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Battaglia di Cinocefale (197 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Cinocefale ,ora Karadagh, in Tessaglia
Data:
197 a.C.
Forze in campo:
Macedoni contro Romani
Esito:
Vittoria Romana
Comandanti: Romani:
Tito Quinzio Flaminino - Macedoni: Filippo V di Macedonia

Fin dalla battaglia di Maratona, nel 490 a.C., la falange prima oplitica poi, dopo l'introduzione macedone della picca, di picchieri, era considerata nel bacino del Mediterraneo la più potente formazione militare ed era circondata quasi da un alone di invincibilità. La falange, per tre secoli, era stata il perno degli eserciti occidentali dell'epoca. Le guerre tra i diadochi, le guerre tra i regni ellenistici, le guerre di Pirro tutte erano state combattute su eserciti che ponevano al centro dello schieramento solide unità di picchieri schierati secondo l'ordine falangitico. Con l'intervento di Roma sul teatro politico del Mediterraneo orientale, anche sul piano strettamente militare le cose cambiarono in modo radicale: la flessibilità della legione manipolare e la sua capacità di adattamento a terreni e situazioni tattiche le più differenti ed imprevedibili si dimostrarono fattori vincenti. Messa di fronte alla leggerezza di spiegamento dei manipoli, la falange evidenziò tutti quei limiti operativi che erano rimasti ben nascosti in uno stile di guerreggiare standardizzato e sostanzialmente identico all'interno della koinè di lingua greca. La necessità di circondare la falange da miriadi di unità specialistiche, peltasti, fanti leggeri, tiratori, per proteggerne il dispiegamento e soprattutto la vulnerabilità sui fianchi e in terreno difficile delle pesanti e profonde formazioni di picchieri sembravano fatte a posta per esaltare l'omogeneità, la manovrabilità e l'adattabilità delle formazioni legionarie. La battaglia delle Cinocefale, che mise fine alla seconda guerra macedonica segnando l'inizio dell'egemonia romana sulla Grecia, fu la dimostrazione evidente di questa superiorità. E anche interessante notare che sia la falange sia la legione erano, in fin dei conti, espressione di un modo di intendere la guerra molto simile. In entrambi i casi si trattava, infatti, di eserciti formati da cittadini che vedevano il portare le armi come qualcosa di indissolubilmente connesso all'esercizio dei diritti politici e del senso di appartenenza ad una compagine statale. Partendo da queste basi lo storico americano Anthony Santosuosso, con ragione, ha definito la fase greca, ellenistica e repubblicana della storia militare l'era del cittadino-soldato.

La Genesi:

Con la fine delle guerre puniche l'orizzonte politico, economico e persino culturale di Roma era profondamente mutato. Le prospettive di espansione politica e militare della Repubblica erano uscite dal ristretto ambito della penisola italiana per assumere l'intero bacino del Mediterraneo come area di interesse privilegiata, mentre la raffinazione degli strumenti diplomatici e militari, soprattutto con il rinnovamento dell'esercito, offrivano alla Repubblica i mezzi per agire in zone che fino a pochi anni prima non sarebbe stato possibile considerare. L'emergere in seno alla società romana di un ceto affaristico, quello degli equites, i cavalieri, che tanto peso avrebbe dovuto avere nelle vicende immediatamente posteriori, aveva saldato l'imperialismo economico degli homines novi con la volontà di egemonia militare propria dei settori più avanzati dell'antica nobilitas. La miscela politica e sociale che si era creata era pronta ad offrire la struttura di supporto ad un'ulteriore crescita del potere romano; i regni ellenistici e in particolare l'Ellade non potevano non essere i primi obiettivi di tali appetiti. Roma era già intervenuta nelle cose elleniche quando, nel 211, aveva appoggiato una guerra contro la Macedonia, potere egemone nella penisola e alleata di Cartagine, condotta da alcuni degli stati greci; tuttavia, con ancora l'esercito di Annibale nella penisola, l'impegno romano era stato blando e la Macedonia se l'era cavata con pochi danni. Liquidata la questione cartaginese i Romani erano adesso pronti a saldare il conto con Filippo V, re macedone, e soprattutto a sostituire l'influenza di quest'ultimo nella confusa situazione politica ellenica. L'occasione venne nel 201 a.C., quando Attalo di Pergamo e i Rodiensi, in guerra con Filippo, chiesero l'aiuto del Senato: era quello che Roma attendeva, e una volta posto il piede in Grecia la Repubblica non lo avrebbe ritirato tanto facilmente.

La Battaglia:

Il casus belli era trovato e Roma inviò a Filippo un ultimatum irrevocabile. Il re macedone avrebbe dovuto risarcire Rodiensi e Attalidi, si sarebbe dovuto impegnare a non muovere guerra all'Egitto e a non intervenire nelle politica degli stati greci, in pratica la Macedonia avrebbe dovuto azzerare la propria politica estera. Ovviamente Filippo rifiutò, dando così al Senato un pretesto per far sbarcare un esercito sulle coste dell'Epiro. Nel 199 un esercito romano, al comando del console Sulpicio Galba, entrò in Macedonia e prima che le truppe rientrassero nei quartieri invernali ebbe un piccolo scontro, a Ottobolos, con le forze di Filippo che si risolse in un sostanziale nulla di fatto. Non era stata una grande campagna, ma aveva dimostrato ai Greci che Roma era in grado di mantenere un esercito in Macedonia e durante l'inverno la Lega Etolica, il più forte raggruppamento di stati greci, strinse alleanza con Roma. Rafforzato dagli alleati greci, il nuovo comandante romano in Macedonia, Tito Quinzio Flaminino, nel 197 affrontò l'esercito macedone nella località detta delle Cinocefale, "colline testa di cane", in Tessaglia. La battaglia delle Cinocefale fu quello che in termini militari si chiama "battaglia di incontro". Sul crinale delle colline Cinocefale per primi si scontrarono i reparti di fanteria leggera dei due eserciti, mentre il grosso delle truppe ancora in marcia stavano convergendo verso il campo di battaglia. L'arrivo dei rinforzi romani ricacciò indietro i fanti leggeri macedoni. A questo punto Filippo, che aveva diviso in due unità distinte la propria falange, fece schierare la prima parte della fanteria pesante sulla sua destra, per lasciare spazio a sinistra per il secondo reparto di falangiti. Mentre la sinistra macedone arrivava sul campo Filippo attaccò giù per il pendio con la destra, riuscendo a far arretrare le due legioni di Flaminino che si erano schierate. Ma Flaminino, nel frattempo, aveva schierato le altre due legioni e gli elefanti di fronte alla sinistra macedone che, ancora in difficoltà per il passaggio dalla formazione di marcia a quella di battaglia, non resse all'urto e si mise in rotta. A questo punto Flaminino fu in grado di aiutare il proprio fianco destro dove le due legioni, una romana e una di alleati italici, erano ancora sotto la pressione della falange macedone. Con una conversione a destra i Romani mandarono venti manipoli ad attaccare la destra della falange, che in quel punto era sotto il comando dello stesso Filippo, e colpitala sul fianco ben presto ne scompaginarono la formazione. Persa la coesione, una falange era una facile preda per la fanteria romana e ai Macedoni non rimaneva che abbandonare il campo. Nel massacro che seguì, come sempre, la fine della battaglia (i falangiti macedoni vistisi circondati alzarono le picche in segno di resa, ma i Romani non capirono il gesto e continuarono la carneficina), le perdite macedoni salirono fino a 8.000 morti e 5.000 prigionieri, mentre l'esercito di Flaminino alla fine della giornata aveva perso solo 1.000 uomini.

Il Pilum:

A differenza delle falangi ellenistiche, i legionari romani erano armati di un pesante giavellotto, detto pilum; questo armamento, più leggero e meno legato alla for-mazione chiusa della picca ellenistica, lunga fino a sei metri, consentiva ai legionari un'elasticità tattica infinitamente maggiore sul campo di battaglia e si rivelò arma adattissima al tipo di guerra condotta dalle legioni. Il pilum (plurale pila) equipaggiava i primi due ranghi dei manipoli ed era un'arma di concezione tipicamente romana. Consisteva in un'asta di legno lunga circa 130 cm su cui si innestava una parte di ferro, di circa 70 cm, terminante con una punta a doppio arpione. I legionari disponevano di due pila, uno dei quali era munito di un peso collocato all'inizio della parte metallica. Al momento dello scontro la pioggia dei pila doveva smorzare l'impeto degli avversari. Quando un pilum pesante andava a con-ficcarsi in uno scudo, ne rendeva praticamente impossibile l'uso perché, a causa della forma delle sue punte, era difficile a strapparsi via; anche se non trapassava un nemico, lo privava quindi della sua difesa, lasciandolo alla mercé dei lanci successivi. Una volta lanciati i pila i legionari estraevano il gladio, la corta spada di origine iberica di cui erano dotati, e stringevano sul nemico, scompaginato dai lanci, attaccandolo in corpo a corpo. Fu con questa tattica che le legioni uscirono vittoriose in ogni scontro che le vide opposte alla falange ellenistica.

Le forze in campo:

Flaminino sul campo delle Cinocefale disponeva di quattro legioni, due alleate e due romane per un totale di 18.400 uomini, oltre a 4.000 fanti pesanti e 2.000 peltasti della Lega Etolica. La cavalleria assommava a 2.400 uomini ai quali si aggiungevano 20 elefanti da guerra. Filippo mise in campo 16.000 falangiti, 1.500 mercenari pesanti e 4.000 peltasti; inoltre disponeva di circa 2.000 fanti leggeri. I cavalieri erano solo 2.000 tra macedoni e tessili. Il re macedone non disponeva di elefanti.

Le conseguenze:

Con la sconfitta delle Cinocefale Filippo fu costretto a cedere a Roma il controllo della politica greca. Roma aveva dimostrato non solo di essere in grado di allestire una campagna vittoriosa proprio nel cuore del mondo ellenistico, ma anche di essere capace di inserirsi, come regolatrice, nelle complesse diatribe che da sempre scuotevano il mondo ellenico. Inoltre Filippo fu costretto a disarmare la flotta , fornire ostaggi al senato e a pagare una grossa indennità di guerra. La Macedonia, se formalmente risultava alleata di Roma, diventava di fatto uno stato satellite della Repubblica romana. Venticinque anni più tardi, il re macedone Perseo tentò di riconquistare l'autonomia per il suo paese, provocando la terza guerra macedonica. Ma ancora una volta la falange macedone si mostrò inferiore, sul campo alla legione romana e, con la sconfitta di Pidna il 22 giugno del 168 a.C., la Macedonia perse per sempre la sua indipendenza, chiudendo due secoli in cui il piccolo paese del nord della Grecia era stato al centro del mondo mediterraneo.




 
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