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Battaglia di Campaldino (1289)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1000 d.C. al 1500 d.C.

Luogo: Piana di Campaldino, Poppi, Italia
Data:
11 giugno 1289
Forze in Campo:
Guelfi contro i Ghibellini
Esito:
Vittoria dei Guelfi
Comandanti: Guelfi:
Guillaume de Durfort e Aymeric de Narbonne -  Ghibellini: Guglielmino degli Ubertini

La guerra nel Medioevo fu molto raramente affare di battaglie. Se si prendono in considerazione i secoli dall'inizio dell'età feudale alla fine del XIV secolo, il periodo che si considera medievale dal punto di vista militare, si nota con facilità che il numero delle battaglie campali combattute è estremamente basso, soprattutto in relazione ad un'epoca nella quale fu invece altissima la conflittualità. La guerra medievale è più questione di "piccola guerra"; incursioni, saccheggi, distruzione di coltivazioni o di raccolti, allontanamento dei contadini dai villaggi e dalle borgate per indebolire l'economia del nemico: questo fu soprattutto la guerra nel Medioevo. Analizzando, ad esempio, le varie fasi della guerra dei Cent'anni, il conflitto che per tutto il XIV secolo contrappose Francesi ed Inglesi, si vede assai bene che quando ci fu battaglia campale essa venne combattuta per il tentativo, di norma da parte dei Francesi, di arrestare una delle spedizioni di saccheggio e devastazione, la cavalcata che costituiva la strategia preferenziale per mettere il nemico alle strette. Se poniamo la nostra attenzione su quanto succedeva in Italia in quell'epoca, vediamo che il fenomeno della piccola guerra è visibile ancora più marcatamente. A partire dall'XI secolo la guerra tra i Comuni o tra le città e i feudatari del contado è quasi esclusivamente guerra fatta di colpi di mano, di cavalcate, di distruzione del territorio; quasi mai è guerra di campagne, lunghe ed articolate, o guerra di battaglie campali. Le spiegazioni del fenomeno sono piuttosto chiare. Innanzi tutto per molto tempo la stessa dimensione demografica delle città italiane, salvo rare eccezioni, non fu tale da consentire ai Comuni di forma-re, equipaggiare e mandare in combattimento che contingenti relativamente piccoli di combattenti; qualche migliaio tra fanti e cavalieri, per la maggioranza delle città, era già un numero molto impegnativo da raggiungere, e questo è ancor più vero per le milizie feudali che, nella prima fase, i signori del contado opposero all'espansione cittadina. Si deve inoltre tenere conto della formazione sociale degli eserciti delle città italiane in quest'epoca. Fino almeno alla metà del XIV secolo, quando la situazione si modificò con l'avvento sul teatro italiano delle compagnie mercenarie, le armate comunali erano composte di cittadini, delle varie classi sociali, non di soldati di mestiere o di professionisti della guerra. Per questo gli eserciti non potevano radunarsi spesso e, quando lo facevano, poteva essere solo per periodi relativamente brevi, pena la messa in difficoltà dell'economia cittadina, che si basava proprio su quei soldati, nella loro veste di mercanti, borghesi, artigiani o salariati. La battaglia di Campaldino che si combatté in Casentino sabato 11 giugno 1289, giorno di San Barnaba, tra l'esercito guelfo di Firenze e le milizie aretine appoggiate dalla feudalità ghibellina della Toscana centromeridionale, è una delle pochissime battaglie campali di grossa dimensione combattute in tutto il Medioevo nell'Italia centrale. Proprio per la sua eccezionalità, il fatto d'armi di Campaldino risulta perciò prezioso per studiare e comprendere lo strumento e l'organizzazione militare di una grande città, quale Firenze, al culmine della fase comunale. Per una campagna di grosse dimensioni, come quella sia pur breve che portò i Fiorentini alla vittoria di Campaldino, infatti, la città aveva mobilitato tutte le sue risorse militari, offrendoci un'immagine chiara di come si muoveva, si schierava e combatteva un esercito comunale alla fine del XIII secolo.

La Genesi:

Dopo la sconfitta subita ad opera dell'esercito ghibellino senese nella battaglia di Montaperti, Firenze fu governata dai ghibellini rientrati in città dopo la battaglia. Farinata degli Uberti, che aveva combattuto a fianco dei Senesi a Montaperti, divenne la figura politica di spicco del partito ghibellino e, opponendosi alla distruzione della città ( ipotesi che era stata ventilata dalle altre città ghibelline toscane ) nell'Inferno dantesco si meritò un vero e proprio monumento in versi. La vittoria ghibellina sembrò per un certo periodo far rifiorire le sorti degli Svevi in Italia ma, con la sconfitta di Tagliacozzo, subita da Corradino di Svevia ad opera degli Angioini nel 1268, fu la parte guelfa sostenuta dai Francesi a riprendere il sopravvento. Questo accadde anche a Firenze dove, con la cacciata delle famiglie ghibelline legate alla feudalità del contado, il partito guelfo riprese il potere. Negli ultimi venti anni del XIII secolo la situazione in Toscana divenne sempre più tesa. Mentre Firenze, con l'appoggio dei Francesi e del Papa diventava il centro d'iniziativa della parte guelfa, che in qualche modo rappresentava gli interessi della nascente borghesia mercantile, i signori ghibellini, appartenenti alle antiche famiglie di nobiltà di spada quali i Pazzi, i Guidi, i Gangalandi, i Fifanti o gli Abati trovarono il loro naturale punto di riferimento in Arezzo, dove dopo molte oscillazioni il vescovo Guglielmino degli Ubertini si era definitivamente avvicinato alla parte ghibellina. La guerra tra le due città era inevitabile. Già nel 1288 un esercito guelfo fiorentino, al comando del pode-stà Antonio de Fusseraca da Lodi ( tutti i podestà fiorentini erano scelti, per un anno, fuori città ) aveva devastato il contado aretino prendendo e bruciando 40 "terre" (castelli) e ponendo persino sotto assedio la città; ai piedi delle sue mura, per scherno, corsero il palio il 24 giugno, giorno di San Giovanni. Il giorno seguente l'oste guelfa tolse l'assedio ad Arezzo e, sulla via del ritorno, il contingente senese a Pieve al Toppo cadde in un'imboscata dei ghibellini comandati da Buonconte da Montefeltro e Guglielmo dei Pazzi di Valdarno e fu sbaragliato. Dopo che nel marzo del 1289 un esercito aretino aveva saccheggiato il contado fiorentino, i guelfi di Toscana decisero che era giunto il momento di saldare il conto con Arezzo. Mobilitate le milizie sotto il comando nominale del cavaliere provenzale Aymeric de Narbonne e del suo balio (tutore militare) Guglielmo di Durfort, che il re Carlo II d'Angiò aveva lasciato a Firenze da cui era passato il 2 maggio, l'oste guelfa si radunò davanti alla pieve di Ripoli, appena a sud di Firenze, per marciare contro Arezzo.

Le Forze in Campo:

Gli eserciti che si scontrarono a Campaldino erano relativamente piccoli, come era normale per le milizie cittadine di quel periodo. I Fiorentini misero in campo circa un migliaio di cavalieri e 10.000 fanti. Il vescovo Guglielmino disponeva di 800 o 900 cavalieri, in gran parte forniti dalle famiglie feudali ghibelline, e di circa 9.000 fanti. Entrambi gli eserciti, quindi, rispettavano la proporzione di 1 a 10 tra cavalli e fanti, tipica di quel periodo.

La Battaglia:

La prima decisione che dovette prendere il comando dell'esercito guelfo ( Aymeric era il comandante nominale, le decisioni erano prese da un consiglio di guerra formato da tutti i più importanti signori guelfi ) fu quale strada seguire per portare l'armata nelle terre aretine. Due erano le possibilità: la prima era seguire il corso dell'Arno e avvicinarsi alla città nemica attraversando la ricca e fertile piana del Valdarno Superiore, la seconda consisteva nel valicare il passo della Consuma, circa mille metri di quota, per poi scendere nel Casentino e dopo Bibbiena muovere su Arezzo. Il consiglio di guerra optò per la seconda possibilità. Questo appare strano; la via di montagna era sicuramente la più disagevole, sebbene più diretta, inoltre i monti del Pratomagno che dividono il Casentino dalla piana fiorentina e il passo della Consuma erano feudi della famiglia ghibellina dei conti Guidi ( un cui esponente, Guido Novello, era podestà di Arezzo ) che li avevano muniti di castelli da cui sarebbe stato facile tendere imboscate all'esercito in marcia. In realtà, come ci conferma anche il comportamento sull'orlo del tradimento tenuto a Campaldino da Guido, che comandava la riserva ghibellina, è molto probabile che tra i Guidi e il partito guelfo fossero state avviate trattative segrete che avevano già ottenuto il risultato di allontanare la potente famiglia dalla fazione ghibellina. L'esercito fiorentino si mise in marcia e, dopo la difficile scalata del passo della Consuma, il 10 di giugno si accampò attorno al borgo di Poppi. Nel frattempo Guglielmino degli Ubertini con l'oste aretina e i fuoriusciti ghibellini di mezza Toscana era uscito da Arezzo e aveva messo il campo fuori di Bibbiena a poche miglia dal nemico. La mattina dell'Il giugno 1289 gli eserciti avversari si schierarono l'uno di fronte all'altro nella piana di Campaldino, a metà strada tra Poppi e Bibbiena. Lo schieramento assunto dalle due armate era abbastanza simile: al centro la cavalleria con i feditori (l'avanguardia) in posizione più avanzata, sui fianchi dei feditori due reparti di balestrieri e palvesari, col grande scudo rettangolare da piantare a terra per difen-dere i tiratori, dietro la cavalleria il grosso della fanteria. I guelfi avevano rinforza-to i corni di fanteria che sostenevano i feditori ( tra i quali impugnava lancia e scudo il giovane Dante Alighieri ) quasi a voler convogliare la carica della cavalleria ghibellina, assai temuta, verso il centro dello schieramento. Entrambi gli eserciti avevano lasciato una riserva: i Fiorentini, agli ordini di Corso Donati, sulla propria sinistra, gli Aretini, comandata dal podestà Guido Novello dei conti Guidi, sulla propria destra. La battaglia iniziò con la carica dei feditori ghibellini, i quali da subito riuscirono a scompaginare e a travolgere l'avanguardia dei cavalieri guelfi e si lanciarono assieme al grosso della cavalleria ghibellina, cui cercò di tener dietro la fanteria, contro il centro dello schieramento nemico. La cavalleria e la fanteria fiorentina riuscirono a far fronte, serrando dietro il muro di scudi, mentre i corni di balestrieri e palvesari guelfi cercavano di stringere sui fianchi il nemico. A questo punto Corso Donati lanciò all'attacco i cavalieri della sua riserva i quali, infilando-si tra le due schiere avversarie, si trovarono di fronte la fanteria aretina che non era riuscita a tenere il passo dei propri cavalli. Scompaginati dalla corsa, i fanti ghibellini non poterono reggere all'urto e i cavalieri di Arezzo ancora impegnati dal grosso delle milizie guelfe si trovarono accerchiati. Un intervento della riserva ghibellina avrebbe forse ancora potuto cambiare la sorte del combattimento ma Guido Novello, avvalorando l'ipotesi di un tradimento della sua famiglia, non intervenne, anzi: fece ritirare i sui uomini senza farli entrare in battaglia. Circondati, i cavalieri aretini e quanto rimaneva delle fanterie si misero presto in fuga, seguiti dai guelfi trionfanti. Nel corso della battaglia l'esercito ghibellino aveva perso almeno 4.000 uomini, tra fanti e cavalieri mentre l'oste fiorentina non aveva subito più di 1.000 perdite; tra i caduti c'era anche il vescovo di Arezzo, Guglielmino degli Ubertini.

Le Conseguenze:

In conseguenza della sconfitta di Campaldino il partito ghibellino, in quanto tale, non giocò più alcun ruolo nella politica toscana mentre Firenze assumeva, di fatto, quel ruolo egemone nella regione che fino ad allora Siena ed Arezzo le avevano contestato, spesso con successo. La città del giglio, che poco più di trent'anni prima era stata salvata dalla distruzione solo dall'intervento di Farinata, col volgere del secolo successivo iniziava quella crescita economica e culturale che la portò a divenire uno dei più fiorenti centri economici e artistici d'Europa. Ma la vittoria non pose fine alle divisioni interne e alle lotte di fazione. Eliminato il pericolo ghibellino, il partito guelfo si divise tra bianchi e neri, facendo riprendere la serie di conflitti intestini che avevano caratterizzato la storia fiorentina. Con la vittoria dei neri appoggiati dal papa Bonifacio VIII i bianchi, tra cui Dante, furono espulsi dalla città, ripetendo la tragedia del fuoriuscitismo che aveva caratterizzato il secolo precedente. ti, in tutto simili ai coevi guerrieri feudali, e in combattenti armati più alla leggera, detti berrovieri, ai quali forse erano affidate anche mansioni di esplorazione e di foraggiamento; non è chiaro se l'avanguardia, i feditori, fosse o meno formata solo da questi ultimi. I fanti, che costituivano il grosso dell'oste cittadina, provenivano dal popolo minuto, merciai, artigiani, salariati. Organizzati in Compagnie o Società ( a Firenze, ad esempio, quelle della Sferza e della Scala ) spesso legate al mondo delle corporazioni e delle arti, i fanti comunali si suddividevano in balestrieri e palvesari, armati questi ultimi di lancia lunga, che coi loro grandi scudi li proteggevano dal tiro nemico. Per un Comune, anche potente come Firenze, il mantenimen-to di un esercito in campagna costituiva un costo economico e sociale molto difficile da sostenere; anche per questo, a partire dalla metà del XIV secolo le milizie cittadine vennero sempre più di frequente sostituite dalle compagnie mercenarie.

 
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