovavano già in Asia Minore, quando un oscuro intrigo di palazzo fece passare la corona sulla testa del principe Alessandro, terzo nel nome come re di Macedonia, che gli Elleni chiamarono subito Alessandro il Grande. Il giovane sovrano, che era stato allevato nello spirito greco dal suo maestro Aristotele, continuò la politica del padre e nel 334 a.C., dopo aver sedato una serie di ribellioni contro il suo potere in Grecia, mosse contro l'impero persiano sul cui trono sedeva il gran re Dario III Codomanno. L'esercito panellenico mosse da Pella, capitale della Macedonia, sul finire dell'inverno del 334 a.C. e velocemente superò l'Ellesponto passando in Asia Minore: secondo i cronisti del tempo fu proprio Alessandro il primo a mettere piede in armi sul suolo persiano. In maggio si scontrò con i satrapi locali e riportò su di loro la vittoria del fiume Granico; quindi liberò le antiche città greche della Frigia e andò a svernare a Gordio dove sfidò l'oracolo. All'inizio del 333 a.C. Alessandro scese in Cilicia e, impadronitosi di Chio e di Mitilene, attese la controffensiva persiana.

Gli Eserciti Contrapposti:

L'armata che Alessandro aveva portato con sé in Asia era il frutto di una lunga evoluzione dell'arte militare ellenica e in gran parte risaliva alle riforme militari di suo padre Filippo. Il nucleo principale dell'esercito era composto dalla fanteria dei pezetairoi, in massima parte di etnia macedoni, che muniti di una picca lunga fino a sei metri, la sarissa, componevano la falange. A differenza delle città stato greche i Macedoni, noti come allevatori di cavalli da tempi immemorabili, avevano sviluppato anche una forte componente di cavalleria pesante, in specie i reparti d'èlite degli hetairoi (compagni); vari reparti di fanteria e cavalleria leggera, spesso di etnia non ellenica, fornivano la componente esplorativa e di mobilità dell'esercito. L'esercito macedone si schierava sul campo suddiviso in tre corpi principali: l'ala destra di cavalleria pesante della quale facevano parte gli hetairoi; l'ala sinistra di cavalleria leggera composta in genere da Macedoni, Tessali o Greci mercenari; il centro composto dalla fanteria in cui si schierava la falange. Di solito, sulla destra della falange c'erano anche unità di hypaspistoi ton hetairon
, che avevano il compito di difenderne i fianchi vulnerabili. Nelle prime fasi di movimento le formazioni maggiori venivano precedute dalla fanteria leggera composta da frombolieri, arcieri e lanciatori di giavellotto. Lo studio delle battaglie combattute dall'esercito macedone mostra uno schema tattico ricorrente che può essere definito "incudine e martello". La battaglia veniva aperta da un deciso attacco della cavalleria pesante degli hetairoi contro il fianco sinistro dello schieramento nemico, mentre la cavalleria leggera assumeva un atteggiamento difensivo estendendo il fronte per prevenire un eventuale tentativo di aggiramento. Subito dopo si muoveva la falange volgendo contro il centro nemico e avanzando a scaglioni da destra. Quando la pressione della falange cominciava a farsi sentire, la cavalleria pesante operava una conversione a sinistra diventando il martello che schiacciava il nemico sull'incudine costituita dalla linea dei falangiti, irta di picche. L'esercito persiano era, invece, una vera armata internazionale nella quale confluivano numerosi mercenari di origine ellenica che combattevano con il tradizionale metodo oplitico. La falange ellenica al soldo dei Persiani costituiva di solito il centro dello schieramento attorno al quale si disponevano le moltitudini della fanteria orientale, armata alla leggera. La cavalleria, di gran lunga più efficiente, era costituita da reparti pesanti e da arcieri montati, privi di protezione. La cavalleria pesante persiana era simile a quella macedone alla quale si ispirava e costituiva il punto di forza dell'esercito di Dario. Il cavaliere persiano era protetto da una corazzatura di maglia o di piastre di ferro, sulla quale indossava un'ampia casacca tessuta o ricamata a vivaci colori; non è certo se sotto il copricapo di feltro, con cui le fonti iconografiche lo rappresentano, portasse o meno un elmo o, comunque, una cervelliera di ferro o di bronzo. L'armamento offensivo era costituito da due giavellotti o da una lancia (xiston) e un giavellotto; per il combattimento ravvicinato il cavaliere persiano disponeva di una corta sciabola ricurva da usare prevalentemente di taglio. Da nessuna fonte risulta che usassero lo scudo.

La Battaglia:

Mentre Alessandro marciava lungo la stretta fascia costiera della Cilicia meridionale verso Beilan, "le porte della Siria", l'esercito di 600.000 uomini che Dario III aveva approntato nelle satrapie orientali si era accampato nei pressi della cittadina di Sochi, che più tardi sarebbe diventata Antiochia. Per tagliare i contatti tra i Greci in marcia e la base temporanea che essi avevano stabilito nel piccolo porto di Isso, l'esercito persiano aveva compiuto una contromarcia sul loro fianco sinistro ed era piombato sulla cittadina di mare massacrando i numerosi feriti che vi avevano trovato rifugio. Alessandro non si lasciò intimorire né dal numero dei nemici né dal pericolo di rimanere tagliato fuori dalla costa e tornò sui suoi passi fino al fiume Pinaro, sulla cui riva destra si erano schierati i Persiani. Il campo di battaglia sarebbe stato la piana tra il mare e la montagna, larga in quel punto appena un miglio e mezzo, ed entrambi gli eserciti si trovavano nella strana situazione di avere la propria linea di comunicazione sbarrata dal fronte opposto. L'esercito di Alessandro, forte di 40.000 uomini, si schierò là dove la fascia costiera si allargava appena e si dispose in ordine di combattimento secondo uno schema tattico ben collaudato. La cavalleria prese posizione sulle due ali dello schieramento: a destra quella macedone degli hetairoi comandata da Alessandro, a sinistra quella greca e tessala con il generale Parmenione. La linea di fanteria che si dispose al centro era composta da due unità di hypaspistys al comando di Nicanore, e dalle unità della falange guidate rispettivamente da Ceno, Melangro, Tolo-meo, Perdicca e Aminta, i fedeli generali che condivisero l'impresa e la gloria di Alessandro. All'estrema sinistra stavano le truppe mercenarie greche e gli arcieri cretesi. All'ultimo momento, una linea di fanti, appoggiata da due gruppi di cavalleria, fu inviata verso la montagna per proteggere il fianco destro dello schieramento e per tentare di accerchiare la sinistra persiana. L'esercito di Dario aveva invece assunto una posizione difensiva, protetto dalle rive scoscese del fiume Pinaro fortificate ulteriormente con lavori di sterramento e palizzate. I 25.000 mercenari opliti, che costituivano il centro dello schieramento, erano affiancati ai lati dai 100.000 della fanteria orientale armata alla leggera; sul fianco destro, quello appoggiato al mare, manovravano 50.000 cavalieri, mentre un contingente appiedato era stato inviato sulla sinistra per tentare un movimento aggirante. A causa del campo d'azione limitato, alcune migliaia di uomini che costituivano il resto dell'esercito persiano erano state relegate dietro le prime linee, scaglionate molto in profondità. Dario aveva preso posizione al centro dell'armata. Mentre la falange macedone iniziava ad avanzare verso il centro nemico, la cavalleria di Alessandro attraversò il fiume e piombò sull'ala sinistra persiana che non resse all'urto. La carica, tuttavia, portò troppo avanti gli hetairoi che persero il contatto con il proprio centro. Nel varco creatosi si incunearono i mercenari greci al soldo dei Persiani, ma la falange riuscì ad allinearsi e il centro macedone, che ricevette l'urto, fu in grado di contenere l'attacco. Intanto Alessandro, riorganizzata la sua cavalleria, la scagliò contro il fianco dei mercenari greci che furono costretti ad abbandonare la posizione lungo il fiume, mentre la falange riprese ad avanzare eserci-tando una forte pressione sul centro persiano. Intanto, sul lato a mare, il terreno aperto favoriva la cavalleria persiana che si lanciò all'attacco mettendo a mal partito quella tessala e greca di Parmenione che dovette ripiegare per prepararsi a un'ultima resistenza. Ma la battaglia si stava decidendo al centro. Sotto i ripetuti attacchi della cavalleria di Alessandro e incalzati dalla falange, i mercenari greci al soldo di Dario cedettero, provocando la rotta generale della fanteria persiana che si ammassava alle loro spalle: in pochi minuti decine di migliaia di uomini, che ancora non avevano neppure combattuto, si ritiravano in gran disordine. In mezzo a loro anche Dario, il gran re, cercava scampo nella fuga. Vedendo l'esercito in rotta anche la cavalleria persiana, che pure verso il mare stava per avere la meglio, abbandonò rapidamente il campo e fu coinvolta nel disastro generale. La battaglia era virtualmente finita, ma il massacro era appena cominciato. La cavalleria macedone si gettò all'inseguimento dei Persiani, 100.000 dei quali secondo le fonti greche rimasero sul campo ( ma si tratta di cifre da pren-dere con beneficio d'inventario ) mentre le perdite macedoni sommarono a poco più di 1.000 uomini; tra la massa dei prigionieri c'era anche la famiglia imperiale che Dario aveva abbandonato fuggendo.

Le Conseguenze:

Dario era riuscito a fuggire, ma la sconfitta subita ad Isso aveva lasciato aperta ai Greci la via della Siria e della Fenicia e aveva inoltre dato un colpo mortale alla fama di invincibilità sul suo territorio dell'armata persiana. Biblo e Sidone furono subito assoggettate e risparmiate, ma la superba Tiro, che volle opporre resistenza, venne distrutta dopo un assedio di sette mesi. Nel 332 a.C. il Macedone strappò l'Egitto al dominio persiano e i sacerdoti di Hammon-Ra lo riconobbero come faraone attribuendogli onori divini. Sul delta del Nilo fondò la città di Alessandria, la prima delle tante che battezzò col suo nome. Tornato in Siria nel 331 a.C., Alessandro sconfisse di nuovo Dario a Gaugamela, il "pascolo dei cammelli" sull'alto Tigri; poi, mentre il gran re trovava ancora una volta scampo nella fuga, raggiunse trionfalmente le capitali imperiali: Persepoli fu data alle fiamme con tutti i suoi tesori. A Ecbàtana, la capitale estiva, Dario III venne assassinato nel 330 a.C. dal satrapo Besso, che si diede il titolo di re col nome di Artaserse IV, ma Alessandro, che si considerava ormai l'erede della dinastia persiana, lo inseguì a oriente fino al fiume Osso (Amu Darja), quindi lo catturò e lo fece crocifiggere nel 329 a.C. Intanto conquistava il regno dei Parti e la Sogdiana. di cui sposò la principessa Ròssane, e nel 327 a.C. avanzava in territori sconosciuti corrispondenti agli odierni Afghanistan, Uzbekistan e Tagikistan. Anche se si trovava ormai a 5.000 chilometri da Pella e a 3.000 da Babilonia, Alessandro continuò ad avanzare verso la valle dell'Indo e dei suoi affluenti, superando i limiti mai prima raggiunti da nessun altro conquistatore. Nel Punjab si scontrò con Poro, rajah di Lahore, e lo sconfisse sul fiume Idaspe (Jhelum); poi i suoi uomini si rifiutarono di procedere oltre per non essere inghiottiti dal "mare Oceano" che segnava il limite delle terre conosciute. L'avventuroso ritorno in Occidente, via mare e via terra, si concluse a Susa nel 324 a.C.; un anno dopo il grande Alessandro moriva a Babilonia mentre preparava una nuova spedizione verso l'Arabia. Aveva 33 anni e aveva regnato per 13.

La Falange Macedone:

Lo schieramento falangitico discendeva direttamente dalla falange oplitica, metodo di combattimento in ranghi serrati introdotto nelle poleis greche a partire dal VII secolo a.C., in cui gli opliti (dal greco oplon, arma o scudo) combattevano su più file, ma se ne differenziava per la lunghezza delle lance, per la profondità dello schieramento, per il maggiore spazio lasciato a ogni uomo e per la flessibilità della formazione. Le prime cinque righe di falangiti tenevano le loro sarisse in posizione orizzontale facendole sporgere dal fronte dello schieramento, mentre le undici file retrostanti impugnavano l'arma verticalmente: ne risultava una macchina da guerra minacciosa, dall'aspetto di un porcospino in movimento. Ogni falangita disponeva dello spazio di circa un metro quadrato, sufficiente a consentirgli una libertà di azione maggiore di quella di un normale oplita. La falange era formata da sei battaglioni (taxis) di 1.536 uomini, a loro volta suddivisi in sei reparti di 256 soldati, detti syntagma. L'elemento tattico di base era la fila composta da 16 falangiti che determinava la profondità della formazione. L'elemento più caratteristico nell'equipaggiamento del soldato della falange macedone era la sarissa, mentre l'equipaggiamento difensivo resta ancora controverso. Nonostante che il sarcofago di Alessandro ci mostri i soldati macedoni coperti da corazze di bronzo, molti studiosi moderni ritengono che il semplice falangita non dovesse essere così pesantemente equipaggiato. Da quanto si deduce dai cronisti di Alessandro, sembra probabile che la maggioranza dei soldati disponesse di corazza in materiale leggero, cuoio o lino pressato, mentre la testa era protetta da un elmetto di bronzo, probabilmente ornato di piume. Completava l'equipaggiamento il classico oplon, munito di un sistema di cinghie per poter essere appeso alla spalla; l'uso della sarissa richiedeva infatti che entrambe le mani rimanessero libere.

 
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