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Battaglia di Austerlitz (1805)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1800 d.C. al 1900 d.C.

Luogo: Austerlitz
Data:
2 Dicembre 1805
Forze in Campo:
Impero Francese contro l'Impero Russo ed il Sacro Romano Impero
Esito:
Vittoria Decisiva Francese
Comandanti:
Impero Francese:
Napoleone Bonaparte - Impero Russo e Sacro Romano Impero: Alessandro I di Russia , Michail Illarionovič Kutuzov e Francesco II d'Asburgo-Lorena

La campagna del 1805 che culminò il 2 dicembre con la battaglia di Austerlitz, detta anche la battaglia dei Tre Imperatori, nei pressi dell'odierna Olmutz, nella Repubblica Ceca, è considerata a ragione dagli storici militari, assieme a quella contro la Prussia dell'anno precedente, come l'esempio perfetto di campagna napoleonica. Napoleone, diventato imperatore dei Francesi l'anno precedente, era adesso a capo di tutta la politica militare, economica ed estera della Francia. Nel 1805 non esistevano più le armate di riserva, di Germania o d'Italia, esisteva solo la Grande Armée, come era stato chiamato l'esercito dell'imperatore, e ogni distaccamento, ogni corpo, ovunque fosse dislocato e qualsiasi fosse il suo incarico, era controllato dall'imperatore e svolgeva una funzione nell'ambito del piano d'operazioni immaginato da Napoleone. Il movimento dell'esercito dal campo di Boulogne al Reno; la manovra di Ulm, gigantesco aggiramento strategico che mise fuori combattimento l'armata austriaca del generale Mack senza che questa sparasse un colpo; il movimento sul Danubio con la presa di Vienna; infine, il modo in cui Napoleone alla vigilia di Austerlitz, simulando incertezza e quasi timore, riuscì ad indurre i comandanti alleati a mettere la testa nella trappola, tattica e strategica, che aveva loro preparato, costituiscono pagine da cui il genio strategico napoleonico esce prepotentemente. Le armate russe e austriache, come poi quelle prussiane, con i loro vecchi metodi operativi e i loro comandanti ancora formati alla scuola della guerra dei Sette Anni non furono nemmeno in grado di capire cosa le avesse colpite. La rapidità di movimento, la capacità di conseguire sempre la sorpresa strategica e trasformarla in sorpresa tattica, l'audacia dei movimenti e la capacità di tenere sempre ben in vista l'obiettivo finale della campagna, cioè l'annientamento dell'avversario, costituirono le caratteristiche salienti della campagna contro Austria e Russia del 1805. Dopo Austerlitz e la campagna che l'aveva preceduta e preparata, il mondo comprese il significato chiaro del termine "campagna napoleonica".

La Genesi:

La terza coalizione antinapoleonica del 1805 sembrava destinata a un sicuro successo per l'ampiezza dei movimenti previsti e per la potenza delle armate impiegate. Una forza di 94.000 uomini al comando dell'arciduca Carlo, fratello dell'imperatore Francesco II, fu dislocata nella pianura padana dove lo stato maggiore austriaco prevedeva che i Francesi si sarebbero impegnati più massicciamente, mentre altri 72.000 Austriaci, comandati dal generale Mack, furono fatti avanzare verso Ulm, in Baviera, con il compito di minacciare la frontiera francese sul Reno; 22.000 uomini dell'arciduca Giovanni difendevano il Tirolo e mantenevano i collegamenti tra i due eserciti austriaci principali. Intanto, da est, 95.000 Russi si dirigevano verso la valle del Danubio da cui, dopo essersi uniti agli Austriaci, intendevano marciare su Strasburgo attraverso la Foresta Nera, la Svevia e la Franconia, per colpire al cuore la Francia. Due diverse offensive avevano il compito di distrarre i Francesi e dividere le loro forze: quella anglo-russa, diretta dalla Sicilia verso il regno di Napoli e quella russo-svedese, che si muoveva dalla Pomerania verso l'Olanda. Il piano, all'apparenza perfetto, nascondeva una serie di insidie e di errori di valutazione, dei quali profittare Bonaparte per realizzare una delle più sbalorditive imprese della storia militare moderna. Di fronte alla minaccia che si addensava sulla Francia, Napoleone reagì come era nella sua natura e come gli suggeriva la sua esperienza: decise di attaccare per primo l'armata del generale Mack in modo da impedire ogni contatto tra i Russi e le truppe dell'arciduca Carlo e aprirsi, nello stesso tempo, la strada per Vienna. A questo scopo fece marciare rapidamente la Grande Armée dalla Manica al Reno, concentrando nell'area tra Strasburgo e Magonza i corpi dei marescialli Lannes, Davout, Ney, Soult, Marmont e Augereau, insieme alla guardia e alla cavalleria di riserva di Murat; intanto, il corpo d'armata del maresciallo Bernadotte andava a Wiirzburg a congiungersi ai Bavaresi del generale Wrede.I1 25 settembre 200.000 Francesi erano concentrati sul Reno, davanti a un nemico totalmente ignaro della tempesta che stava per travolgerlo. Dopo aver lanciato alcuni finti attacchi con la cavalleria di Murat attraverso la Foresta Nera allo scopo di nascondere le sue reali intenzioni, il 3 ottobre Napoleone iniziò a far ruotare l'Armée verso sud, con un movimento simile a quello di una porta che si chiude. I corpi d'armata francesi, protetti da uno schermo di cavalleria leggera, marciarono attraverso il Baden in direzione di Donauwórth e Ingolstadt, alle spalle di Mack che rimase confuso dalle finte di Murat e tenuto all'oscuro dei movimenti dell'Armée dall'attenta vigilanza delle pattuglie di ussari e di cacciatori a cavallo che non lasciavano filtrare alcuna informazione. 11 7 ottobre i Francesi si impossessarono dei ponti sul Danubio a Munster e a Donauweirth e, il giorno successivo, chiusero la trappola. Napoleone inviò un corpo d'osservazione sul fiume Isar, in direzione di Monaco, per tenere sotto controllo l'avvicinamento dei Russi e nei giorni seguenti conquistò Augusta e Memmingen, a sud del Danubio. Mack trovò così chiusa anche la via di ritirata verso il Tirolo e, completamente circondato, chiese prima un armistizio quindi, il 20 ottobre, si consegnò con i 60.000 uomini che ancora gli rimanevano: la prima fase della campagna si chiudeva con il trionfo dell'intuizione strategica di I maparte. Le forze russe e austriache si stavano intanto riorganizzando. Il 23 ottobre il generale Kutuzov, con un primo contingente di 38.000 Russi, si congiunse a Braunau, poco a nord di Salisburgo, con i 22.000 Austriaci dell'arciduca Giovanni , mentre altri 50.000 Russi, sotto il comando dei generali Bennigsen e Buxhowden si concentrarono in Moravia. Anche l'arciduca Carlo, reduce dalla sconfitta impostagli a Caldiero dall'Armata d'Italia del maresciallo Massena, stava lentamente ripiegando verso l'Austria attraverso le Alpi. Ancora una volta la rapidità decisionale di Napoleone fu determinante. Disposti alcuni corpi d'armata sulle due rive del Danubio, lanciò gli uomini di Bernadotte e di Mortier a inseguire Kutuzov che aveva preferito ripiegare verso la Moravia, mentre a Marmont e a Davout fu affidato il compito di dirigere su Presburgo, in Stiria, per tagliare la via di Vienna alle forze dell'arciduca Carlo che risalivano dall'Italia. L'imperatore, con i corpi di Lannes e di Soult, affiancati dalla guardia e dalla cavalleria di Murat, puntò deciso sulla capitale austriaca che era stata dichiarata "città aperta". Il 12 novembre i Francesi entrarono a Vienna e con uno stratagemma (la notizia di un falso armistizio) strapparono alla guarnigione austriaca il ponte ancora intatto sul Danubio. Superato il fiume, con il fianco sud al sicuro perché Carlo si era diretto in Boemia, l'imperatore fece marciare l'esercito su Hollabrunn con l'intento di tagliare a Kutuzov la ritirata. Ma a Hollabrunn Murat e Lannes furono fermati dai 6000 Russi del generale Bagration, la cui resistenza consentì a Kutuzov di scivolare fuori dalla trappola e di marciare verso nord-est. Le truppe francesi, alle quali si erano aggiunte anche quelle di Bernadotte, non riuscirono a riagganciarlo e il 23 novembre posero il campo a Briinn. Dopo otto settimane di attacchi sembrava che l'Armée avesse esaurito il suo impeto e che la campagna avesse toccato il suo punto critico. Napoleone disponeva solo dei corpi d'armata di Lannes e di Soult, oltre alla guardia e alla cavalleria, per un totale di circa 50.000 uomini esausti; di fronte a lui, su una posizione molto forte verso Olmutz, erano disposti 100.000 uomini delle armate coalizzate alla cui testa si trovavano l'imperatore Francesco II e lo zar Alessandro I. Si attendevano sul campo 30.000 Russi condotti da Bennigsen e i 90.000 Austriaci dell'arciduca Carlo in arrivo dalla Boemia. A Napoleone non rimaneva che un'unica possibilità: ottenere subito una vittoria schiacciante o rassegnarsi al fallimento dell'intera campagna. Per spingere a dare battaglia lo zar, che aveva preso il comando delle forze coalizzate, Napoleone finse di cedere all'armistizio che gli era stato proposto il 27 novembre e ordinò che entro due giorni venissero abbandonate le posizioni dell'altopiano del Pratzen, simulando disordine e confusione. Lasciava così scoperto il fianco destro, proprio dove voleva che gli Austro-russi attaccassero. Mentre abbandonava il Pratzen l'imperatore francese ordinò a Bernadotte e a Davout di riunirsi all'armata. Il primo si trovava 50 km a ovest e giunse sul campo la sera del 30 novembre; il secondo, che era ancora a Presburgo (140 km a sud), si mosse a marce forzate e si presentò all'appuntamento la mattina del 2 dicembre, proprio quando i coalizzati iniziavano gli attacchi di quella che sarebbe passata alla storia come battaglia di Austerlitz o "dei Tre Imperatori".

Le Forze in Campo:

Sul campo di Austerlitz in tutto Napoleone disponeva di 65.000 fanti, 4.000 cavalieri e 139 cannoni. Contro Bonaparte le forze austriache e russe schieravano 80.000 fanti, 5.000 cavalieri e 278 cannoni.

La Battaglia:

Alle prime luci del 2 dicembre, il lato nord dello schieramento francese attestato sull'altura dello Zurlan appariva ben presidiato dalle divisioni di Lannes e di Bernadotte; ad appoggiarle c'erano anche gli squadroni di cavalleria di Murat. Il centro e l'ala destra, che dopo la ritirata dal Pratzen si appoggiavano al corso del torrente Goldbach, erano invece formati soltanto da tre piccole divisioni. Gli Austro-russi decisero l'attacco principale proprio verso il fianco destro francese, che appariva debole ed esposto, mettendo in campo 53.000 uomini, suddivisi in sei colonne, sotto il comando generale di Buxhowden. Intanto Bagration e Kutuzov, con il resto delle truppe coalizzate, avrebbero impegnato frontalmente i Francesi per impedire che sfuggissero all'accerchiamento predisposto. Ma Napoleone aveva un paio di assi nella manica con cui intendeva vincere la partita. La divisione di testa del corpo di Davout proveniente da sud-ovest era infatti ormai in vista dell'ala destra francese; inoltre, dietro le pendici del Pratzen stavano pronte, nascoste dalla nebbia, le divisioni dei generali Saint-Hilaire e Vandamme del corpo d'armata di Soult che, assieme alla guardia e ai granatieri del maresciallo Oudinot, avrebbero costituito la massa di decisione dell'esercito francese. Le sei colonne di Buxhowden, al comando dei generali Doctorov, Kienmayer, Langeron, Kamenskoi, Kollowrath e Miloradovic, discesero le pendici sud-ovest del Pratzen e già intorno alle otto i Russi di Doctorov e gli Austriaci di Kienmayer contendevano ai fanti francesi del generale Legrand i villaggi di Telnitz e Sokolnitz. Solo l'arrivo della divisione Friant, l'unità di testa del corpo di Davout, riuscì a tamponare momentaneamente l'impeto degli alleati. A nord le truppe di Bagration, appoggiate dalla cavalleria russa e dai corazzieri austriaci del generale Lichtenstein, senza molto successo iniziarono a premere contro la collinetta fortificata di Santon, contrastate dalle divisioni del generale Caffarelli e del maresciallo Suchet. Al centro, Napoleone attendeva il momento giusto per lanciare l'attacco decisivo sul Pratzen. L'arrivo, provvidenziale ma previsto, delle divisioni del corpo di Davout aveva arrestato la spinta offensiva delle divisioni di Buxhowden, alle quali si erano aggiunte anche le ultime unità che presidiavano il Pratzen. Attorno alle dieci l'altipiano era tenuto solo da un velo di fanteria dietro il quale era disposta la guardia del granduca Costantino (il fratello dello zar) che costituiva l'unica riserva degli alleati. A quel punto Napoleone intuì che il suo momento era arrivato. Uscendo dalla nebbia che per tutta la mattina le aveva nascoste agli occhi dei nemici, le divisioni di Vandamme e di Saint-Hilaire si lanciarono all'attacco del Pratzen, mentre più indietro per sostenere l'attacco anche la guardia, i granatieri di Oudinot e le divisioni di Bernadotte iniziarono ad avanzare decise verso est. Con le ali impegnate sui fronti nord e sud, il centro austro-russo si trovava completamente sguarnito e a intervenire sul Pratzen rimaneva solo la riserva della guardia del granduca Costantino sul quale ricadde la responsabilità di salvare la giornata. I dieci battaglioni di fanteria e i diciotto squadroni di cavalleria della guardia dello zar, le migliori truppe dell'armata moscovita, mossero all'attacco intorno a mezzogiorno e all'inizio i 10.000 soldati scelti riuscirono a ricacciare la divisione di Vandamme, catturando anche l'aquila del 4° reggimento di linea. Subito rispose il violento contrattacco di cavalleria della guardia francese che, in un quarto d'ora, annientò il corpo dei cavalieri dello zar; poi i granatieri di Oudinot, rimpiazzando gli uomini di Vandamme, misero in rotta la guardia russa appiedata. La rotta della guardia russa segnò per gli alleati l'inizio della fine. Mentre a nord Bagration iniziava a sganciarsi inseguito cautamente dalla cavalleria di Murat, a sud Buxhowden si era spinto troppo profondamente nell'attacco contro Davout. Con una conversione a destra le forze congiunte di Bernadotte e Soult discesero allora le pendici meridionali del Pratzen caricando alle spalle l'armata russa, che troppo tardi si rese conto di essere completamente circondata. A nord e al centro la battaglia era praticamente terminata e i Francesi, all'inseguimento dei Russi, avevano occupato Austerlitz e si erano avviati lungo la strada per Olmutz. A sud, invece, si stava consumando l'ultimo atto della disfatta alleata: circondate su tre lati e attaccate a fondo le truppe di Buxhowden non ressero a lungo e, rotte le formazioni, si volsero disordinatamente alla fuga martellate dall'artiglieria e sciabolate dagli ussari e dai cacciatori a cavallo francesi. Chi cercò scampo attraverso gli stagni gelati di Satschan fu inghiottito dal ghiaccio che non resse il peso di uomini, cavalli e cannoni. Alle quattro del pomeriggio, dopo nove ore di battaglia, l'esercito alleato non esisteva più, cancellato dal genio militare dell'Imperatore. Gli Austro-russi rimasti sul campo furono 15.000, vennero fatti 12.000 prigionieri, presi 180 cannoni e 50 bandiere; l'Armée aveva perso 8.000 uomini.

Le Conseguenze:

La battaglia di Austerlitz, pur essendo uno dei trionfi più totali della storia della guerra, non chiuse definitivamente la contesa. L'Austria era in ginocchio e l'imperatore Francesco II fu costretto il 26 dicembre a firmare la pace di Presburgo che prevedeva per gli Austriaci condizioni durissime. Ma i conti con la Russia non erano ancora chiusi per Napoleone: l'anno dopo, assieme alle armate prussiane, gli eserciti dello zar avrebbero costretto i soldati della Grande Armeé ad altre costo-se campagne e sanguinose battaglie.

I Marescialli:

Fin dall'XI secolo la Francia onorava i suoi soldati più insigni fregiandoli del superbo titolo di maresciallo che, col tempo, divenne più onorifico che militare. I "marescialli effettivi" dell'impero napoleonico erano previsti in un numero massi-mo di sedici, più quelli ad honorem come rappresentanti dell'esercito al Senato. Il 19 maggio del 1804 furono resi noti i nomi della prima tornata di eletti (quattordici marescialli effettivi e quattro onorari) presentati in ordine di comparsa, o almeno di pubblicazione. Al primo posto c'era Berthier, l'insostituibile capo di stato maggiore di Napoleone; al secondo Gioacchino Murat, cognato dell'imperatore; Bernadotte, cognato del fratello maggiore, Giuseppe, appariva al settimo posto. Il più anziano della lista, sulla soglia dei settant'anni, era Kellermann, l'eroe di Valmy; il più giovane era il trentaquattrenne Davout. Negli undici anni che seguirono furono insigniti del maresciallato altri otto ufficiali, tra i quali il polacco Poniatowski.

Gli Eserciti Alleati:

Gli eserciti austriaco e russo che nel 1805 si trovarono di fronte la Grande Armée erano strutture vecchie e incapaci di capire i mutamenti che la Rivoluzione francese e Napoleone stavano introducendo sui campi di battaglia. Spesso al comando di uomini anziani che avevano fatto carriera solo in virtù della loro nobile nascita, le armate alleate obbedivano ancora ai canoni tattici e strategici delle guerre del Settecento. Le fanterie russa e austriaca, composte da mercenari o coscritti inquadrati da una disciplina feroce, applicavano il sistema dello schieramento in linea che le rendeva lente e poco elastiche sul campo di battaglia, mentre erano quasi assenti i soldati addestrati a combattere in ordine sparso. L'artiglieria alleata era anch'essa superata: i pezzi dai calibri più vari creavano gravi problemi di munizionamento e i nobili ufficiali erano spesso digiuni di ogni cognizione tecnica. Anche sul piano tattico mostrava gravi carenze: i cannoni venivano schierati a piccoli gruppi lungo tutto il fronte di combattimento perdendo gran parte della loro efficacia rispetto alle grosse concentrazioni di pezzi delle batterie francesi. Solo la cavalleria era all'altezza della sua controparte francese che superava spesso per addestramento e cavalcature, ma la quasi totale assenza di coordinamento con le altre armi e l'inesperienza dei comandi superiori annullavano questi vantaggi.

L'Artiglieria Francese:

L'artiglieria francese che tanta importanza ebbe nelle battaglie napoleoniche ( Napoleone non dimenticò mai di essere un ufficiale di artiglieria ) era organizzata in batterie di otto pezzi ciascuna: batterie leggere, con pezzi da 4 libbre (peso della palla); medie, con pezzi da 6 o da 8 libbre; pesanti, con pezzi da 12 libbre. Quelle medie e leggere "a piedi" (cannoni ippotrainati con serventi appiedati) erano assegnate alle divisioni di fanteria; le stesse, ma con i serventi montati, accompagnavano le divisioni di cavalleria. Le batterie pesanti venivano riunite nella riserva di corpo d'armata o d'esercito ed erano utilizzate in massa con effetti devastanti. I cannoni sparavano palle di ferro piene con una gittata che, a seconda dei calibri, poteva raggiungere anche i 1.500 metri, o scatole a mitraglia (cartocci pieni di palle da moschetto) per le distanze ravvicinate.

 
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