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Battaglia di Adua (1896)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1800 d.C. al 1900 d.C.

Luogo: Adua, Etiopia
Data:
1º Marzo 1896
Forze in Campo:
Impero d'Etiopia contro il Regno d'Italia
Esito:
Decisiva Vittoria Etiopica
Comandanti:
Impero d'Etiopia:
Menelik II d'Etiopia , Ras Alula Engida , Ras Mekonnen e Welde Mikaél  - Regno d'Italia: Oreste Baratieri , Giuseppe Arimondi , Vittorio Dabormida e Matteo Albertone

Se la sconfitta britannica ad Isandlwana nel gennaio del 1879 era stata solo un incidente di percorso sulla strada della colonizzazione britannica nell'Africa meridionale (in fin dei conti, si trattò solo della distruzione di un piccolo reparto e, comunque, il risultato finale del ciclo operativo fu totalmente favorevole agli europei), la sconfitta subita dalle truppe italiane a Adua da parte dei guerrieri etiopici di Negus Menelik il primo marzo del 1896 fu un vero e proprio disastro. Quella comandata dal generale Baratieri non era una piccola unità sorpresa dal nemico, ma un vero e proprio esercito, circa 17.500 uomini, tra fanteria nazionale ed Ascari, e la sconfitta portò alla fine della guerra, vinta senza dubbio alcuno dagli Etiopici, e fece rimandare di quaranta anni il sogno del colonialismo italiano di allungare le mani sull'Abissinia, come si chiamava allora l'Etiopia. Parafrasando von Clausewitz si potrebbe affermare che, se la guerra è la continuazione della politica, la guerra coloniale italiana degli ultimi due decenni del XIX secolo fu la continuazione ovvia di una politica coloniale stracciona, condotta in ritardo rispetto alle altre potenze europee e in una delle aree più marginali e più povere d'interesse di tutta l'Africa. La storia della nascita della colonia d'Eritrea e dei tentativi fatti dai governi romani, in ultimo quello di Crispi, per consolidare ed espandere la presenza italiana nel Corno d'Africa non può, ovviamente, essere oggetto di questo lavoro; ma certamente il modo con cui la politica italiana affrontò le questioni poste dalla gestione militare della colonia rappresenta un capitolo buio del giovane Stato italiano. Con una serie di provvedimenti slegati l'uno dall'altro, in cui si alternavano vanagloriose pretese da grande potenza e meschine taccagnerie di bilancio, ai vari comandanti militari della regione, ultimo Oreste Baratieri, non si riuscì mai a dare una linea operativa precisa, affidando spesso le scelte e la gestione delle attività diplomatiche coi potentati vicini ad avventurieri legati alle camarille delle politiche nazionali che spesso millantavano inesistenti rapporti coi ras locali. La situazione non è migliore se si guarda da vicino la qualità del personale militare inviato in colonia. Ufficiali spesso più attenti alla carriera e alle lotte intestine della casta militare che alle necessità del servizio non furono mai merce rara all'Asmara; e anche tra coloro che più convintamente si dedicarono alla conduzione delle operazioni militari le due categorie più numerose erano quella degli imbevuti di dottrina militare "alla prussiana", del tutto inutile sulle ambe etiopiche o, addirittura, quella dei perfetti ignoranti. La pressoché totale assenza di servizi cartografici o di conoscenza del terreno e la terribile arretratezza e disorganizzazione dei servizi logistici fecero il resto. Il disastro di Adua fu quindi, in qualche modo, un disastro annunciato, cui si andò incontro con un ottimismo pressappochista che affiora ancora oggi nei documenti ufficiali e ne rende sconcertante la lettura. Il prezzo pagato dal Paese a tali atteggiamenti fu alto: una cocente umiliazione e un conseguente ridimensionamento delle nostre ambizioni coloniali, ma soprattutto 5.900 morti tra Italiani ed Ascari lasciati tra le montagne tigrine.

La Genesi:

I tentativi italiani di costruire un impero coloniale si evidenziarono alla conferenza di Berlino, svoltasi tra il 1884 e il 1885, nel cui ambito i Paesi già titolari di colonie definirono le reciproche aree di influenza e stabilirono per il futuro alcuni criteri di concertazione. Pur assente dalla conferenza, l'Italia cercò di partecipare alla spartizione dell'Africa mossa da ragioni di prestigio, divenute più consistenti dopo che la Francia si era insediata in Tunisia (dichiarata protettorato francese nel 1881) ignorando analoghe ambizioni italiane. Nella scelta coloniale contarono anche ragioni di politica interna: le future colonie potevano rappresentare una valvola di sfogo per assorbire l'eccesso di manodopera. Le mire espansionistiche del governo italiano si indirizzarono verso una zona dell'Africa orientale nella quale l'insediamento coloniale appariva più agevole, sia perché esploratori e missionari avevano per così dire aperto un varco in quella regione, sia perché la concorrenza degli altri Paesi europei nella zona era meno agguerrita, dato soprattutto lo scarso interesse economico o strategico che l'area rivestiva. Dopo avere acquistato dalla società di navigazione Rubattino nel giugno del 1882 la baia di Assab, sulla costa meridionale del Mar Rosso, nel febbraio del 1885 il governo italiano, presieduto da Agostino Depretis, inviò i primi contingenti dell'esercito, che sbarcarono a Massaua e di lì assicurarono il controllo sulla vicina zona costiera, che avrebbe formato la futura colonia di Eritrea, stanziandosi poi in Somalia e ponendo le basi per la successiva avanzata in Abissinia (ora Etiopia). Questa prima fase dell'espansione coloniale italiana fu però segnata dal grave episodio di Dogali, località nei pressi di Massaua dove il 26 gennaio 1887 una colonna di circa 500 soldati italiani fu massacrata dalle truppe abissine del ras Mula; il presidente del consiglio Depretis fu costretto a dimettersi e fu sostituito da Francesco Crispi, che nel 1889 concluse con il Negus Menelik, imperatore d'Abissinia, il trattato di Uccialli, in virtù del quale l'Italia si vedeva riconosciute le conquiste in Eritrea, eretta a colonia nel 1890. In realtà questa clausola era riportata soltanto nella versione italiana del trattato, pare che la nostra diplomazia non fosse stata in grado di trovare un interprete sufficientemente affidabile per leggere la versione in etiopico; questo portò alla controversia che di lì a qualche anno sfociò nella guerra tra Italia e Impero Etiopico. La tensione tra Italia ed Etiopia era continuata a salire per tutti gli anni seguenti la stipula del trattato e quando, alla fine del 1895, risultò chiaro che Menelik non aveva nessuna intenzione di riconoscere il protettorato italiano sul suo Paese, il governo Crispi decise per un'azione militare. Il compito fu affidato al comandante militare della colonia d'Eritrea, il generale Oreste Baratieri, il quale, deluso dalla scarsa attenzione del governo nei confronti delle necessità della colonia, aveva poco prima deciso di presentare le sue dimissioni dall'incarico. Furono solo le pressioni dirette di Crispi a convincere Baratieri a ritirare le dimissioni, facendolo così andare incontro al suo destino di sconfitta. Per un'operazione nell'area del Tigrè, che avrebbe dovuto ristabilire l'egemonia italiana sull'Etiopia e magari ( ma le linee operative non furono mai chiarite bene dal governo ) sconfiggere l'esercito di Menelik, fu messa a disposizione di Baratieri una forza composta da 17.500 uomini, di cui 6.500 Ascari dei battaglioni indigeni.

Le Forze in Campo:

Le tre colonne in cui Baratieri aveva organizzato il suo esercito contavano sul campo di Adua circa 15.000 uomini, cifra che arriva a 16.000 se si contano anche le truppe lasciate di guardia al parco artiglieria e rifornimenti di Adi Dikè e Entrisciò; di questi circa 6.000 erano indigeni. Accompagnavano le brigate diverse batterie da montagna per un totale di 56 cannoni leggeri. Molto difficile è valutare la forza dell'armata abissina di Menelik. Il Negus, secondo il sistema militare semifeudale etiopico, aveva chiamato a raccolta le bande di tutti i ras più importanti dell'impero: probabilmente ad Adua erano presenti circa 100.000 guerrieri etiopi, dei quali forse meno della metà armati di un qualche tipo di arma di fuoco.

La Battaglia:

Nei primi giorni del gennaio 1896 l'esercito radunato dal Negus Menelik si era portato nel Tigrè, regione occidentale dell'Etiopia su cui si erano, negli anni precedenti, maggiormente appuntati gli appetiti d'espansione del governo italiano. Menelik, galvanizzato dalla vittoria ottenuta sugli Ascari del maggiore Toselli il mese precedente all'Amba Alagi, mise sotto assedio il forte di Makallè, tenuto dal tenente colonnello Galliano con circa 1.200 uomini tra Ascari e nazionali, che si arrese dopo tre settimane. Di fronte alle due sconfitte le pressioni su Baratieri perché prendesse decisamente l'offensiva contro Menelik divennero ancora più pressanti. Per tutto il mese di febbraio le discussioni nel comando italiano su quale strategia adottare per contenere e respingere l'esercito abissino furono serrate. Alla fine, come spesso accadeva nei comandi italiani, prevalse un compromesso tra coloro che propugnavano una difesa ragionata della colonia e quelli che, ritenendo irrisoria la forza militare abissina, spingevano per un'offensiva risolutiva nel cuore del Paese nemico. La campagna che si andava preparando sarebbe stata una ricognizione offensiva, termine tanto usato nella pubblicistica militare ottocentesca, specie italiana, quanto privo di reale significato, verso le posizioni di Menelik per costringerlo, si sperava, a riportare l'esercito nell'interno. Il 29 febbraio Baratieri emanò l'ordine di operazioni per la campagna. Le forze italiane furono suddivise in quattro colonne: all'ala destra la brigata Dabormida, al centro la brigata Arimondi e più indietro la brigata di riserva del colonnello Ellena; alla sinistra, infine, la brigata indigena Albertone. A complicare la già complessa natura del movimento venne la scarsa conoscenza che si aveva dei luoghi attraverso i quali .si sarebbe dovuto marciare; Baratieri distribuì ai suoi comandanti una cartina, pare schizzata da lui stesso, molto sommaria e con diverse imprecisioni che certo non facilitò lo svolgimento delle operazioni. Partendo dai rispettivi accampamenti le brigate, con una marcia notturna, si sarebbero dovute ricongiungere formando un fronte tra il monte Esciasciò a nord e il Semaiata a sud, schierandosi: Dabormida sul colle Rebbi Arienni, Arimondi ed Ellena sullo stesso colle Rebbi Arienni, Albertone sul colle Chidane Meret. Una disposizione semplice che nelle intenzioni, basate non si sa bene su quale interpretazione dei fatti, avrebbe attirato l'esercito di Menelik, o almeno la sua retroguardia, verso un'inevitabile sconfitta. Secondo le valutazioni italiane, infatti, di fronte alle colonne non c'erano più di 30.000 Abissini, demoralizzati e a corto di provviste: un compito agevole per i 14.000 fanti italiani e le loro armi moderne. I fatti saranno ben diversi, a cominciare dalla differenza tra la mappa di Baratieri e la realtà del terreno. La marcia della brigata Albertone, formata in grande mag-gioranza da truppe indigene più a loro agio su quelle montagne, fu più spedita delle altre brigate e ben presto si trovò a precederle. Questo di per sé non avrebbe avuto conseguenze gravi se i sentieri centrali e meridionali che conducevano agli obiettivi stabiliti, diversamente da quanto pensasse Baratieri, non avessero finito col ricongiungersi. L'imprecisione della carta e gli incerti di una marcia notturna costrinsero quindi la colonna di Arimondi, e conseguentemente quella di Ellena, a fermarsi per lasciar sfilare quella di Albertone che iniziò a distanziarsi. Tra la brigata Albertone e il resto del corpo di spedizione si apriva un vuoto che non sarebbe più stato riempito; inoltre la brigata Albertone doveva schierarsi sul colle Chidane Meret: questo, in effetti, non si trova dove lo posiziona la carta di Baratieri, ma molti chilometri a sud-ovest. Spinto forse dall'ansia di combattere o sollecitato dalle guide Albertone, senza chiedere ulteriori istruzioni né informare Baratieri, decise di raggiungere la posizione che doveva nominalmente occupare e non di restare su quella che logicamente gli competeva: il monte Erarà. La distanza tra le brigate divenne così abissale: la brigata indigena alle 6 aveva già raggiunto il "vero" Chidane Meret, schierandosi nel triangolo tra il Chidane Meret, il colle Adi Vecci e le pendici del Semaiata, mentre alla stessa ora le altre tre brigate erano ancora ferme al colle Rebbi Arienni. Nelle sua memorie Albertone dirà che in quel punto egli contava di riunirsi con le altre brigate: quale fosse il motivo di questa sua convinzione, le cose andarono ben diversamente. Gli Abissini, informati dalla popolazione dei movimenti italiani, non si fecero prendere di sorpresa. Subito attaccarono Albertone, travolgendo la sua avanguardia e costringendo al ripiegamento anche la seconda linea; nel frattempo i guerrieri iniziarono ad infiltrarsi nello schieramento italiano attraverso sentieri di montagna noti solo a loro. Poco prima delle 7 Albertone, preoccupato dalla piega presa dagli avvenimenti, stilò un messaggio per Baratieri chiedendogli di intervenire. In quel momento, però, Baratieri di fatto aveva già perduto il controllo della battaglia. Secondo le sue memorie egli intendeva schierare le brigate Dabormida e Arimondi una a fianco all'altra tra monte Raio e monte Bellah, con la brigata Ellena di riserva. Dabonnida ha portato con sé nella tomba l'ordine di Baratieri, anche perché non lo rivelò nemmeno ai suoi collaboratori. Tre le versioni: attestarsi (come sostiene Baratieri) sul monte Bellah collegandosi con Arimondi; prendere sul fianco gli Abissini attaccandoli dal Diriam; oppure soccorrere Albertone muovendo contro il campo abissino nella valle Mariam Sciauitù. In realtà Dabormida non fece nulla di tutto questo. Si infilò nella valle Mariam Sciauitù, cercando anche di prendere contatto con la brigata indigena, distaccando un battaglione sul monte Diriam. Ma, arrivato verso le 9, Dabormida trascorse un'ora e mezza fermo ad aspettare: che cosa non si sa, comunque furono gli Abissini ad andargli incontro e per le 10 e 30 la sua brigata era già praticamente tagliata fuori sia da Albertone che da Arimondi. Gli Abissini, infatti, erano persino giunti su quello stesso monte Bellah che Dabormida avrebbe dovuto occupare, almeno nelle intenzioni di Baratieri. Gli ordini dati ad Arimondi, invece, sono noti, ma non per questo appaiono logici: Baratieri verso le 7 ordinò ad Arimondi di prendere il posto di Dabormida sul colle Rebbi Arienni, cosa impossibile fino a che la brigata di Dabormida non l'avesse lasciato libero. Solo alle 8 Baratieri ordinò effettivamente ad Arimondi di occupare il monte Raio, secondo l'idea originale. Le brigate centrali entrarono in combattimento già prima delle 10, quando ormai la brigata Albertone stava sparando le ultime cartucce. I soldati attendevano l'arrivo degli Abissini, preannunciati dalla colonna di fuggitivi: potevano intravedere grandi masse di nemici valicare le colline, scomparire per poi riapparire più vicine e così vicini agli Ascari in fuga da rendere impossibile il tiro dei cannoni. La brigata Arimondi, schierata frettolosamente dal suo comandante, si trovava appesa al monte Raio: un appiglio insicuro visto che era rimasta scoperta a destra e a sinistra nessuno l'avrebbe protetta mai. Il nemico attaccò la brigata da ogni parte, travolgendo la linea di fuoco nel giro di un paio d'ore: a mezzogiorno Arimondi era morto e i resti della sua brigata in disordinata fuga. Ellena si trovò impegnato quasi contemporaneamente ad Arimondi, perché gli Abissini, passando a nord e a sud della zona montagnosa, avevano aggirato le posizioni italiane, persino passando sotto il monte Raio. Quella di Ellena era la brigata più robusta delle quattro, anche se aveva distaccato unità e rinforzi: forse non avrebbe potuto fermare l'avanzata nemica, ma certo non ne ebbe nemmeno il tempo. Ormai la coesione tra i reparti, già messa in crisi dalle improvvide istruzioni di Baratieri, era del tutto scomparsa. Nel pomeriggio ogni resistenza coerente era cessata: numerosissimi piccoli gruppi di truppe combattevano ancora senza speranza, completamente circondati o arroccati sulle cime dei monti, mentre il resto del corpo di spedizione era in ritirata inseguito dai cavalieri Galla. Il caos impedì persino di dare l'ordine di ritirata: del resto Baratieri non aveva dato disposizioni per le linee di ripiegamento. Ognuno fuggì come poteva, facilitando il compito degli inseguitori. Quando in maggio le nostre truppe arrivarono sui luoghi della battaglia per seppellire i cadaveri, ben 1.500 dei 3.025 corpi ritrovati giacevano fuori dell'area della battaglia, uccisi durante la ritirata. Morirono circa 5.900 tra Italiani e Ascari. Maggiore il numero dei morti abissini, forse attorno i 10.000 caduti, ma la vittoria di Negus Menelik era stata indiscutibile.

Le Conseguenze:

La sconfitta di Adua fece cessare ogni velleità espansionistica italiana nei confronti dell'Etiopia. 11 26 ottobre del 1896 fu conclusa la pace tra Italia e il Negus: col trattato firmato l'Italia riconosceva l'assoluta indipendenza dello stato etiopico e, inoltre, ritirava ogni suo distaccamento o presidio dal Tigrè, limitando la sua presenza militare ai confini della colonia eritrea. La sconfitta creò in Italia una forte reazione anti-coloniale; il governo Crispi presentò le sue dimissioni il 5 marzo, mentre l'intero Paese sembrava percorso da una scossa volta a individuare i responsabili del disastro. Come spesso accade in Italia, la montagna partorì il topolino. Il solo Baratieri fu messo sotto processo; egli fu assolto sebbene le sue responsabilità, anche se non solo le sue, nell'incredibile sconfitta fossero ben chiare. Quaranta anni dopo Adua un altro esercito italiano avrebbe marciato attraverso le ambe etiopiche: il ( relativamente ) moderno esercito fascista ebbe comunque bisogno di ricorrere ai gas asfissianti e a non poche atrocità per aver ragione della coraggiosa resistenza etiope. L'impero coloniale italiano ebbe comunque breve durata e si sfaldò rapidamente sotto i colpi di poche brigate britanniche tra l'inverno 1940 e la primavera 1941.

L'Esercito di Menelik:

L'attività militare in Etiopia era un elemento fondamentale della vita del regno e spesso era lo strumento che ne determinava le regole. Il sistema militare era direttamente ereditato dal Medioevo e si basava su un principio di tipo feudale per cui ogni ras (signore di un territorio) doveva all'imperatore il servizio militare assieme ai suoi seguaci. Per pastori ed agricoltori, mettersi al servizio come guerrieri di uno dei ras era la via più rapida di assicurarsi il possesso di terre, bestiame o schiavi: di qui, la spiegazione per l'entusiasmo guerriero che attraversava l'intera società etiopica. Nel 1887 uno studio sull'esercito del Negus del capitano Cecchi, l'unico che l'esercito italiano si sia mai degnato di fare, faceva risalire a circa 145.000 uomini, quasi metà dei quali a cavallo, il potenziale militare etiopico. comunque difficile sapere esattamente di quale armamento disponessero i guerrieri ad Adua; probabilmente non più di metà erano dotati di armi da fuoco e, anche tra queste, doveva esserci una grande varietà di tipi e di modelli. Se Inglesi, Francesi e Italiani avevano negli anni precedenti fornito fucili relativamente moderni ai vari ras, sperando di utilizzarli per le loro politiche, non pochi dovevano essere ancora i vecchi moschetti ad avancarica o addirittura a miccia risalenti ad almeno due secoli prima. L'esercito abissino comunque si rivelò un avversario pericoloso e coraggioso, tutto il contrario di quelle bande indisciplinate che i militari italiani pensavano di mettere in fuga con poche scariche di fucileria.

 
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