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Battaglia di Culloden (1746)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Culloden, Scozia
Data:
16 aprile 1746
Forze in Campo:
Casato degli Hannover contro il Casato degli Stuart
Esito:
Vittoria decisiva del Casato di Hannover
Comandanti:
Casato degli Hannover:
Duca di Cumberland - Casato degli Stuart: Principe Carlo Edoardo

La battaglia di Culloden non è solo l'ultima battaglia campale combattuta su suolo britannico, ma anche ( credo si possa dire ) l'ultima battaglia combattuta da un esercito "medievale" sia pure già in piena epoca moderna. I guerrieri scozzesi che si fecero massacrare sul Culloden Moor quel 16 aprile del 1746 dal tiro dei moschetti inglesi erano, infatti, gli ultimi sopravvissuti di un modo di intendere la guerra ormai scomparso da tempo in Europa. Il nord della Scozia, le Highlands, ancora alla metà del XVII secolo era governato secondo il sistema dei clan, antiche organizzazioni sociali basate sulla famiglia allargata, risalenti nella società celtica ai primi secoli avanti Cristo. All'interno del clan ogni uomo era un guerriero, ed ogni guerriero doveva fedeltà al proprio signore, il capo del clan. Si trattava di una struttura militare che lo storico militare inglese John Keegan ha definito pre-clausewitziana; in una struttura sociale primitiva com'erano i clan delle Highlands, infatti, la guerra è un fenomeno prepolitico, connesso ad abitudini di vita millenarie, un fenomeno che riguarda ogni uomo non in quanto soldato, definizione non pertinente ai guerrieri scozzesi, ma in quanto appartenente al clan. La guerra serve certo a scopi politici, la difesa del territorio del clan o la razzia per arricchirne le mandrie, ma è anche semplice strumento d'affermazione di sé d'ogni membro attivo, maschio, della società. Il comportamento dell'esercito giacobita nel 1745 fu tipico di un'armata formata da questi guerrieri. Ormai a Derby, in vista di Londra, l'armata di Carlo Stuart voltò le spalle alla possibile vittoria e se ne tornò in Scozia; non vi furono motivazioni strategiche o tattiche chiare a motivare que-sto comportamento: forse fu il richiamo atavico delle montagne sui guerrieri scozzesi o forse le difficoltà nella spartizione del bottino, non lo sapremo mai di certo. I morti sparsi sul campo di Culloden la sera del 16 aprile del 1746 non erano solo un monumento alle infrante speranze d'indipendenza della Scozia, ma anche all'ultimo sistema militare e sociale premoderno esistente su larga scala in Europa.

La Genesi:

Le speranze di una restaurazione giacobita, dopo la rivoluzione del 1685, non erano mai morte in Inghilterra, anzi parvero risollevarsi nel 1744, quando la sua causa ottenne l'appoggio militare di re Luigi XV di Francia, che vedeva di buon occhio sul trono d'Inghilterra, l'eterna rivale, un suo candidato, per di più cattolico. Nel febbraio diecimila soldati francesi erano stati radunati a Dunkerque in attesa di essere traghettati a Maldon, sulla costa dell'Essex, da cui avrebbero marciato su Londra. A rappresentare gli Stuart c'era il Principe di Galles Carlo Edoardo, il figlio di Giacomo III e nipote dell'ultimo re Stuart d'Inghilterra Giacomo II. Le avverse condizioni atmosferiche, che causarono la quasi completa distruzione della flotta francese, fecero rimandare il progetto d'invasione, poi decisamente cancellato con la morte di Luigi XV avvenuta quello stesso anno. Giacomo III non aveva più valore nei giochi della politica europea e passò il suo sogno al figlio Carlo Edoardo, che da quel momento fu designato nei salotti politici d'Europa come il "Nuovo Pretendente" e in quelli galanti come il "Bel Principe Carlo" (the Bonnie Prince Charles
). Nel 1745 Carlo Edoardo volle seguire il suo destino e il 16 luglio diede inizio all'avventura. Con pochi amici e un'esigua scorta di armi e munizioni si imbarcò alla volta della Scozia sulla fregata leggera Du Teillay comandata da Antony Walsh, noto pirata e contrabbandiere. La affiancava la Elisabeth, una nave della flotta francese armata di 64 cannoni e noleggiata dall'avventuroso Walsh, che imbarcava un gruppo di volontari, a mala pena una compagnia. Gli inizi non furono propizi. A ovest delle coste irlandesi la spedizione incrociò la nave da guerra britannica Lions cui si fece incontro la Elisabeth. Seriamente danneggiata, la nave francese dovette rifare rotta su Brest con i soldati e le riserve destinate all'insurrezione, ma la Du Teillay, che imbarcava il Pretendente, riuscì a forzare il blocco, consentendo a Carlo Edoardo di toccare le isole Ebridi. Da qui raggiunse la terraferma scozzese il 25 luglio, entrando in rada a Loch nan Uamh, nei pressi di Arisaig. Subito il Giovane Pretendente inviò messaggi per chiamare a raccolta i clan delle Highlands e il 9 agosto innalzò a Glenfinnan la bandiera degli Stuart nominandosi reggente per il padre. "Il Quarantacinque" era iniziato. Quella riunita da Carlo era una piccola forza di appena 1.200 uomini, costituita per metà dai Cameron di Sir Lochiel e per metà dai MacDonald di Keppoch. A loro si aggiunsero nuovi contingenti man mano che si spostavano verso est, fino a Badenonoh, percorrendo le strade fatte costruire dagli Inglesi dopo l'insurrezione giacobita del 1715 proprio per tenere sotto controllo la regione. L'armata governativa di Sir John Cope, inviata in tutta fretta ad intercettare i ribelli, preferì marciare verso Inverness e Carlo trovò libera la via per Edimburgo. A Perth gli si unì Lord George Murray, che sarebbe stato un eccellente comandante di campo. Il 17 settembre il Pretendente entrò a Edimburgo e s'insediò senza problemi nel palazzo di Holyrood, dimora avita degli Stuart, mentre le truppe governative che presidiavano la città rimasero acquartierate nel castello. A niente valse il tentativo di Sir Cope che, raggiunta Aberdeen, si era imbarcato alla volta di Dunbar per marciare poi contro Edimburgo: il 21 settembre, travolta da una violenta carica, la sua armata fu sbaragliata a Prestopans, in appena dieci minuti. Ora Carlo era padrone della Scozia, ma il suo scopo era giungere a Londra. Il 1° novembre l'esercito si mise in marcia collezionando una serie di successi: Carlisle si arrese (16 novembre), fu raggiunta Manchester (28 novembre) e infine cadde Derby (4 dicembre). Non tutto andava però per il verso giusto. Gli aiuti promessi dai giacobiti inglesi erano insufficienti e tardavano ad arrivare. Tra Carlo e Lord Murray erano sorte delle gravi incomprensioni di carattere strategico e un migliaio di Highlanders si erano dileguati per tornare nelle loro terre; inoltre, come se non bastasse, tre armate governative si stavano riunendo per accerchiare Carlo. Egli decise allora di ritirarsi, sebbene Londra distasse ormai solo 127 miglia e la città vivesse momenti di grande inquietudine per le notizie che circolavano di truppe francesi imbarcate a Dunkerque e già in rotta attraverso la Manica, e di consistenti rinforzi giacobiti in arrivo dalle regioni del Galles e dell'Inghilterra. Invece di portare un attacco fulmineo alla capitale, Carlo risali verso la Scozia e raggiunse Glasgow il giorno di Natale. La città gli era ormai ostile e fu minacciata di saccheggio; Stirling gli aprì di malavoglia le porte, ma i governativi tennero il castello. A questo punto la ruota della fortuna sembrò volgere un po' a favore del Bel Carlo. Lady Anne MacKintosh, il cui marito e capo del clan militava tra i governativi, gli inviò 400 uomini, guadagnandosi il soprannome di "colonnello Anne"; dalla Francia giunsero infine i tanto attesi uomini, riserve e munizioni. I giacobiti riportarono anche una vittoria a Falkirk, peraltro non sfruttata a fondo, sulle truppe del tenente generale Harwey. Il 1° febbraio l'armata degli Highlanders passò a guado il Forth per dirigersi a nord. Tra O'Sullivan che lo voleva impegnato nel sud, e Lord Murray che lo spronava a risalire al nord, Carlo scelse l'ultimo consiglio e si diresse verso Inverness, dove per sette settimane stabilì la sua sede invernale. Intanto gli Highlanders ritornavano nelle loro terre, mentre il duca di Cumberland, che era al comando dell'esercito inglese, si acquartierava ad Aberdeen con una forte armata e 5.000 alleati tedeschi a bloccare da Dunkel il passaggio verso sud. Il cerchio si stringeva e la situazione del Bel Carlo si stava deteriorando, anche perché gli aiuti in denaro inviati dalla Francia furono intercettati dagli Inglesi. Lord Cumberland lasciò Aberdeen l'8 aprile per Nairn, sulle rive del Moray Firth. Il 14 i tamburi e le cornamuse chiamarono a raccolta a Inverness l'armata giacobita e in serata il principe cavalcò verso Culloden House. Il giorno seguente, nella brughiera (moor) di Drumossie, l'armata fu disposta per la battaglia in attesa dello scontro che si sarebbe verificato solo 24 ore più tardi.

Le Forze in Campo:

Il duca di Cumberland disponeva a Culloden di 15 battaglioni di fanteria, 4 reggimenti di dragoni e 16 cannoni, a questi vanno aggiunti gli uomini delle milizie scozzesi lealiste, per un totale di circa 9.000 uomini. L'esercito giacobita era forte di circa 5.000 fanti, 400 cavalleggeri e una dozzina di cannoni leggeri. Da notare che una parte di entrambi gli eserciti non fu mai realmente impegnata in battaglia.

La Battaglia:

Il 15 aprile gli Inglesi non vollero dare battaglia perché nel campo si festeggiava il compleanno del duca di Cumberland con una distribuzione straordinaria di brandy. I giacobiti avrebbero potuto approfittarne, ma il loro stato maggiore stava ancora discutendo sulla scelta del terreno di combattimento. Lord George Murray sosteneva che la vasta brughiera di Culloden non era adatta alla carica degli Highlanders, mentre avrebbe consentito alle truppe inglesi di dispiegare tutta la loro potenza di fuoco; il principe Carlo Edoardo e O'Sullivan trovavano invece la scelta del moor pienamente confacente. L'esercito giacobita, piuttosto sconcertato, rimase schierato, al freddo e senza cibo, ad aspettare che la giornata trascorresse in inutili discussioni e quando finalmente fu deciso un attacco al campo governativo era già notte inoltrata. Ma nonostante il brandy le truppe del duca stavano all'erta e gli Highlanders fallirono la sortita. Mentre tornavano sui loro passi erano più che mai affamati e stanchi, furiosi con il comando supremo; inoltre il giorno stava per sorgere e nessuno, tra i giacobiti, aveva chiuso occhio in tutta la notte. Al sorgere del sole il principe Carlo fece schierare le sue truppe che ammontavano a non più di 5.000 uomini e poche centinaia di cavalleggeri. Tutta l'artiglieria consisteva in 13 vecchi cannoni leggeri. Gli Highlanders si disposero per clan formando due linee: al centro avevano piazzato i pochi cannoni e in riserva stava la debole cavalleria. Dall'altra parte del campo presero posto, con geometrica precisione, 15 reggimenti di fanteria (6.400 uomini) e due reggimenti di dragoni (2.600 uomini). Il duca di Cumberland aveva disposto le sue truppe su tre file: le prime due erano costituite ognuna da sei reggimenti; la terza, con i suoi tre reggimenti, fungeva da riserva. La cavalleria stava sui lati, e davanti a tutti era piazzata la potente artiglieria. Sulla sinistra dello schieramento, oltre un muretto di pietra, le compagnie di Scozzesi lealisti (la milizia dell'Argyll) si preparavano a prendere di infilata su un fianco i giacobiti avanzanti. I primi colpi di artiglieria partirono attorno alle dieci del mattino dai cannoncini giacobiti e subito risposero i pesanti mortai governativi. Il confronto era insostenibile: i leggeri cannoni scozzesi erano quasi del tutto inefficaci a quella distanza, mentre il fuoco dell'artiglieria governativa aprì terribili vuoti tra i giacobiti. In attesa dell'ordine di attacco, che doveva essere dato con la parola "claymore" , la lunga linea in tartan subiva perdite pesantissime. Il principe Carlo era lontano dalla prima linea e non si rendeva conto di quanto stesse succedendo; per questo attese quasi un'ora prima di dare l'ordine di attacco: quando con un urlo selvaggio i guerrieri dei clan delle Highlands si lanciarono alla carica avevano già pagato un pesante tributo di sangue alla precisione degli artiglieri governativi. Fino a pochi mesi prima, nessun esercito inglese era riuscito a resistere all'urto selvaggio della carica highlander e anche questa volta gli Scozzesi, per quanto decimati dal tiro dei cannoni, non avevano perso la loro baldanza. Ma le truppe governative, oltre che numericamente superiori, non erano più le improvvisate milizie di contea con cui gli Highlanders si erano scontrati in precedenza. Davanti a loro stavano i migliori reggimenti dell'esercito regolare, addestrati a far fronte alle cariche senza scomporsi. I giacobiti furono prima falciati dal fuoco di fianco della milizia lealista quindi, ormai faccia a faccia col nemico, investiti da scariche di moschetteria degli uomini di Cumberland che avevano trattenuto il fuoco fino all'ultimo e che sparavano e ricaricavano con calma e metodo. Gli Highlanders cadevano uno dopo l'altro e i pochi che riuscirono a raggiungere la linea delle divise rosse inglesi finirono trafitti dalle baionette. La foga della loro carica era stata spezzata. Lanciando il grido di vittoria gli Inglesi si lanciarono in avanti, ricacciando i giacobiti superstiti e finendo con la baionetta i feriti. La milizia dell'Argyll contribuì al massacro assieme ai dragoni che inseguivano gli Scozzesi in fuga. La rotta era completa e il principe Carlo si trasse a stento in salvo con una piccola scorta. Gli Inglesi inseguivano gli sbandati finendoli sul campo assieme ai molti feriti, secondo gli ordini ricevuti dal duca di Cumberland che da allora per gli Scozzesi fu sempre Billy the butcher (Billy il macellaio). Di lì a qualche giorno il principe Carlo Edoardo lasciava avventurosamente il suolo scozzese per riparare in Francia. Il sogno degli Stuart era tramontato per sempre.

Le Conseguenze:

La sconfitta di Culloden pose fine per sempre a due sogni distinti: quello degli Stuart di tornare sul trono d'Inghilterra e quello scozzese di tornare ad essere una nazione indipendente. L'esercito del duca di Cumberland applicò, dopo la vittoria, una politica di durissima repressione nelle Highlands. Per sradicare il sistema dei clan si tolsero le terre agli antichi proprietari, si cacciarono i contadini dai loro campi creando quelle ampie distese desertiche che ancor'oggi caratterizzano la Scozia settentrionale. Al posto degli agricoltori scozzesi, gli imprenditori inglesi che avevano ottenuto per poche sterline le terre confiscate introdussero nelle Highlands spopola-te grandi greggi di pecore per alimentare la nascente industria laniera inglese. Anche i simboli nazionali scozzesi furono duramente colpiti: suonare la cornamusa o indossare il kilt sarà proibito fino alla metà del secolo successivo, salvo che nei reggimenti che l'Inghilterra reclutava in Scozia; la poesia, la letteratura, persino la lingua nazionale scozzese, il gaelico, furono osteggiati, quando non apertamente repressi dai governi di Londra. Ancora oggi, per tutti gli Scozzesi, il 16 aprile, anniversario della battaglia, è allo stesso tempo il giorno della fierezza e il giorno del lutto.

I Clan:

Vero residuo di una società tribale, il clan (dal gaelico clan, "famiglia") rappre-sentava la struttura sociale di base delle Highlands scozzesi. Era formato da famiglie che si consideravano correlate da antenati comuni e che spesso portavano lo stesso cognome. Il capoclan, cui spettava il titolo di Lord, aveva il possesso di tutte le terre su cui vivevano i membri del suo clan; questi, in cambio del diritto di coltivarle, erano tenuti a seguirlo in guerra. Ogni clan era distinto da un particolare schema di colori, nelle tipiche fantasie celtiche, chiamato tartan, che veniva portato sui kilt e su altri capi d'abbigliamento. Tra i clan che inviarono combattenti all'armata giacobita i più importanti erano Cameron, Farquharson, Grant, MacDonald, MacKinnon, MacKintosh. MacLachlan, MacLean di Duart, Ogilvie.

Gli Highlanders:

Più guerrieri medievali che soldati dell'età moderna, gli Highlanders del principe Carlo Edoardo Stuart non erano assolutamente in grado di eseguire sul campo di battaglia le complicate evoluzioni della fanteria del tempo. Essi conoscevano una sola tattica, usata negli scontri tribali per il possesso di pascoli e bestiame che da secoli coinvolgevano i clan delle Highlands: la selvaggia carica per arrivare a una mischia furibonda in cui la forza fisica e il coraggio dei singoli decidevano l'esito dello scontro. Durante la rivolta del 1745 questo modo di combattere si dimostrò efficace finché gli Highlanders si trovarono di fronte le piccole e poco addestrate milizie locali inglesi, ma fallì completamente a Culloden, dove l'esercito del duca di Cumberland, numeroso e formato da ben addestrati reggimenti regolari, ne arrestò l'impeto con il fuoco regolare dei moschetti .

L'Esercito Inglese:

I reggimenti regolari che il duca di Cumberland comandava a Culloden trovavano la loro origine nelle riforme di Cromwell e nella sua New Model Army, di cui conservavano l'organizzazione e il tradizionale colore rosso degli abiti. Addestrati a combattere in lunghe linee profonde tre ranghi, i soldati inglesi facevano affidamento nel fuoco a scarica dei loro moschetti, la cui efficacia era determinata dall'addestramento a sparare e ricaricare rapidamente, mantenendo così elevato il volume di fuoco. Fu proprio questo che a Culloden ebbe la meglio sulla selvaggia carica degli Highlanders giacobiti, infliggendo più di mille perdite al nemico con-tro appena 50 inglesi rimasti sul campo. A partire dai primi del Settecento una compagnia di ogni reggimento prese il nome di granatieri: era formata dagli uomini più prestanti e coraggiosi del reparto armati, oltre che del moschetto, di alcune granate a miccia da lanciare a mano. Come segno distintivo, i granatieri portavano la mitria al posto del normale cappello a tricorno.

 
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