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Battaglia di Canne (216 a.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 a.C. al 1 a.C.

Luogo: Canne, nei pressi del fiume Aufido, Puglia Italia
Data:
2 agosto 216 a.C.
Forze in Campo:
Repubblica Romana contro Cartagine
Esito:
Decisiva Vittoria Cartaginese
Comandanti:
Repubblica Romana:
Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo - Cartagine: Annibale

I Romani avevano appena completato l'unificazione dell'Italia peninsulare quando dovettero confrontarsi con Cartagine, che li superava di molto per ricchezze, organizzazione militare ed esperienza politica. La posta in gioco era altissima: Roma poteva trasformarsi in una repubblica imperiale padrona del Mediterraneo occidentale o scomparire di scena senza quasi lasciare traccia. La vittoria della prima guerra punica aveva scongiurato il peggio e, anzi, gli esiti erano andati di gran lunga oltre ogni capacità di previsione del Senato e del popolo romano. La Sicilia era diventata la prima provincia romana e il crollo dell'egemonia cartaginese aveva fatto di Roma la maggiore potenza del mondo antico. Ma Cartagine non si rassegnava alla sconfitta e pensava alla riscossa. Per cercare un compenso alle perdite subite con la prima guerra punica, Cartagine si volse alla Spagna dove, sulle coste meridionali, i Fenici avevano da secoli le loro più ricche colonie. Grazie soprattutto alla famiglia dei Barcidi, la metropoli africana estese la sua egemonia all'interno della penisola iberica e alla linea del fiume Ebro senza che Roma, impegnata su altri fronti, si rendesse conto della nuova strategia cartaginese. Chi invece, inquieta, teneva gli occhi aperti era la colonia greca di Marsiglia, che solo nel 225 a.C. convinse i suoi alleati romani a inviare ambasciatori ad Asdrubale. Ne seguì un trattato secondo il quale Cartagine si impegnava a non estendere le sue conquiste sul territorio spagnolo oltre il limite segnato dal fiume Ebro. Ma nel 221 a.C. il comando delle milizie puniche in Spagna passò ad Annibale, che non aveva alcuna intenzione di seguire la politica degli accordi. Era convinto, a ragione, che se Cartagine voleva continuare a esistere doveva riprendere il dominio del mare occidentale, e quindi eliminare Roma trascinandola in guerra. Annibale attuò pertanto una decisa politica di aggressione e nel 220 a.C., senza nessuna necessità, pose l'assedio alla città di Sagunto, alleata di Roma ma situata a sud dell'Ebro. Quando Sagunto cadde e Roma ne pretese l'immediata restituzione, il secco rifiuto cartaginese costrinse Roma a dichiarare guerra alla rivale: nel marzo del 218 a.C. Romani e Punici scendevano in armi per la seconda volta.

La Genesi:

Sconvolgendo tutti i piani dei Romani che si proponevano di condurre l'offensiva in Africa e in Spagna, Annibale fece la prima mossa a sorpresa. Con una rapidità sconcertante passò l'Ebro, superò i Pirenei e, eludendo gli eserciti romani che cercarono di intercettarlo a Marsiglia, varcò le Alpi in appena quindici gioni, probabilmente dal Monginevro, con un esercito di 26 mila uomini e più di trenta elefanti da combattimento. Nell'autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura padana portando la guerra nei territori romani di più recente acquisizione. In dicembre, sotto una fitta nevicata, gli elefanti di Annibale (che non sopravvissero all'inverno) misero in fuga, prima sul Ticino e poi sulla Trebbia, le legioni dei consoli Publio Cornelio Scipione e di Tiberio Sempronio Longo, mentre l'esercito cartaginese raddoppiava di numero per l'apporto dei Galli che accorrevano ad arruolarsi nelle sue file. Dopo avere passato l'inverno del 217 a.C. nell'Italia settentrionale, l'esercito cartaginese sfondò le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale le attaccò di sorpresa e le distrusse la mattina del 22 giugno, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo. Ora, dal cuore dell'Italia, l'esercito cartaginese minacciava direttamente Roma, che fu invasa dal panico. In quel momento di supremo pericolo il Senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo. Egli eluse ogni scontro decisivo con i Cartaginesi preferendo una tattica di contenimento e di logoramento, accontentandosi di molestare il nemico e di rendergli impossibile l'approvvigionamento. Scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli che in quel 216 a.C. furono Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. Essi, per non lasciare più a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell'esercito cartaginese, cercarono di risolvere il conflitto in Apulia, dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne, sulle rive del fiume Ofanto. La sconfitta che i Romani subirono fu la più tremenda che la storia della Repubblica registri.

La Battaglia:

L'esercito romano si era accampato sulle due rive del fiume Ofanto, a circa tre miglia dal villaggio di Canne nei cui pressi Annibale aveva posto il campo. Quella romana era un'armata forte di otto legioni e di due ali di cavalleria, per un totale di circa 70.000 fanti e 6.000 cavalieri; al loro comando si alternavano giornalmente, secondo la consuetudine, i due consoli in carica: Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo. Questo meccanismo creava non pochi problemi perché Varrone era impetuoso ma inesperto; Emilio Paolo era più navigato e, forse per questo, più cauto. Di fronte ai Romani e sotto il comando del genio militare di Annibale stava l'esercito cartaginese costituito da 35.000 fanti, tra cui i 19.000 veterani africani, e da 10.000 eccellenti cavalieri numidi, celti e iberici. La forza e la compattezza dell'esercito nemico aveva consigliato al console Emilio Paolo la prudenza: le ferite della Trebbia e del Trasimeno erano ancora aperte e la Repubblica non avrebbe sopportato la perdita di un altro esercito. Egli aveva quindi stabilito due accampamenti: uno più grande sulla riva nord dell'Ofanto e l'altro, di appoggio, sulla riva sud del fiume da dove controllare, in posizione di relativa sicurezza, le mosse di Annibale. Annibale conosceva bene la natura dei due consoli e decise di sfruttare l'irruenza di Varrone nel giorno in cui questi aveva il comando: varcò quindi con l'esercito il fiume Ofanto e finse di portare l'attacco al campo sud dei Romani. Varrone, per mancanza di acume militare o forse per ambizione, non volle perdere l'occasione di dare battaglia campale e, contro il parere di Lucio Emilio Paolo, schierò l'esercito al completo. Al centro, a costituire la potenza d'attacco, stava la fanteria delle legioni disposta su tre ranghi secondo il tradizionale ordine manipolare; sui fianchi si schierarono i due contingenti della cavalleria: alla destra, presso il fiume, quella romana; alla sinistra quella degli alleati italici. L'esercito cartaginese, composto da contingenti di vari popoli, aveva assunto uno schieramento convesso: alla sinistra prese posizione la cavalleria medio-pesante gallica e iberica, alla destra la cavalleria leggera numida; al centro, a formare un cuneo proteso verso il nemico, si pose la fanteria dei Galli e degli Iberici ai quali i veterani di Annibale proteggevano i fianchi. La battaglia si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: sulla sinistra romana, i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi Numidi, mentre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare. Proprio su questo lato, stretti com'erano tra il fiume e la loro fanteria, i cavalieri romani cedettero dandosi alla fuga. Invece di mettersi all'inseguimento, la cavalleria cartaginese si raccolse e poi, muovendo sul retro della fanteria romana, piombò addosso agli Italici ancora impegnati contro i Numidi. Intanto Varrone, con il grosso delle sue legioni, attaccava al centro la fanteria celtica che retrocedeva lentamente senza però scompaginarsi. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti ma, senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che caricarono con forza portando scompiglio nelle sue serrate formazioni. Dal retro, per completare l'accerchiamento, attaccò anche la cavalleria cartaginese che aveva avuto la meglio sui cavalieri italici. I Numidi, intanto, si gettavano all'inseguimento dei nemici in fuga. La fanteria romana era ormai circondata, costretta a combattere in spazi sempre più ridotti. Nonostante la superiorità numerica le otto legioni furono letteralmente fatte a pezzi: rimasero sul campo 48.000 fanti e 2.700 cavalieri, insieme al console Lucio Emilio Paolo che, fin dall'inizio, aveva espresso dubbi sulla tattica; Terenzio Varrone, responsabile del disastroso piano di battaglia, riuscì invece a trovare scampo. Annibale perse 4.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e duecento cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.

Le Conseguenze:

Roma assorbì il colpo con insospettata energia. La sua intatta supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all'esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, quindi il conflitto aspro si trasformò in una guerra di esaurimento. Mentre ebbero scarso esito i tentativi di Annibale di suscitare nuovi nemici a Roma, nel 210 a.C. il giovane generale Publio Cornelio Scipione passò al contrattacco in Spagna, e nel 207 a.C. Gaio Claudio Nerone bloccò sul fiume Metauro l'esercito cartaginese, portato nell'Italia centrale da Asdrubale, fratello di Annibale. A questo punto Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l'Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Guadagnatosi l'alleanza del principe Massinissa di Numidia, Scipione minacciò direttamente Cartagine e per tutto l'anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi di madrepatria. Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama e la sconfitta di Cartagine fu definitiva. Le condizioni di pace imposte dai Romani furono durissime. Da quel momento Roma poteva guardare al di fuori d'Italia non più come una delle potenze del Mediterraneo, ma come la poten-za egemone del mare interno. Di lì a poco altre sfide, con gli eredi ellenistici del grande Alessandro aspettavano la Repubblica: la via dell'Impero era segnata.

Gli Eserciti:

La legione romana Secondo la descrizione fatta dallo storico Polibio (205-115/120 a.C.) una legione comprendeva 4.200 fanti e 300 cavalieri. La fanteria era composta da 1.200 hastati, da 1.200 principes e da 600 triarii tutti divisi in 10 manipoli; i restanti 1.200 uomini, i più poveri e i giovanissimi, formavano la fanteria leggera dei velites, distribuita tra i vari manipoli. La cavalleria era organizzata in 10 reparti di 30 cavalieri. Al comando della legione stavano sei tribuni che rispondevano direttamente al console. A fianco delle legioni romane si schieravano spesso contingenti di alleati, soprattutto latini e italici, organizzati nella stessa maniera ma con una cavalleria più numerosa, di 900 uomini divisi in 30 reparti. Il comando di queste truppe spettava a tre prefetti nominati dal console. La tecnica di combattimento adottata dalle legioni romane mutò sostanzialmente il sistema tattico del mondo mediterraneo, da un secolo dominato dalla falange di tipo macedone o di tipo oplitico. La legione si distribuiva a scacchiera su tre ordini: il primo era formato dai manipoli degli hastati, intervallati da uno spazio pari a quello occupato da un manipolo; i vuoti erano coperti dai manipoli dei principes, che si schieravano sulla seconda linea; l'ultimo rango era costituito dai triarii, che coprivano gli intervalli lasciati dai manipoli di principes e che costituivano la riserva della legione. Durante le prime fasi della battaglia, davanti alla fanteria pesante prendevano posto i velites. L'esercito cartaginese I Cartaginesi erano mercanti accorti, tutti dediti ai loro traffici e alle loro attività. Ritenevano quindi inutile e controproducente dedicarsi personalmente alla pratica delle armi quando potevano reclutare in abbondanza truppe mercenarie tra le popolazioni soggette al loro dominio. Nel periodo della seconda guerra punita le aree di reclutamento furono l'entroterra africano, da cui provenivano i famosi cavalieri leggeri numidi e la fanteria pesante libo-fenicia, e i territori coloniali iberici, che fornivano agli eserciti cartaginesi un'agguerrita fanteria medio-leggera e una buona cavalleria. Secondo lo storico Polibio, Annibale si presentò in Italia con 12.000 fanti africani e 8.000 fanti spagnoli, 6.000 cavalieri tra Numidi e Iberici e più di 30 elefanti. Le vittorie della Trebbia e del Ticino fecero accorrere nel suo esercito i Galli della pianura padana, spinti dall'odio verso Roma e dalla brama di saccheggio; molti Italici del centro-sud si unirono ad Annibale dopo la vittoria del Trasimeno. Con questo esercito, costituito da popoli diversi che avevano differenti tradizioni militari ma organizzati e ordinati dal genio di Annibale, il Cartaginese tenne in scacco per anni la potenza di Roma.

 
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