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Arabi

Storia > Storia medievale

Nel VI secolo, la Penisola arabica era abitata, nelle sue aree centrali e settentrionali, da tribù nomadi indipendenti mentre in quelle meridionali erano attive, sotto il nome di Himyariti (i latini homerites), gli eredi dei grandi regni sabei, del Hadramawt, del Qataban, di Awsan e dei Minei, tutte culture sedentarie estremamente progredite nelle conoscenze idrauliche e assai attive fin dal secondo millennio a.C. nel commercio dei cosiddetti "aromata", fra cui il famoso incenso, assai richiesti in area mediterranea, mesopotamica e iranica.
I beduini, abitanti della steppe arabe, erano invece dediti al piccolo e grande nomadismo a causa del loro speciale modo di sussistenza che si basava strettamente sull'allevamento di ovini e di dromedari e sull'assalto di altri gruppi nomadi e delle carovane dei mercanti. Erano politeisti e il santuario di Mecca era forse il più importante centro di incontro sia religioso sia commerciale, quanto meno nella regione del Hijāz.

Maometto (570-632)

All'inizio del VII secolo, Maometto riuscì a fare degli arabi una nazione, fondando uno Stato teocratico.
La tradizione islamica vuole che Maometto fosse nato il 20 aprile 570 alla Mecca, da un'importante famiglia cittadina. Dopo la morte del padre fu allevato dalla madre Amina bint Wahb e, alla morte di costei, dal nonno paterno ‘Abd al-Muttalib, per essere affidato alla morte anche di questi alla tutela dello zio paterno Abū Ṭālib. Nel 595 sposò una ricca e colta vedova, Khadīja, di circa 15 anni più anziana di lui e titolare di un'impresa carovaniera nella quale Maometto era stato a lungo procuratore. Dopo il matrimonio, che migliorò notevolmente la sua situazione, Maometto svolse il mestiere di mercante. Già entrato in contatto con la comunità ebraica medinese e conosciuti gli esponenti della più rarefatta presenza cristiana nell'area non c'è dubbio che delle due grandi religioni egli abbia conosciuto i principali assunti teorici, anche se è impossibile quantificarne gli apporti, a dispetto di quanti vogliono negare una sua originalità all'Islam per il quale, tra l'altro, è impossibile negare il contributo anche sud-arabico e mazdeo. Quasi sicuramente, durante un suo viaggio, era entrato in contatto con cristiani monofisiti in Siria[5].
La predicazione di Maometto iniziò nel mese di Ramadan del 610, quando, secondo la tradizione tramandata dal Corano, sul Monte Hira, nei pressi di Mecca, al Profeta apparve l'Arcangelo Gabriele che gli parlò inculcandogli la Rivelazione musulmana. Seguirono numerose altre visioni, ritiri spirituali, voci che gli parlavano. Inizialmente Maometto confidò queste esperienze solo a pochi intimi, tra i quali il cugino Alì e i congiunti ʿUthmān b. ʿAffān e Abu Bakr, mentre solo verso la fine del decennio successivo iniziò a predicare in pubblico una rivelazione monoteistica. Egli predicava un Dio unico "Allah" (parola araba che deriva dalla radice <'-l-h>, "divinità"), per il quale era l'Inviato (rasūl) per concludere il messaggio, perfezionandolo, già annunciato nella Bibbia. Le caratteristiche della sua predicazione erano un duro tono apocalittico e una ferma condanna del politeismo che, con i pellegrinaggi alla Kaʿba, era una delle attività più remunerative a Mecca.
Il 16 luglio 622 Maometto e una trentina circa di seguaci, sempre più invisi ai potenti concittadini, si defilarono dalla città e si rifugiarono a Yathrib (poi chiamata Medina). Fu la vera e propria Egira del 622 che segnò l'inizio dell'epoca musulmana grazie alla positiva accoglienza della sua predicazione nella città. Nel 624 Maometto, scese in campo contro La Mecca con una serie di guerre con alterne vicende. Nel 630 finalmente Maometto, la cui autorità era ormai indiscussa, entrò alla Mecca senza colpo ferire. Sbaragliati gli ultimi coreisciti, all'età di quasi 60 anni si dedicò, coronato il suo sogno primario, all'espansione della fede islamica nelle terre dei nomadi e semi-nomadi vale a dire l'intero Ḥiǧāz. Egli accettò comunque il compromesso di mantenere il santuario della Kaʿba, integrandolo nella spiritualità islamica. Morì a Medina nel 632.
La fortuna della predicazione di Maometto fu l'accoglienza positiva che ricevette da tutte le tribù beduine, riuscendo a dare ad esse un credo e un'identità comune e sottraendole alla spirale di vendette tribali che protraevano una guerra continua (che si mitigò, ma restò comunque endemicamente presente essendo strettamente collegata alla vita nomadica, alla razzia delle greggi, al possesso dei pozzi, ecc.). I beduini offrirono alla causa islamica tutta la loro fedeltà, il senso dell'onore, la straordinaria audacia guerriera e la frugalità che permisero nel giro di pochi decenni di conquistare un vero e proprio impero. Da un lato si veniva a nobilitare la pratica diffusa della razzia (che per i beduini era un diritto, un titolo di vanto e di sostentamento), dall'altro essa si accostava ad una delle norme basilari della nuova religione, il jihad ("sforzo nella direzione gradita a Dio"), che aveva come fine non tanto la conversione, ma l'assoggettamento degli infedeli, tramite il riconoscimento della superiorità araba e il pagamento di un tributo.

I seguaci di Maometto
Intanto, a Medina, in un'improvvisata riunione, si decisero i destini politici della Umma (la comunità islamica), identificando il primo successore di Maometto e "luogotenente" di Dio in terra: il califfo. Egli non era un "re": il re era sempre Dio, che guidava il popolo dei credenti. Il califfo ne era solo il vicario sulla terra.
Già per disposizione del primo califfo, Abū Bakr, ma assai più per volontà del terzo califfo ʿUthmān b. ʿAffān, furono raccolte le tradizioni orali e i pochissimi appunti scritti relativi al Corano, il libro sacro dell'Islam, ma anche la sua legge, perché nello Stato islamico la sovranità appartiene a Dio. Maometto era riuscito con la sua predicazione a dare unità alle tribù beduine indirizzando verso l'esterno la guerra violenta che in genere essi esercitavano tra di loro stessi. Il jihād, lo "sforzo per Dio", impropriamente tradotto come guerra santa, che viene invocato ogni volta che l'Umma, la comunità musulmana, si trova minacciata nell'esistenza, la libertà e la sicurezza. Per il Corano esiste un "piccolo" jihād verso un nemico esterno e un "grande" jihād verso i nemici interni, intesi come il peccato, le proprie debolezze e contraddizioni.

L'espansione islamica
Per un trentennio il califfato fu elettivo, prima di diventare ereditario con la dinastia degli Omayyadi che trasferirono nel 661 la capitale da Medina a Damasco. I successori politici di Maometto, i califfi, avviarono una fortunata e rapida espansione territoriale, che seppe sfruttare le debolezze dei due colossi dell'Impero bizantino e persiano sasanide, i quali guardavano ai beduini come a una minaccia tradizionalmente innocua.
Nel 637 veniva conquistata Ctesifonte e l'impero persiano, che per un millennio era stato una delle più allarmanti preoccupazione per l'Impero romano, fu cancellato come neve al sole entro il 645 circa. All'impero bizantino vennero strappare le ricchissime e popolose regioni della Siria, Palestina (633-640) ed Egitto (639-646). Dall'Egitto si proseguì fino alla Nubia, a sud, ed alla Tripolitania, ad ovest. Con la conquista del litorale del mediterraneo sud-orientale gli Arabi ottennero la capacità di creare presto una flotta con ottimi marinai. Nel 655 la battaglia navale lungo le coste della Licia ruppe la tradizionale supremazia bizantina in mare, con una disastrosa sconfitta delle 500 navi capitanate dallo stesso basileus Costante II.
La conquista tanto rapida di aree vaste e popolose fu sicuramente dovuta anche alla stanchezza delle popolazioni locali verso il duro e rapace dominio bizantino: gli Arabi infatti offrivano paradossalmente una maggiore libertà religiosa ai cristiani "eretici" (dominavano in queste zone infatti le eresie monofisita e nestoriana, duramente avversate da Bisanzio) e richiedevano il pagamento di un tributo che era decisamente più sopportabile della tassazione imperiale.
Una prima crisi dell'Islam si ebbe tra il 656 e il 661 quando ʿAlī ibn Abī Tālib, cugino e genero di Maometto, insorse contro il califfo ʿUthmān, fondatore della dinastia omayyade. Entrambi vennero poco tempo dopo assassinati e dai loro seguaci si instaurò la frattura tra sunniti (che riconoscono la Sunna, ossia gli scritti con detti e fatti del Profeta) e gli sciiti (che riconoscono una Sunna diversa quanto a trasmettitori delle tradizioni e che non riconoscono l'autorità califfale dopo quella di ʿAlī ibn Abī Tālib, legittimo successore di Maometto). Tra gli sciiti si ebbe un ulteriore scisma con la formazione del gruppo dei kharigiti, che sostenevano il principio radicale secondo il quale qualsiasi fedele può ricoprire la carica di califfo. Furono i sunniti ad avere la meglio, ed essi fondarono un califfato ereditario spostando la capitale da Medina a Damasco nel 661.

Durante l'epoca omayyade si continuarono le conquiste: in Oriente si arrivò fino all'Indo Kush ed al lago di Aral con la conquista di Kabul e Samarcanda; in Occidente venne conquistata tutta l'Africa del Nord (il Maghreb, dal 647 al 663) fino alla Penisola iberica. Entro il 705, il "lontano Occidente" del Marocco era in mano agli arabi e si iniziava il lento e faticoso processo di islamizzazione delle popolazioni berbere. Nel 711 i musulmani misero piede in Spagna, sconfiggendo velocemente i Visigoti e arrivando entro il 720 alla Catalogna ed alla Settimania (Gallia meridionale). Anche in questo caso la repentinità della conquista viene spiegata con la complicità della popolazione, in particolare degli ebrei, degli ariani (i re visigoti si erano da tempo convertiti al cristianesimo "romano") e delle fazioni nemiche alla casa regnante.
Al 717, sul fronte orientale, i musulmani avevano posto l'assedio a Costantinopoli, ma la distruzione della flotta araba grazie al "fuoco greco" impedì temporaneamente l'espansione verso la Penisola balcanica. L'importante vittoria di Leone III Isaurico venne ridimensionata in Occidente nella storiografia successiva, perché l'imperatore era un eretico iconoclasta: il mito di aver fermato gli arabi venne tributato invece a un fatto secondario, la battaglia di Poitiers che ebbe come protagonista Carlo Martello, personaggio del nascente astro della dinastia carolingia.
Tra il 718 e il 730 i musulmani conquistarono e razziarono la tutta la Provenza e il bacino del Rodano. Nella penisola iberica frattanto però resistettero focolai di resistenza cristiana, dai quali il goto Pelagio organizzò nel 720 il principato delle Asturie, che circa venti anni dopo si trasformò in regno con capitale a Oviedo (fondata nel 760).
Secondo una tradizione molto radicata i musulmani vennero fermati con la battaglia di Poitiers del 732 (o 733) dal merovingio Carlo Martello. In realtà tale avvenimento ebbe un mito che probabilmente oltrepassò la sua reale importanza storica, grazie alla propaganda della dinastia carolingia, che si sarebbe affermata da lì a poco. Le razzie infatti non terminarono negli anni successivi e si assistette piuttosto a un graduale esaurirsi della spinta araba che forse era la naturale conclusione del processo di espansione. Nel 734 infatti veniva presa Avignone e contemporaneamente veniva saccheggiata Arles. Nel 737 gli Arabi arrivarono a saccheggiare la Borgogna, dove prelevarono un'enorme quantità di schiavi da portare in Spagna. Carlo Martello era impegnato nelle continue campagne nel sud della Francia, ma i continui doppi giochi di alleanze trasversali e di tradimenti rende impossibile una netta divisione tra i due schieramenti, tanto che ad alcuni franchi i raid musulmani fecero anche comodo, all'interno di una lotta per il potere molto complessa.
Nel 751, sul fronte orientale, la battaglia di Talas segnò la spartizione dell'area altaica tra musulmani e Impero cinese della dinastia Tang. l'espansione islamica si andava esaurendo per la fine della spinta e per la stanchezza verso il continuo stato di guerra. Inoltre nei nuovi territori frutto di incursioni (come la Francia) non c'erano le condizioni di insoddisfazione delle popolazioni o di scontri interni che avevano permesso la rapida conquista di Africa e Spagna.

L'apporto culturale arabo
L'elemento arabo-berbero (ma non dimentichiamo anche la presenza persiana) portò all'Occidente cristiano nuove conoscenze tecnologico-scientifiche, specie nell'agricoltura, con l'introduzione di non poche piante del tutto sconosciute (canna da zucchero, carciofo, riso, spinaci, banane, zibibbo, cedri, limone, arancia dolce o cotone, come pure spezie di vario tipo, quali la cannella, i chiodi di garofano, la noce moscata - ossia di Mascate - il cardamomo, lo zenzero e lo zafferano) e anche reintroducendo colture abbandonate dalla fine del cosiddetto periodo classico "antico" (innanzi tutto l'ulivo e l'albicocco). Furono introdotte le tecniche costruttive dei mulini ad acqua e a vento, la carta (di provenienza cinese), e tecniche bancarie quali l'assegno e la lettera di cambio, senza dimenticare il formidabile apporto nella scienza della matematica, quali l'algebra o la trigonometria, il sistema decimale (elaborato in ambito indiano) o il concetto di zero.
I musulmani svilupparono grandemente la medicina, l'alchimia (genitrice della moderna chimica) e l'astrologia, con gli annessi studi astronomici (da ricordare l'introduzione dell'astrolabio). Anche nella filosofia il loro apporto contributivo per l'Europa continentale fu di capitale importanza grazie sia alle traduzioni da essi approntate o da essi commissionate, sia all'interpretazione o reinterpretazione dei grandi filosofi dell'antichità. Vennero nuovamente divulgati o riscoperti non pochi testi di filosofia e di pensiero scientifico prodotti sia in età classica che in età ellenistica. Grazie a tali traduzioni l'Europa occidentale e centrale (che aveva quasi del tutto cancellato il ricordo del retaggio culturale espresso nell'antichità classica in lingua greca) tornò in possesso di opere da tempo trascurate e a rischio di totale oblio.
I musulmani sotto dominazione abbaside, fatimide e andalusi crearono biblioteche e strutture d'insegnamento pubbliche che - come nel caso di Cordova - costituirono di fatto le prime università del Vecchio Continente, alimentate dal sapere della cultura persiana antica, da quella indiana e da quella greca ed ebraica. In Occidente la fama di medici quali Avicenna e Razī divenne duratura, tanto che i loro lavori divennero libri di testo fino al XVIII secolo, mentre di notorietà non minore fruirono gli studi di filosofi quali Averroè (che di Aristotele "il gran Comento feo", diceva Dante Alighieri) e Geber, considerato per secoli anche in ambito cristiano il più grande alchimista.

La rottura dell'unità islamica

Da al-Mansūr ad al-Mutawakkil il califfato conobbe la sua epoca d'oro, con un impero vastissimo che toccava da una parte l'Atlantico e dall'altra penetrava nel sub-continente indiano. L'eccessiva ampiezza fece lentamente esaurire le spinte verso l'esterno, che conobbero un arresto nel terzo decennio dell'VIII secolo.
Gli Omayyadi avevano trasformato le conquiste in un impero ereditario, con un'amministrazione fiscale sempre più preoccupata a drenare risorse per forze armate pletoriche e relativamente efficienti e disciplinate. Grande preoccupazioni causavano gli sciiti e i kharigiti, quando nacque un forte contrasto tra la dinastia al potere e la famiglia degli abbasidi, che sconfissero l'ultimo califfo omayyade in una grande battaglia nel 750. Nel 762 il nuovo califfo al-Mansur inaugurava una nuova epoca con una capitale appositamente fondata, Baghdad sul Tigri. La scelta spostava notevolmente il baricentro dell'impero verso est ed era un'aperta rivalsa contro la corte degli omayyadi, troppo ispirata a Bisanzio. Un membro della casa omayyade però riuscì a fuggire nella Penisola iberica e a fondare il nuovo emirato di al-Andalus, con capitale Cordova, che riuscì a imporre la propria egemonia su buona parte della Penisola, tanto che nel 929 ‘Abd al-Rahman III assunse il titolo di califfo.
L'enorme dilatazione del califfato e la sempre minor efficienza dell'amministrazione favorirono rivendicazionismi nazionali e, dopo l'autonomia di governo riconosciuta dagli Abbasidi ad Aghlabidi e Tahiridi, si ebbero le prime esperienze indipendentistiche, prima delle quali fu quella dei Tulunidi in Egitto e Siria. Si formarono così, con l'andare del tempo, emirati e sultanati indipendenti, non di rado in lotta fra loro. Tutto ciò moltiplicò le corti dando nuovo respiro all'economia (in grado ora d'investire sul posto e di non essere costretta ad arricchire il solo centro dell'impero), oltre che alla scienza e alle attività culturali in genere grazie a una vivace committenza da parte dei vari sovrani.
Si ebbe l'autonomia della Tunisia sotto gli Aghlabidi di Qayrawan (inizio del IX secolo), e quella dell'Egitto, con le dinastie dei Tulunidi (868-905), Ikhshididi (935-969) e Fatimidi. Questi ultimi, dichiaratisi discendenti della figlia di Maometto, Fātima, conquistarono l'Egitto nel 969 muovendosi dall'Algeria, fondando una nuova capitale chiamata Il Cairo e proclamando un califfato sciita che sarebbe durato fino al 1171. Gli Ziridi poi, già sottomessi ai Fatimidi, si impose nell'area dell'attuale Tunisia, Tripolitania e algerina orientale dal 972 al 1167.
Sebbene poi gli altri musulmani rispettassero la formale sudditanza alla dinastia sunnita di Baghdad, ormai il processo di frammentazione era inarrestabile e vide il fiorire di alcune dinastie locali che spesso diedero vita a splendide culture: la dinastia degli Hamdanidi tra Aleppo e Mossul (890-1003), la dinastia dei Tahiridi e Samanidi in un immenso territorio in Asia centrale con capitale a Bukhara (819-999), o i Buwayhidi in Iran (932-1055), che arrivò a governare Baghdad e il territorio tra Siria meridionale, Giordania e Iraq.
Alla fine del IX secolo vennero alla luce anche delle eresie, quali quella degli estremisti sciiti-ismailiti, detti Carmati, nel Bahrein, che rese necessario il taglio delle rotte commerciali nel Golfo Persico dirottate nel Mar Rosso e nel Corno d'Africa.

 
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