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Battaglia dei Campi Catalàunici (451 d.C.)

Storia > Battaglie Storiche > Battaglie dal 1 a.C. al 1000 d.C.

Luogo: Châlons-en-Champagne, presso Troyes, Francia settentrionale.
Data:
20 giugno 451
Forze in Campo:
Impero Romano d'Occidente contro gli Unni
Esito:
Vittoria strategica romana
Comandanti:
Impero Romano:
Ezio , Teodorico I e Sangibano - Unni: Attila , Valamiro e Ardarico

La battaglia dei Campi Catalaunici, combattuta attorno alla fine del giugno 451 tra un esercito composto di Romani e Germani al comando del generale romano Ezio e l'armata unna di Attila, a qualche miglio dall'odierna Troyes nella regione francese della Champagne, è da sempre tradizionalmente considerata come una delle battaglie decisive della storia europea. Come Milziade a Maratona o Carlo Martello a Poitiers, Ezio è noto come l'uomo che, alla testa dell'ultimo esercito che Roma sia stata in grado di mettere in campo, poco più di un ventennio prima del tramonto dell'impero romano d'Occidente, riuscì a fermare le orde degli Unni di Attila che, come un torrente in piena, minacciavano di sommergere l'Europa e di travolgere quello che restava della civiltà. Oggi è lecito domandarsi se fu proprio così. Per prima cosa cerchiamo di capire chi erano gli uomini che sotto Ezio si batterono ai Campi Catalaunici; sì è detto l'ultimo esercito romano ma, in effetti, l'esercito di Ezio di romano aveva molto poco. Solo alcuni dei buccellarii, i membri della guardia personale di Ezio, potevano in qualche modo ancora essere fatti discendere dalla tradizione militare romana del tardo impero, anche quella già fortemente germanizzata. La grande maggioranza dei combattenti agli ordini di Ezio erano, in realtà, contingenti tribali che combattevano sotto i propri capi e secondo il modo di combattere tradizionale delle loro tribù. Gli Alani di Sangibano, i Visigoti di Teodorico e grossi contingenti di Franchi, di Svevi e di altre etnie germaniche costituivano il grosso di quell'armata che noi ci ostiniamo a definire romana. Del resto, anche l'armata di Attila non era più quell'esercito totalmente composto di cavalieri unni che il khan si era portato dietro dalle steppe dell'Asia centrale alla conquista dell'Europa. A fianco di Attila combattevano i Gepidi di Ardarico, le tribù ostrogote di Valamiro e Teodomiro oltre a gruppi di Franchi, Sarmati e Turcilingi organizzati nei loro clan tribali. Si può dire che ciò per cui combatterono gli uomini impegnati sui Campi Catalaunici solo parzialmente era connesso con le sorti di Roma o dell'Impero. Salvo, forse, Ezio medesimo, che si può supporre per formazione e per cultura si sentisse ancora in qualche modo legato all'idea di romanità, i combattenti di quel giugno del 451 dopo Cristo furono i protagonisti della prima grande battaglia del mondo europeo post-romano. Una battaglia che aveva come posta non la sopravvivenza di un impero, comunque ormai morente, ma la sistemazione dei rapporti di potere tra le varie etnie germaniche in quell'area geografica che allora si chiamava ancora Gallia, ma che molto presto, proprio da uno dei popoli germanici presenti sui Campi Catalaunici, prenderà il nome di Francia. Tutto questo non rende la battaglia meno importante, al contrario ce la fa vedere in modo ancora più vivido come una prefigurazione del futuro, piuttosto che come un retaggio di un passato destinato a non tornare. Se Attila e i suoi alleati non fossero stati fermati nella polvere dei Campi Catalaunici, probabilmente il baricentro di quell'Europa barbarica ma vitale che si stava formando sarebbe stato spostato più verso est, con conseguenze difficili da immaginare per il prosieguo della storia europea.

Gli Unni:

Come tutti i popoli della steppa, gli Unni erano essenzialmente dei cavalieri. La loro cultura si era sviluppata in uno degli ambienti naturali più difficili dell'emi-sfero settentrionale: la steppa dell'Asia centrale. Sui loro piccoli ed irsuti pony ( ogni guerriero in campagna ne portava almeno tre per poter sempre avere sotto mano una rimonta fresca ) gli Unni erano capaci di percorrere decine e decine di miglia al giorno, mostrando una mobilità che sconcertava e atterriva le popolazioni sedentarie. Coperti di pelli, unti di grasso rancido, parchissimi nelle abitudini, mangiavano carne quasi cruda e spesso, in mancanza d'acqua, bevevano il sangue delle cavalcature, gli Unni spaventavano e ripugnavano i più civilizzati popoli con cui vennero in contatto tanto da far dire di loro al goto romanizzato Jordanes: "Animali selvaggi, bestie a due zampe, semi-uomini che mangiano i loro vecchi, bevono il sangue e si nutrono della carne scaldata sotto le selle dei loro cavalli". Forti di questa fama, gli Unni sul campo di battaglia partivano dal vantaggio di terrorizzare a priori i loro nemici, che bersagliavano con una moltitudine di frecce, scagliate con rapidità e precisione dalla sella, in una serie di ripetute cariche e ritirate che di solito scompaginavano lo schieramento nemico. Questa tattica, che sarà usata in seguito anche da altri popoli della steppa come gli Ungari o i Mongoli, aveva spesso successo contro le schiere semi-barbare dei popoli germanici, ma diventava poco efficace se, come ai Campi Catalaunici, i cavalieri unni si trovavano di fronte reparti disciplinati o posizioni forti, quali colline o addirittura lavori campali.

La Genesi:

Oggi si ritiene che sia stato il movimento verso occidente delle tribù unne, che tra la fine del III e l'inizio del IV secolo dopo Cristo attraversarono i monti Urali, a provocare quel movimento di genti e di popoli da est verso ovest, che causò ( o secondo alcuni accelerò ) la caduta della romanità occidentale, che ci è noto col nome, generico e oggi contestato, di invasioni barbariche. La storiografia cinese ci dice che nei primi secoli della nostra era una serie di tentativi di violare il confine settentrionale della Cina fu compiuto da diverse tribù di nomadi, forse riunite in una confederazione, che si autodefinivano Hiun-su. Una volta falliti i loro tentativi di invadere la Cina gli Hiun-su scomparvero dall'orizzonte politico e culturale cinese spostandosi verso occidente. È assai probabile che questi Hiun-su fossero i padri di quegli Unni che poco tempo dopo, varcati gli Urali, si riversarono sui popoli germanici del Don e del Danubio soggiogandoli o costringendoli ad emigrare verso ovest. Come detto, il movimento degli Unni provocò conseguenze catastrofiche a partire dalla fine del III secolo in tutto l'Occidente. Fu però solo a partire dalla prima metà del V secolo che gli Unni, ai quali sia Roma sia Costantinopoli avevano pagato tributi, divennero una minaccia diretta per l'Occidente romano. In precedenza, infatti, i cavalieri delle steppe, che avevano stabilito una sorta di stato nomadico nelle pianure d'Ungheria, si erano sempre rivolti contro la parte orientale dell'impero, una preda più vicina e, probabilmente, più disposta a pagare tributi. Fu il giovane Attila, da poco nominato khan (re o capo) degli Unni, della cui organizzazione socio-politica si sa ancora molto poco, a stringere un'alleanza col re ostrogoto Valamiro oltre che col vandalo Genserico e ad iniziare nella primavera del 451 una vera e propria invasione delle Gallie.

La Battaglia:

Dopo essere riuscito ad attraversare il Reno, grazie anche alla collaborazione dei vari capi franchi che ne controllavano le due rive, Attila pose sotto assedio la città di Orléans, sebbene l'armata unno-ostrogota, priva di macchine, non fosse ben attrezzata per la guerra d'assedio. L'esercito di Ezio e di Teodorico, cui si erano aggiunti gli Mani di Sangibano, si mosse verso la Champagne e la Borgogna per minacciare le linee di comunicazione di Attila e costringerlo ad una battaglia campale, tipo di combattimento a cui gli Unni non erano abituati, usi alla scaramuccia e alla razzia. Alla ricerca di un terreno aperto ove poter schierare la sua numerosa cavalleria leggera, Attila mosse verso nord, attraversando la Senna, tallonato dall'esercito di Ezio. Dopo un primo scontro tra la retroguardia unna e le avanguardie visigote e alane, i due eserciti si trovarono di fronte nella pianura detta dei Campi Catalaunici, cioè appartenenti alla città di Chàlons. Il campo di battaglia era vasto e pianeggiante, come desiderava Attila, ma sulla destra dello schieramento romano c'era un piccolo colle che Ezio fece occupare dagli arcieri goti e da un contingente di Franchi. Attila aveva schierato al centro i suoi cavalieri urini, mentre sulla destra stavano gli Ostrogoti di Valamiro, anch'essi eccellenti cavalieri, alla sinistra invece le truppe appiedate dei Gepidi col loro re Ardarico. Ezio si era posto sulla destra, assieme a Goti, Franchi e ai suoi buecellarii romani; il centro era tenuto dagli Mani di Sangibano e la sinistra dai Visigoti di Teodorico. Secondo la consueta tattica degli Unni, la battaglia fu aperta da una serie di cariche di cavalleria sul centro, intervallate da scariche di frecce degli arcieri a cavallo asiatici. L'attacco ebbe successo, e gli Alani si scompaginarono presto. Anche l'ala destra di Attila mosse all'attacco e subito si accese una violenta mischia tra gli Ostrogoti e i Visigoti, che divenne lo scontro centrale della battaglia, mentre gli Unni cercavano, con scarso successo, di dare l'assalto alla collina tenuta da Ezio. In un primo momento sembrò che gli Ostrogoti dovessero avere la meglio sui loro cugini Visigoti, stante anche la morte del re visigoto Teodorico. Ma il figlio del re, Torismondo, riuscì a mantenere uniti i suoi e contrattaccò con forza la cavalleria ostrogota. Respinta la cavalleria nemica Torismondo piegò a destra, in sostegno di Ezio, per cui Attila per evitare il rischio di un accerchiamento fu costretto a ritirarsi. Seppure in maniera non decisiva Ezio e i suoi alleati avevano vinto la battaglia. Battuto, Attila si vide così costretto a rinunciare al suo progetto di invasione della Gallia.

Le Conseguenze:

La sconfitta, sebbene avesse frustrato l'intenzione di Attila di impadronirsi della Gallia, non aveva tuttavia diminuito la sete di conquiste del re unno. L'anno successivo Attila col suo esercito si diresse contro l'Italia dove, dopo un fallito tentativo da parte di Ezio di intercettarlo, mise sotto assedio Aquileia: la città veneta fu messa a ferro e fuoco e i suoi abitanti furono massacrati o trascinati come schiavi verso est. La notizia gettò Roma nel terrore: dopo il sacco dei Vandali, all'Urbe toccava ora una ben più catastrofica invasione, quella dei selvaggi Unni, che per i civilizzati Romani erano poco più che animali. Come è noto la città fu salvata dall'interces-sione di papa Leone che, andato incontro al khan, lo convinse a tornare indietro risparmiando Roma. Probabilmente ciò che convinse Attila a fermarsi fu più la notizia di torbidi in Ungheria che rischiavano di minacciare il suo potere e le sue linee di rifornimento che l'intercessione del sant'uomo. Comunque gli Unni volta-rono i cavalli e ritornarono nelle loro pianure pannoniche dove, di lì a poco, Attila morì. Gli Unni così sparirono dalla storia, velocemente e violentemente come vi erano entrati. In Gallia le conseguenze della battaglia dei Campi Catalaunici furono più durature. Visigoti, Franchi e Mani si spartirono il territorio dando vita a tre regni separati, che spesso furono in guerra tra di loro. Solo un secolo dopo la dinastia franca dei Clodovingi doveva riuscire ad unificare gran parte del paese, dandogli quel nome, Francia, con cui ancora lo conosciamo.

 
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