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Battaglia di Breitenfeld (1631)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1500 d.C. al 1800 d.C.

Luogo: Breitenfeld, Sassonia
Data:
17 settembre 1631
Forze in Campo:
Svezia e Sassonia contro il Sacro Romano Impero e la Lega Cattolica
Esito:
Decisiva vittoria svedese
Comandanti:
Svezia e Sassonia:
Gustavo II Adolfo di Svezia e Giovanni Giorgio I - Sacro Romano Impero e Lega Cattolica: Johann Tserclaes e Gottfried Heinrich

L'entrata in campo di Gustavo Adolfo e della Svezia nel corso della guerra dei Trent'anni rappresentò, senza alcun dubbio, uno dei principali punti di svolta nella storia militare moderna d'Europa. Al di là delle pur importanti implicazioni politiche, l'intervento del re svedese e del suo esercito mostrò, per la prima volta con chiarezza, gli effetti sul campo di battaglia di quella "rivoluzione militare" ( il termine ovviamente è contemporaneo ) che nei decenni precedenti era stata tratteggiata dai teorici delle cose militari nei loro scritti. Le vittorie dell'esercito svedese mostrarono sul campo tutta l'efficacia delle innovazioni che nella pratica del guerreggiare erano state via via introdotte negli anni precedenti, confermando l'efficacia di un esercito permanente, reclutato su basi nazionali e che faceva del potere di fuoco la sua arma migliore. A partire dal 1590 gli Olandesi, impegnati nella guerra contro la Spagna, avevano introdotto uno schieramento della fanteria meno profondo che, associato al tiro coordinato dei moschetti a salva, si era mostrato capace di mantenere un volume di fuoco viva-ce e continuo su tutta la linea di combattimento. L'innovazione è da ascrivere al conte Maurizio di Nassau, Stadtholder delle Province unite d'Olanda, che in una lettera al cugino Giovanni di Nassau cita come fonte d'ispirazione la lettura di un autore classico sull'addestramento dei legionari romani nel lancio dei giavellotti. Maurizio faceva schierare i propri moschettieri in sei file che sparavano col sistema della rotazione: la prima fila dopo aver scaricato le armi passava dietro per ricaricare. Questo fatto, associato all'introduzione della cartuccia, con la quantità di polvere necessaria per una carica già pronta, aveva fortemente aumentato il volume di fuoco delle sue fanterie. Fu però lo stesso Gustavo Adolfo, che del resto aveva letto attentamente i lavori dei teorici olandesi e aveva avuto un istitutore militare olandese, a portare a compimento la rivoluzione tattica dei Nassau. Con un esercito formato da un'attenta miscela tra truppe nazionali, reclutate secondo un sistema che anticipava la leva, e reparti di mercenari altamente selezionati, Gustavo poté modificare il sistema di tiro degli Olandesi che, col ripiegamento della fila che aveva sparato, poteva essere utilizzato solo in chiave difensiva: addestrò i propri moschettieri al tiro per extraduzione, in cui le file posteriori con le armi cariche sopravanzavano la fila che aveva appena sparato. Questo sistema, associato con la struttura organizzativa di unità più leggere, composte nella stessa misura da picchieri e moschettieri, consentiva alla fanteria svedese una duttilità tattica ancora sconosciuta agli eserciti avversari. Le unità svedesi, le brigate, erano in grado di mantenere un volume di fuoco quasi doppio rispetto alle altre unità di fanteria del periodo; inoltre, col sistema dell'extradu-zione, erano in grado di passare da un atteggiamento difensivo ad uno offensivo senza dover cambiare la formazione, come accadeva agli altri. Per aumentare ulteriormente il potere di fuoco della sua fanteria, poi, Gustavo introdusse a livello della brigata l'uso di cannoni leggeri detti reggimentali che, al contrario delle pesanti batterie campali, erano in grado di seguire la fanteria in ogni sua evoluzione sul campo di battaglia, garantendole una capacità distruttiva e una gittata di tiro decisamente superiore rispetto alle controparti sul campo di battaglia. Le vittorie svedesi di Breitenfeld nel 1631 e di Liitzen l'anno successivo, battaglia nella quale però il giovane re trovò la morte, fecero di colpo invecchiare i sistemi di combattimento che gli eserciti europei avevano usato fino a quel momento. I pesanti tercios, unità di fanteria di origine spagnola utilizzati un po' da tutti gli eserciti nei primi anni del Seicento, i grossi cannoni da campagna, pressoché immobili una volta messi in batteria, e le cavallerie, addestrate al caracollo e quindi incapaci di diventare arma di sfondamento risolutivo, divennero di colpo obsoleti di fronte all'efficacia, ad un tempo brutale e razionale, della macchina da guerra svedese. A Breitenfeld, per la prima volta, la "rivoluzione militare" uscì dai libri dei teorici per mostrare, sul campo di battaglia, come sarebbe stata la guerra per tutti i due secoli successivi.

La Genesi:

Quando nel 1631 l'esercito svedese di Gustavo Adolfo scese in Germania, deciso ad assumere come propria la causa dei principi protestanti contro l'imperatore e i suoi alleati cattolici, la guerra, che poi noi chiameremo dei Trent'anni, durava già tredici anni. La guerra era scoppiata quando i nobili boemi, rifiutando l'imposizione di un re cattolico, Ferdinando d'Asburgo, da parte dell'imperatore Rodolfo II, dopo la "defenestrazione degli inviati imperiali" dal castello di Praga, avevano dato la corona all'elettore palatino, il calvinista Federico V. Dopo che le truppe cattoliche avevano sconfitto i protestanti boemi alla Montagna Bianca, riconquistando Praga, sembrava che l'episodio dovesse rimanere circoscritto, ma la politica di feroce restaurazione cattolica impostata da Ferdinando, nel frattempo diventato imperatore, preoccupò gli altri principi protestanti dell'impero ( molti dei quali, tra cui l'elettore di Sassonia Giovanni Giorgio, in un primo tempo avevano appoggiato l'imperatore ) e li portò a formare una Lega, appoggiata dal re di Danimarca Cristiano IV, cui si contrappose subito un'allean-za dei principi cattolici con al centro lo stesso Ferdinando e l'elettore di Baviera Massimiliano. A partire dal 1622, con una serie di campagne vittoriose, l'esercito imperiale, capeggiato da condottieri quali Albrecht von Wallenstein e il conte di Tilly, portò la guerra fin nel nord della Germania, costringendo Cristiano a ritirarsi dal conflitto e rendendo precaria la posizione dei principi protestanti. Il nuovo campione della causa protestante fu Gustavo Adolfo, il re svedese che da tempo cercava un buon motivo per intervenire nella confusa situazione tedesca, il quale sbarcò a Peenemunde, sulla costa baltica, il 4 luglio del 1630. Nella sua marcia verso sud l'esercito svedese si congiunse in Sassonia con l'armata dell'elettore Giovanni Giorgio e insieme mossero verso Breitenfeld, a nord-est di Lipsia, per incontrare l'esercito imperiale del Tilly che era risalito dalla Baviera per fermare l'avanzata svedese.

Le forze in campo:

L'esercito cattolico del Tilly poteva contare su circa 30.000 uomini e una quarantina di cannoni da campagna. Gustavo Adolfo comandava 26.000 Svedesi e circa 18.000 Sassoni agli ordini dell'elettore Giovanni Giorgio. Gli Svedesi avevano 30 cannoni pesanti ma disponevano di molti cannoni reggimentali schierati con la fanteria.

La Battaglia:

L'esercito imperiale del conte di Tilly si schierò nella piana vicino al castello di Breitenfeld nella consueta formazione da battaglia. Il Tilly, a onor del vero, era stato a lungo dubbioso se accettar battaglia, giacché l'esercito congiunto di Gustavo e dei Sassoni superava numericamente quello imperiale, ma poi si era convinto su consiglio del comandante della sua cavalleria, il Pappenheim. Gli imperiali avevano schierato le cavallerie sui due fianchi; il fianco sinistro era comandato da Pappenheim, mentre la destra composta in gran parte dai reggimenti della cavalleria leggera croata era sotto il comando diretto del Tilly che comandava anche il centro, formato dai pesanti tercios, le formazioni quadrate in cui si schierava la fanteria imperiale. Dall'altra parte del campo anche la fanteria svedese aveva occupato il centro dello schieramento ma nelle nuove formazioni di brigata, più agili e sottili, che si dimostreranno decisive nel corso della battaglia; la fanteria svedese era sotto i comandi del maresciallo Horn. Sulla destra era il grosso della cavalleria svedese, comandata dallo stesso Gustavo, disposta per squadroni con piccoli distaccamenti di moschettieri inframmezzati, altra innovazione tattica svedese, per dare potere di fuoco ai reparti. A sinistra della fanteria il resto della cavalleria di Gustavo, schierata nello stesso modo; ancora più a sinistra il contingente sassone: al centro i tercios della fanteria ( i Sassoni non avevano ancora recepito le novità svedesi ) e sui fianchi la cavalleria organizzata, come quella imperiale, in profonde formazioni per il caracollo. La battaglia fu aperta da una carica degli squadroni croati del Tilly che, travolta la cavalleria sassone, riuscirono a mettere in fuga anche il grosso della fanteria di Giovanni Giorgio, composta in gran parte da coscritti. La situazione si era fatta davvero molto difficile per gli Svedesi: con un fianco del tutto scoperto e la cavalleria croata pronta a gettarvisi sopra, un esercito tradizionale con ogni probabilità avrebbe dovuto lasciare il campo, per evitare un disastroso accerchiamento. Ma fu in quel momento che le capacità di comando di Gustavo Adolfo e soprattutto la duttilità tattica del suo esercito compirono un vero e proprio miracolo. Mentre l'ala destra e una parte della fanteria avanzavano attaccando il nemico per fissarlo sul terreno, le brigate più a sinistra dello schieramento, assieme alla cavalleria, fecero una rotazione, rifiutando un fianco e formando una linea angolata di circa quarantacinque gradi rispetto alla linea principale. Una manovra simile era impensabile per un esercito come quello del Tilly; le sue pesanti formazioni non sarebbero state assolutamente in grado di compiere un'evoluzione così complessa, sul campo e in vicinanza del nemico; e, se anche l'avessero tentata, sarebbero cadute nel più totale disordine. Riformata la linea, la maggior capacità di fuoco delle brigate svedesi cominciò a far sentire il suo peso nella battaglia. Sulla destra svedese la cavalleria di Gustavo, caricando alla sciabola, aveva avuto la meglio su quella di Pappenheim, formata in gran parte da uomini addestrati al caracollo. Sul centro il tiro a salva dei moschetti svedesi e dei cannoni reggimentali stava aprendo falle enormi tra le pesanti formazioni imperiali che, ancora schierate su otto o dodici file, non riuscivano a rispondere con altrettanta efficacia. Anche la destra svedese aveva superato la crisi: riformata la linea, la fanteria appoggiata da cavalieri e cannoni riusciva senza troppi problemi a ricacciare i poco convinti attacchi degli imperiali. Quando i cavalieri di Gustavo ebbero definitivamente la meglio su Pappenheim la battaglia andò rapidamente verso la fine. Con una conversione a sinistra gli squadroni di Gustavo si trovarono a minacciare direttamente il fianco della fanteria imperiale che non poteva sperare di ricevere aiuti dai Croati, decimati dal tiro svedese. Era troppo anche per i coriacei veterani di Tilly: sempre più rapidamente gli uomini iniziarono a gettare le armi, chiedendo quartiere al nemico. Gli imperiali avevano avuto quasi 8.000 perdite di fronte ai 1.700 Svedesi e 3.000 Sassoni caduti, altri 7.000 imperiali erano stati presi prigionieri e, com'era uso al tempo, immediatamente riarruolati nei reparti mercenari protestanti. La prima prova sul campo del nuovo esercito svedese era stata un trionfo.

Le Conseguenze:

La vittoria di Breitenfeld aprì a Gustavo Adolfo e all'esercito protestante la via della Germania meridionale. Nel dicembre del 1631 gli Svedesi prendevano Norimberga e l'arino successivo la stessa capitale dell'elettore Massimiliano, Monaco, era costretta ad aprire loro le porte. Il Tilly, organizzato un nuovo esercito, tentò di fermare Gustavo sul fiume Lech ma fu battuto e cadde in battaglia. Nell'autunno del 1632 Gustavo dovette di nuovo marciare verso nord. L'imperatore aveva affidato un esercito al Wallenstein che puntava verso la Sassonia minacciando le comunicazioni svedesi. Il 16 di novembre del 1632, dopo una lunga marcia, l'esercito di Gustavo incontrò e scon-fisse gli imperiali del Wallenstein sui colli nei pressi di Liitzen, non lontano da dove si era combattuto l'anno precedente; nonostante la vittoria, il re fu colpito da una palla di moschetto e morì quasi subito. Si concludeva così la brillante, ma breve, carriera di uno dei migliori comandanti del secolo. L'esercito svedese con alterne vicende sarebbe rimasto in Germania fino alla fine della guerra, nel 1648.

La Cavalleria Svedese:

Le riforme di Gustavo non riguardarono solo l'impiego tattico delle fanterie; anche la cavalleria svedese si presentò in Germania rinnovata rispetto alla sua controparte imperiale. Nel secolo precedente, l'impossibilità di sfondare i quadrati di pic-che orlati di moschettieri aveva fatto recedere la cavalleria ad un ruolo ausiliario sul campo. Perduta la capacità di operare sfondamenti decisivi, i cavalieri erano stati relegati col caracollo ad un ruolo d'ammorbidimento del fronte nemico, col fuoco delle pistole prima dell'attacco delle fanterie. Il merito di Gustavo Adolfo fu di comprendere che le cavallerie moderne erano fatte per combattere le altre cavallerie, non per attaccare le formazioni dei fanti. Per far questo riaddestrò i suoi cavalieri all'uso della sciabola e alla carica al galoppo, e per dar loro una certa potenza di fuoco li fece affiancare da sezioni di moschettieri distaccati che li seguivano fino a poco prima della carica finale. Tale sistema si rivelò vincente; in ogni occasione in cui le lente ed indecise cavallerie imperiali si trovarono di fronte gli aggressivi squadroni svedesi, questi riuscirono con una carica a fondo ad avere la meglio sul nemico. Se la fanteria fu l'incudine del lavoro tattico dell'esercito svedese, la cavalleria si può dire ne fu il martello pesante ed aggressivo. Assieme, le due parti del sistema formarono lo strumento adatto perché il genio strategico di Gustavo Adolfo si trasformasse in vittoria sul campo di battaglia.

Il Caracollo:

La presenza dei moschettieri protetti dai picchieri rendeva impossibile per le cavallerie del primo Seicento l'attacco diretto alle fanterie nemiche. La tattica del caracollo usata dai cavalieri, con termine derivato dalle circonvoluzioni del guscio della lumaca (in spagnolo caracol), consisteva nel portarsi a tiro della prima fila nemica, scaricare le pistole e volgere subito il cavallo per portarsi sul retro e rica-ricare, mentre il fuoco era mantenuto dalle file che, via via, si avvicendavano sul fronte. In realtà questa tattica non si dimostrò mai particolarmente efficace e, a partire dal 1630, le cavallerie svedesi addestrate alla carica a fondo spazzarono questi reparti via dal campo di battaglia.

 
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