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Battaglia di Farsalo (48 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Farsalo, Grecia
Data:
9 agosto 48 a.C.
Forze in Campo:
Populares contro gli Optimates
Esito:
Decisiva vittoria di Cesare
Comandanti:
Populares:
Cesare, Marco Antonio, Publio Cornelio Silla e Gneo Domizio Calvino - Optimates: Pompeo, Lucio Afranio, Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, Lucio Domizio Enobarbo e Tito

Quelli che si fronteggiarono sul campo di Farsalo, vicino al fiume Enipeo, in Tessaglia, erano due eserciti romani. Per la prima volta nella storia della Repubblica legionari avrebbero combattuto contro altri legionari: stesso modo di battersi, stesse armi, medesime insegne. Le guerre civili non erano una novità nel recente passato romano; già nei decenni precedenti scontri, anche sanguinosi, per il controllo del potere politico a Roma si erano verificati tra le milizie di Mario e quelle fedeli a Silla, ma mai prima si era arrivati ad una vera e propria battaglia campale tra Romani, tra generali romani e tra soldati romani. Quella evoluzione che, iniziata alla fine delle guerre puniche, aveva trasformato l'esercito di cittadini della prima Repubblica in un vero e proprio esercito di mestiere, giungeva con Farsalo alla sua definitiva e naturale conclusione. Le legioni, levate e spesso pagate dai generali, non erano più lo strumento di una politica unitaria, universalmente riconosciuta, dello stato romano. Legati ai loro comandanti da vincoli di fedeltà e di dipendenza i legionari erano ormai strumento per le ambizioni politiche, per la sete di potere dei comandanti che non esitavano a fare uso delle armi per l'affermazione della propria egemonia. Tutto il sistema romano era, d'altra parte, in crisi. Istituzioni nate e pensate per il governo di una città-stato, con interessi politici limitati ai propri dintorni geografici, non potevano più bastare a Roma che da anni, ormai, era il centro di un dominio che comprendeva l'intero bacino del Mediterraneo e che da poco, con le imprese di Cesare in Gallia, si era esteso fino alle coste della Manica. Dalle convulsioni delle guerre civili sarebbe emerso un nuovo tipo di stato che, se nelle forme manteneva l'aspetto di un governo repubblicano, con le sue magistrature elettive e il suo Senato, si sareb-be basato sulla figura dominate del principe, l'imperator, letteralmente il detentore del comando, per una gestione più autocratica ma, almeno in una prima fase, più efficiente del potere. L'esercito, che tanta parte ebbe nella crisi, nell'anarchia e nel caos istituzionale che accompagnò tutto il periodo delle guerre civili, sarebbe stato durante la prima fase dell'impero garanzia di stabilità, vero centro della legittimazione del potere e, in ultima analisi, pilastro di quella che, più che una monarchia tradizionale vera e propria, fu una forma legittimata di dittatura militare.

La Genesi:

La vittoria in Gallia aveva reso Cesare un uomo molto ricco e potente, ma anche molto odiato e soprattutto molto temuto. Il potere conferitogli dal grande esercito che manteneva nelle province galliche ( a quel tempo, anche tutta l'Italia del nord era considerata territorio gallico ed era organizzato nella provincia della Gallia Cisalpina ) ne facevano un elemento in grado di sovvertire il delicato equilibrio di egemonia che vedeva dall'altra parte della bilancia il potente Gneo Pompeo, che da alleato di Cesare, dopo i successi gallici, si era rapidamente trasformato in nemico. Fu sotto istigazione di Pompeo che nel 50 a.C. il Senato ingiunse a Cesare di sbandare le proprie legioni e di rientrare a Roma come privato cittadino. Per Cesare, obbedire a questa ingiunzione sarebbe stato un vero e proprio suicidio politico: privato dello strumento delle sue conquiste, unico e vero sostegno del suo potere, avrebbe rapidamente perduto tutta la sua influenza a favore di Pompeo, appoggiato dalla maggioranza della classe senatoria. Del resto, Cesare aveva assoluto bisogno di tornare a Roma per mettere a frutto politicamente la vittoria al di là delle Alpi. Fu così che l'11 gennaio del 49 a.C. Cesare con l'esercito attraversò il Rubicone, nell'odierna Romagna, fiume che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e l'Italia, oltre che il limite al di là del quale nessun generale romano poteva portare le proprie truppe se non dietro ordine del Senato. La frase che sarebbe stata pronunciata dal condottiero varcando il fiume, alea iacta est ( il dado è tratto), ben simboleggiava il momento: Cesare aveva rotto, definitivamente, la legalità repubblicana e Roma non sarebbe più stata la medesima. Pompeo con i suoi partigiani lasciò frettolosamente Roma per raggiungere le sue legioni nei Balcani e Cesare, dopo aver superato la resistenza di Lucio Domizio Enobarbo, entrò senza opposizione a Roma. A differenza di quanto era successo con le proscrizioni sillane di 30 anni prima, Cesare non si abbandonò a vendette politiche ma subito si mise all'opera per eliminare dalla scena gli eserciti pompeiani. Privo per il momento di una flotta che gli consentisse di attaccare direttamente Pompeo nei Balcani, Cesare si recò con l'esercito in Spagna, governata per conto di Pompeo dai legati Lucio Afranio e Marco Petreio, ottenendone la resa entro la fine dell'anno. Tornato in Italia, Cesare era pronto a chiudere defi-nitivamente i conti col rivale. Il 4 gennaio del 49 a.C. salpò da Brindisi e portò le sue legioni nella penisola balcanica dove lo attendevano le truppe pompeiane. Dopo una serie di manovre e contromanovre, più o meno nell'odierna Albania, Pompeo, a corto di rifornimenti, si rinchiuse nella città di Dyrrachium, Durazzo, dove le legioni cesariane lo strinsero d'assedio. Una sortita in massa delle truppe pompeiane, che erano in sovrannumero, riuscì a scompaginare l'armata di Cesare e Pompeo si ritirò verso la Tessaglia. I due eserciti si sarebbero ritrovati per l'atto finale della campagna il 9 agosto del 48 a.C. sul campo di Farsalo.

La Legione Cesariana:

Le mutate esigenze politico-strategiche e l'avvento di un esercito di mestiere avevano fatto cambiare profondamente la struttura della legione romana rispetto ai tempi delle guerre puniche. Tali cambiamenti, sebbene frutto di un processo lungo e diluito nel tempo, sono tradizionalmente ascritti alle riforme che Gaio Mario promulgò nel 107 a.C. La più importante delle riforme mariane fu l'ammissione dei proletari al servizio legionario: questo fece sparire le distinzioni tattiche, ma anche di censo e di età, tra veliti, hastati, principi e triarii. Ora i legionari erano tutti equipaggiati alla stessa maniera, a spese dello stato, con lorica (corazza di maglia), elmo, pilum e scutum. Questo portò anche ad una riorganizzazione operativa, volta a rendere lo schieramento legionario più adatto alle nuove esigenze tattiche. Ridotto il manipolo a pura suddivisione amministrativa, l'unità tattica base della fanteria legionaria divenne la coorte, ognuna delle quali formata da 6 centurie di 80 uomini ciascuna. Ogni legione aveva in organico 10 coorti, il che portava ad una forza nominale di 4.800 uomini circa. Più tardi la prima coorte di ogni legione fu raddoppiata, cioè portata a 12 centurie, il che portò la forza della legione attorno ai 5.000 uomini. Ogni coorte era comandata da un centurione anziano. Il centurione della prima coorte, che era il centurione più alto in grado nella legione, era detto primipilo e godeva di una posizione socialmente molto elevata. Il comando della legione era affidato ad un legato, assistito da due tribuni, uno di classe senatoria detto laticlavio dalla larga banda porpora che ornava la sua toga, e uno di classe equestre detto angusticlavio. La struttura della legione, come era uscita dalla riforma di Mario, rimase invariata per i primi tre secoli dell'impero fino a quando il cambiare della minaccia esterna non portò l'imperatore Diocleziano ad una nuova e radicale riforma dell'esercito.

Le Forze in Campo:

Cesare aveva a disposizione circa 23.000 legionari provenienti da 9 legioni suddivisi in 82 coorti, molte sotto organico. A questi vanno aggiunti un migliaio di cavalieri ausiliari gallici o germani. Pompeo comandava circa 40.000 legionari di 12 legioni e 2 coorti spagnole; aveva inoltre con sé circa 5.000 tra ausiliari e alleati etoli e cilici. La cavalleria pompeiana ammontava a circa 3.000 cavalieri, in massima parte asiatici.

La Battaglia:

I due eserciti si schierarono nella pianura antistante il campo di Pompeo, che il generale aveva collegato al fiume Epineo tramite una linea di fortificazioni campali, nel quale erano rimaste sette coorti. Entrambi gli eserciti appoggiavano un fianco al fiume: quello di Cesare il sinistro e quello di Pompeo il destro. Pompeo con lo schieramento di tutta la sua cavalleria sulla sinistra mostrava chiaramente l'intenzione di sfruttare la sua superiorità in truppe montate per avvolgere il fianco destro dell'avversario. Per parare la mossa, Cesare aveva inviato sulla sua destra, oltre ai suoi cavalieri, la fanteria leggera appoggiata da 8 coorti di legionari. La linea cesariana mosse all'attacco delle fanterie di Pompeo che dal canto loro erano rimaste ferme, confidando nella superiorità numerica e sperando di stancare nella carica il nemico. Contemporaneamente Pompeo aveva lanciato la sua cavalleria all'assalto di quella cesariana che, dopo un durissimo combattimento, a causa del numero soverchiante dei nemici cominciò a cedere. La situazione fu sal-vata da Cesare stesso il quale, messosi alla testa delle 8 coorti legionarie sull'ala destra, caricò la cavalleria pompeiana disordinata mettendola in fuga. Cesare a questo punto si riunì alla sua terza linea che condusse personalmente a sostenere l'attacco del suo centro, mentre con una conversione sulla sinistra le coorti che avevano sconfitto la cavalleria nemica caddero sul fianco di Pompeo. Questo ruppe la resistenza dei pompeiani. Lo stesso comandante, travestito, fuggì dal campo e raggiunse la costa con solo 30 cavalieri. In questa battaglia decisiva l'esercito di Pompeo, che non riuscirà più a riorganizzare un'armata, perse quasi 10.000 uomini; le perdite di Cesare probabilmente non superavano il migliaio.

Le Conseguenze:

La sconfitta di Pompeo non mise subito fine alla guerra. Il generale sconfitto cercò rifugio in Egitto, dove però fu assassinato nel 48 a.C., si dice dal re Tolomeo XIII, il fratello della famosa regina Cleopatra. Cesare, che con 4.000 uomini aveva inseguito il rivale ad Alessandria, si trovò a mal partito quando Tolomeo, consigliato dai pompeiani rimasti alla sua corte, lo attaccò con più di 20.000 uomini. Cesare era in grave pericolo e fu salvato solo dall'arrivo in Egitto di una flotta di soccorso al comando del suo alleato Mitridate di Pergamo. Sconfitta la flotta egiziana e ucciso Tolomeo nella battaglia del Nilo, Cesare mise sul trono la giovane Cleopatra con la quale intrattenne una relazione. Tornato a Roma, Cesare venne assassinato in Senato da Bruto e dagli altri congiurati alle Idi di marzo del 44 a.C. Roma avrebbe visto altre due guerre civili, una con Ottaviano ( figlioccio di Cesare ) ed Antonio contro i cesaricidi, l'ultima tra gli stessi Ottaviano ed Antonio. Dopo la vittoria di Azio Ottaviano, col titolo di Augusto e di Padre della Patria, assunse di fatto il principato, portando a compimento la trasformazione dell'antica Repubblica in un grande Impero cosmopolita.

 
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