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Battaglia di Adrianopoli (378 d.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1 a.C. al 1000 d.C.

Luogo: Adrianopoli, Tracia (odierna Edirne, Turchia)
Data:
378 d.C.
Forze in Campo:
Esercito dell'Impero Romano contro i Visigoti
Esito:
Decisiva vittoria gota
Comandanti:
Esercito dell'Impero Romano:
Valente - Visigoti: Fritigerno

Secondo molti storici e non solo militari la battaglia di Adrianopoli in Tracia (attuale Turchia), combattuta il 9 agosto del 378 dopo Cristo, rappresenta almeno dal punto di vista della storia della guerra la fine dell'antichità in senso classico e l'inizio di una fase nuova, quello che sarebbe stato definito il Medioevo. Indubbiamente già all'epoca l'eco che la battaglia ebbe in tutto il mondo romano fu enorme. Per la prima volta un esercito romano comitatense, ciò da campo, costituito dalle migliori forze militari dell'impero, era stato battuto in modo decisivo in una battaglia campale da un esercito di barbari. Altre sconfitte aveva subito Roma da quando, nel III secolo, era iniziato quel grande movimento migratorio da noi conosciuto come invasioni barbariche, forse meglio definibili come movimenti di genti germaniche verso occidente e verso i confini dell'impero. Ma, stavolta, non si era trattato di un'imboscata o di un'insurrezione che aveva preso di sorpresa un'armata sparsa su un territorio né si era trattato dello sfondamento di una linea di confine, fortificata sì, ma lunga ed esposta. Stavolta i Goti avevano sconfitto Roma sul suo terreno: lo scontro diretto in campo aperto. Grande emozione aveva suscitato anche la morte sul campo dell'imperatore Valente, il primo tra gli imperatori di Roma a cadere per mano dei barbari germani. Per tutti questi motivi sicuramente Adrianopoli assume un posto di grande rilievo nell'ambito del storia militare e della storia più in generale, ma credo che sia un po' azzardato parlare di anticipazione se non, come qualcuno fa, di inizio del Medioevo. Come sostegno a tale ipotesi di lavoro, da più parti si è rilevato come la sconfitta della fanteria romana, legionaria e ausiliaria, sia avvenuta per la prima volta per opera di un esercito formato in maggioranza di cavalieri e come proprio la cavalleria gota sia stata l'arma risolutiva sul campo di Adrianopoli. In realtà questo era già successo, a partire dal campo di Carre nel 54 a.C., quando un'armata legionaria condotta da Crasso era stata fatta a pezzi dall'esercito partico, composto unicamente di cavalleria. Inoltre avvicinare i cavalieri goti, che avevano vinto a Adrianopoli, ai milites della nobiltà medievale e feudale vuol dire fare un salto troppo brusco nell'evoluzione storica trascurando dati fondamentali come il fatto che in seguito, ad esempio negli eserciti dei regni romano-barbarici sorti sulle rovine dell'impero, i Germani furono soprattutto combattenti appiedati; il che sembra contestare la tesi di un'evoluzione univoca verso il cavaliere medievale. Anche l'analisi dello sviluppo tecnico dell'arte della guerra mostra la necessità di essere molto prudenti con le affermazioni, si pensi ad esempio che la staffa fu introdotta in Europa, per via probabilmente iranica, solo due secoli dopo la battaglia di Adrianopoli. In ogni caso lo scontro combattuto ad Adrianopoli resta un momento importante nella storia della guerra non foss'altro perché, di fatto, aprì la strada ad un periodo di ulteriore instabilità politica e militare in seno all'impero e accentuò le divisioni tra impero d'Oriente e impero d'Occidente, anche sul piano militare.

La Genesi:

Nell'anno 276 dopo Cristo l'intera nazione dei Goti Tervingi, detti Visigoti o Goti dell'ovest, attraversò in massa con donne, vecchi e bambini il Danubio, nel tratto che scorre nell'odierna Bulgaria. Spinti da est dal movimento inesorabile delle tribù unne, i Visigoti avevano concluso un accordo con l'imperatore romano d'Oriente, Valente, il quale s'impegnava a concedere ai Goti il permesso per un insediamento sparso in Mesia, in Tracia e nella Dacia Ripense. In cambio Fritigerno, capo dei Visigoti, s'impegnò a consegnare le armi dei suoi guerrieri e a consegnare ai Romani ostaggi scelti tra i fanciulli di più nobile origine. L'accordo prevedeva che, in attesa di potersi insediare su terre coltivabili, i Goti ricevessero dai Romani sussidi in cibo per affrontare il periodo d'insediamento. L'intesa raggiunta sembrava essere vantaggiosa per entrambe le parti: i Goti si sarebbero sentiti al sicuro, dietro la protezione del limes romano, mentre i Romani avrebbero avuto l'insediamento goto a far da cuscinetto tra le province interne e i popoli barbari di oltre Danubio; inoltre Valente contava di ricavare dai Goti un gran numero di ottimi soldati per rimpolpare l'esercito sempre a corto di uomini. La gestione dei nuovi arrivati si rivelò, invece, disastrosa. Tra i funzionari di frontiera, al cui vertice stavano il comes Lupicino e il dux Massimino, la corruzione era enorme e diffusissima. Già durante il passaggio del Danubio molti Goti, prostituendo le loro donne, riuscirono a conservare le loro armi e, in seguito, le quantità di viveri pattuite subivano tante ruberie prima della consegna ai Germani, che molte famiglie per sopravvivere dovettero risolversi a vendere come schiavi i propri figli. Ad aumentare la confusione i Goti Greutungi o Ostrogoti cioè Goti dell'est, che vivendo a contatto coi popoli della steppa si erano trasformati in ottimi cavalieri, approfittarono del caos per passare a loro volta il Danubio, con i loro capi Alateo e Safrace, nonostante non ne avessero ricevuto il permesso dall'imperatore. Tra la fine del 376 e l'inizio 377 i Visigoti, che avevano trovato in Fritigerno un capo abile e risoluto, spinti dalla fame, erano in piena sollevazione e, riunitisi ai cugini Ostrogoti ai quali si erano aggregati contingenti unni e alani, mossero verso Marcianopoli, l'odierna Devna, quartier generale di Lupicino. Fallito da parte di quest'ultimo un tentativo di assassinare Fritigerno e gli altri capi, i Visigoti sconfissero le forze di Lupicino davanti alla città, integrando il loro scarso armamento con le armi prese in battaglia al nemico. Valente capì il pericolo che la situazione gli stava presentando e, riunite le forze di stanza in Armenia e in Asia Minore, dopo aver concluso una tregua con l'eterno nemico sassanide, si portò in Tracia per affrontare i barbari. Valente, per quanto sia passato alla storia come uno dei peggiori imperatori della romanità, era più colpevole di circondarsi di funzionari corrotti, che personalmente sprovveduto; cosciente del pericolo che 200.000 Goti (anche se questa cifra comprendeva vecchi, donne e bambini) costituivano all'interno delle frontiere, domandò il supporto del nipote Graziano, l'Augusto dell'Occidente. Quest'ultimo però, impegnato da un attacco alamanno sul medio corso del Reno, poté muoversi solo con ritardo: nell'estate del 378, quando Valente, posto il campo a Adrianopoli, fronteggiava Fritigerno e i suoi guerrieri, le truppe occidentali si trovavano ancora in marcia lungo il Danubio, ai confini tra Pannonia e Dacia. Valente aveva due possibilità: prendere tempo per attendere i rinforzi di Graziano, oppure arrischiare la battaglia, con le sole forze orientali, e sconfiggere da solo Fritigerno.

Le forze in campo:

Valente era al comando di un esercito comitatense orientale, forte di circa 40.000 uomini, 10.000 dei quali potrebbero essere stati a cavallo. I Goti di Fritigerno sono valutati dalle fonti antiche ad almeno 200.000, ma i combattenti raggiungevano probabilmente le 50.000 unità, di cui circa 20.000 cavalieri, in massima parte Ostrogoti, Unni e Alani al comando di Safrace ed Alateo.

La Battaglia:
Nei primi giorni dell'agosto del 378 l'esercito romano di Valente, schierato attorno alla città di Adrianopoli, fronteggiava le forze gote di Fritigerno che si erano accampate su una collina a qualche decina di miglia dalla città, protette dal tradizionale grande cerchio di carri che i Romani chiamavano carrago. È lecito pensare che fosse intenzione dell'imperatore d'Oriente attendere il ricongiungimento con le truppe occidentali di Graziano, che Valente sapeva a poche giornate di marcia da lui, per ottenere una schiacciante superiorità numerica e infliggere ai Goti un colpo decisivo. Ma all'improvviso Valente parve aver cambiato idea e al mattino di un caldissimo 9 di agosto le truppe romane mossero verso il campo di Fritigerno. Non sapremo mai con esattezza cosa fosse accaduto per far mutare d'opinione l'imperatore d'Oriente; Ammiano Marcellino, nelle sue Storie, ci parla di un prete cristiano che, portando al comando imperiale supposte offerte di trattativa da parte del capo visigoto, erroneamente informò Valente che i Goti non potevano contare su più di 20.000 uomini in grado di combattere. Probabilmente sulla scelta di Valente influì soprattutto il desiderio di ottenere una vittoria personale, senza doverne dividere il merito col nipote Graziano, Augusto d'Occidente, che già si era coperto di gloria sul limes renano. Fatto sta che dopo una marcia faticosissima, in una contrada assolata dove la calura era aumentata dagli incendi appiccati a bella posta dai Visigoti, l'esercito di Valente giunse in vista dei carri che circondavano il campo barbaro, schierandosi a battaglia con la fanteria delle legioni palatine e degli auxilia al centro e le cavallerie sui fianchi. Alla vista dell'esercito romano Fritigerno, quasi privo di cavalleria poiché il contingente ostrogoto di Safrace e di Alateo era lontano dal campo in missione di foraggiamento, fece uscire i propri guerrieri dal campo schierandoli in formazione da battaglia sulle pendici della collina. Per qualche ora i due eserciti si fronteggiarono senza che nulla accadesse. Pare addirittura che in questa fase vi siano stati degli abboccamenti tra i due capi per la conclusione di una tregua che avrebbe potuto rimandare la battaglia. Sempre secondo quanto ci dice Ammiano, addirittura il comes domesticorum dell'impero d'Occidente, il germano Ricomero, un alto ufficiale che Graziano aveva mandato allo zio come avanguardia delle sue truppe, si preparava a raggiungere il campo goto per intavolare una trattativa quando, dalla sinistra romana, due reparti delle scholae, scutarii e arcieri a cavallo, entrambi contingenti di cavalleria leggera, si lanciarono di propria iniziativa all'attacco delle linee gote. L'attacco dei due reparti isolati non poteva avere successo e subito fu respinto in disordine, ma questo movimento aveva, di fatto, aperto la battaglia che quindi iniziò con un'operazione fuori dal controllo del comando imperiale. Il centro romano, formato dalla fanteria degli auxilia palatina e dalle vexillationes legionarie, attaccò con decisione il muro di scudi formato dai guerrieri goti, mentre le cavallerie romane tentavano un movimento aggirante. In un primo momento sembrò che l'attacco delle truppe di Valente avesse successo; sotto la spinta dei migliori reparti di fanteria dell'impero d'Oriente le file gote sembrarono vacillare e nel campo barbaro iniziò a serpeggiare il panico. Quando sembrava che Valente e il suo esercito potessero avere la meglio, il ritorno sul campo della cavalleria ostrogota rovesciò completamente le sorti della battaglia. I cavalieri ostrogoti, alani e unni che formavano le truppe di Safrace e di Alateo piombarono sul fianco destro dell'armata imperiale che, colto di sorpresa, non resse all'urto. Lo stesso Valente si mise alla testa della riserva, costituita dalle legioni palatine, per cercare di chiudere la falla; ma era troppo tardi: già affaticato dalla marcia, duramente impegnato sul fronte dalla tenace fanteria gota, l'esercito romano fu travolto e solo i reparti dell'ala sinistra riuscirono a ripiegare in disordine sfuggendo alla carneficina. Assieme all'imperatore Valente, il cui corpo non fu mai ritrovato, caddero sul campo di Adrianopoli due cornites, tre duces, trentacinque tribuni e più di 10.000 uomini. Anche se le perdite gote (  di cui non possediamo nessuna stima ) dovettero essere alte, si trattò della peggior disfatta subita da un'armata romana fin dai tempi di Canne.

Le Conseguenze:

La sconfitta di Adrianopoli non ebbe come conseguenza immediata il crollo dell'impero, sebbene non pochi dei contemporanei lo temessero nei mesi immediatamente successivi alla battaglia. Però le conseguenze ci furono, e furono conseguenze pesanti e permanenti. Teodosio, il successore di Valente, nominato Augusto per l'Oriente da Graziano, dopo un triennio di guerre contro Fritigerno, la cui autorità tra i clan goti nonostante la vittoria si era andata indebolendo, concluse coi Goti un trattato di pace. Con la pace ai Goti erano riconosciute le terre che essi avevano avuto già col primo trattato accettato da Valente ma, stavolta, l'insediamento germanico dentro i confini dell'impero era, di fatto, una signoria indipendente, che solo formalmente ed in modo vago riconosceva la supremazia di Costantinopoli. Fu da questo momento che l'impero sia ad Occidente sia ad Oriente andò assumendo quella forma di confederazione di potentati, di solito germanici, che contraddistingueranno i suoi ultimi decenni, prefigurando la geografia politica dell'Europa dei regni barbarici. Anche l'esercito cambiò dopo Adrianapoli: la germanizzazione delle armate romane, già avviata, ebbe ulteriore impulso. Nei ranghi come tra gli ufficiali la presenza di Germani di varie etnie diventò via via più preponderante. Saranno proprio questi soldati germani che, con onore, si batteranno fino all'ultimo giorno per tenere alte le insegne e gli ideali di un impero che andava ogni giorno spegnendosi.

L'Esercito Romano del Tardo Impero:

L'esercito romano che combatté ad Adrianopoli non era più quello dei primi secoli dell'impero. A partire dal II secolo dopo Cristo, con la grave crisi derivata dalla matura del limes renano da parte degli Alamanni e degli Svevi, era risultato chiaro che la vecchia struttura legionaria basata sulla fanteria pesante e il dispieganto dei reparti lungo tutta la linea di confine non erano più adatti ad una situazione strategica in cui diveniva necessario spostare rapidamente robusti contingenti per colpire i gruppi di invasori che avessero sfondato il limes. Fu l'imperatore Diocleziano alla fine del III secolo a codificare, con una riforma militare, la nuova situazione determinatasi negli anni precedenti. Innanzitutto l'esercito fu diviso in due parti; da un lato i reparti limitanei, formati da truppe stanziate lungo le frontiere che divennero col passar del tempo niente più che una milizia territoriale, dall'altro gli eserciti comitatensi, cioè le armate di manovra, in cui sempre maggior peso assumevano i reparti montati, schierati all'interno delle province in posizioni strategiche, da cui potevano intervenire rapidamente nei luoghi in cui la minaccia si fosse presentata. Anche la struttura organizzativa dei reparti mutò. Sebbene le vecchie legioni rimanessero inalterate almeno sul piano nominale e organizzativo, l'entità dei loro reparti venne fortemente snellita: circa 1.000 uomini per la fanteria, la metà per la cavalleria. Era un processo iniziato almeno un secolo prima con il distacco dalle legioni, spesso definitivo, di reparti detti vexillationes, da usare per specifiche necessità tattiche. Grande importanza presero, poi, le fanterie degli auxilia, eredi dei vecchi ausiliari che pur potendo schierarsi assieme ai legionari nella linea di battaglia erano molto efficaci anche nelle azioni di scaramuccia che sempre più spesso divenivano, necessarie per contrastare le bande di Germani sconfinate all'interno dell'impero. Particolare importanza fu posta nell'organizzazione della cavalleria. Divisa in catafractarii e clibanarii, di linea, equites contariorum, e leggera, equites illyricani e sagittarii, la cavalleria era organizzata in unità dal nome differente, numerii, turmae o vexillationes, ma tutte formate da circa 500 uomini. In una situazione tattica che sempre più privilegiava rapidità e mobilità, la cavalleria era diventata il vero nerbo dell'esercito. Ai reparti comitatensi di linea si aggiungevano unità di palatini e di scholae, in entrambi i casi formate da soldati d'élite e spesso tenuti in riserva o schierati lungo la linea di battaglia dove si prevedeva si sarebbe svolta l'azione decisiva. In conclusione, a differenza di quanto spesso si pensa si può dire che l'esercito del tardo Impero, per quanto fortemente germanizzato, rimase sempre un valido baluardo nella difesa dello stato e si dimostrò uno degli strumenti bellici più raffinati ed efficienti tra quelli che Roma aveva avuto nel corso della sua storia.






 
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